La laurea in ingegneria non pesa sempre allo stesso modo

scritto da il 25 Aprile 2017

img_2890Ad Anna – 25 anni, una laurea in ingegneria informatica a pieni voti e un dottorato di ricerca in corso – l’amara verità l’ha svelata un professore. “Qualche giorno fa – racconta – mi ha convocata nel suo studio. Mi ha fatta sedere, e con molta gentilezza mi ha chiesto se mi rendessi conto di cosa significa essere una donna ingegnere in Veneto, la regione nella quale vivo e sono nata”. Anna è rimasta lì, immobile, senza capire: “L’ho guardato sbigottita perché non ho mai pensato che essere donna potesse rappresentare un problema visto che mi sono laureata prima degli altri e sono sempre stata tra i più bravi del mio corso”.

Eppure per alcune persone la bravura non basta. È questa la lezione che quel professore gentile e rassegnato ha spiegato ad Anna. “Fare l’ingegnere in un’azienda di questa regione – le ha detto – sarà per te impossibile. Qui nessuno assume una donna che fa il tuo lavoro. Non ti vorranno le aziende e non ti accetteranno i colleghi. Se vuoi fare carriera – ha continuato – devi andare all’estero oppure devi diventare così brava, ma così brava da far dimenticare il fatto di essere donna. Diciamo che ti è richiesto il quadruplo di quanto ci si aspetterebbe da un uomo”.

Anna è solo una delle oltre 6.800 ragazze che ogni anno si laureano in ingegneria nel nostro Paese. Un numero molto cresciuto nel corso degli ultimi anni come testimoniano i dati del Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri (Cni). Se infatti nel 2000 le donne rappresentavano a malapena il 16% delle laureate, nel 2015 erano il 30% del totale. Eppure questi numeri da soli non bastano. “Le ingegnere – ha dichiarato Ania Lopez, l’unica consigliera donna del Cni – quasi sempre sono le prime a laurearsi, ma poi fanno troppa fatica. Non ci sono, infatti, politiche sociali in grado di soddisfare le esigenze di un part-time, soprattutto per chi svolge la libera professione”.

Il risultato? Moltissime ragazze abbandonano, dopo poco, la professione o – come ha consigliato il professore ad Anna – vanno all’estero. I dati più aggiornati (2014) raccolti dal Cni mostrano infatti un divario tra le studentesse che si iscrivono a ingegneria e quelle che poi entrano nell’Albo professionale. Al primo gennaio del 2014 su 236.493 ingeneri iscritti all’Ordine, solo il 13% era donna. Si tratta di un dato su cui pesano molti fattori: la diffidenza e i retaggi maschilisti sul luogo di lavoro, ma anche le caratteristiche di una professione che finora non ha mai dovuto – né voluto – fare i conti con le necessità e i problemi dei suoi iscritti di sesso femminile.

img_2889Da una ricerca del 2014 del Centro Studi del Cni è, infatti, emerso che per il 53% delle intervistate la maternità ha condizionato negativamente il proprio percorso di carriera. Ad aggravare la situazione la scarsa presenza di tutele e di welfare, soprattutto per le libere professioniste. Più di un quarto delle intervistate ha dichiarato di non aver usufrui­to per intero delle misure di welfare (maternità e permessi) perché non previste, o per evitare di allontanarsi troppo a lungo da una posizione lavo­rativa precaria. Inoltre, quasi il 22% delle ingegnere con figli ha dichiarato di aver dovuto cambiare mansione al rientro dal periodo di congedo per maternità. Mentre il 45% ha affermato che non ha potuto godere di permessi né della possibilità di riorganizzare il proprio lavoro in modo da conciliare lavoro e famiglia.

Sono dati che fanno riflettere e dimostrano che nel nostro paese c’è estremo bisogno sia di iniziative come il Mese delle Stem, sia di un impegno più deciso degli ordini professionali e delle associazioni di categoria. Perché se è vero che le ingegnere sono ancora in minoranza rispetto ai colleghi maschi, è vero anche che fuori dai confini italiani gli esempi da seguire esistono già. C’è, ad esempio, Ginny Rometti, ingegnera e amministratrice delegata di IBM, oppure Meg Whitman, ceo di Hp. Ma è un’ingegnera anche Sheryl Sandberg, chief operating officer di Facebook. Mentre Jenny Lee è la managing partner di GGV uno dei maggior venture capitalist cinesi che sostengono le imprese ad alta tecnologia.

Anna dovrebbe guardare a queste donne e lasciarsi ispirare per prendere tutto il meglio dalle loro storie. Perché non sentirsi sole lungo il proprio cammino aiuta persino ad attraversare strade belle e crudeli come solo quelle di casa propria sanno essere.

Ultimi commenti (3)
  • Leonardo |

    In Italia ci si aspetta che una volta laureati qualcuno ci dia lavoro, altrimenti si grida allo scandalo. Come se esistesse un pozzo magico di posti di lavoro a cui tutti devono avere il diritto di attingere.
    Ma qualcuno che si laurea e crea una sua impresa? E si prende le sue belle responsabilità e i suoi rischi?

  • fabrizio benedetto |

    Non è sempre così. Ho fondato questa azienda offrendo un posto di lavoro dove chiunque sia meritevole può diventare protagonista.
    Più del 50% dei dipendenti è donna. Una brillante ragazza partendo da uno stage a 28 anni è responsabile di un dipartimento. Oggi anche grazie alle mie colleghe siamo la società di riferimento in Italia come Advisor terza parte nel settore Real estate.
    Ed è nata nel 2009 in piena crisi.
    Le persone fanno la differenza in azienda se la vivono e portano il loro piccolo o grande contributo ogni giorno con passione e sopratutto se ognuno di loro porta soluzioni. Viva le donne

  • Giuliano Caruso |

    È una battaglia politica. Ma mi fa specie che il giornale di Confindustria non si renda conto che si dovrebbe rivolgere principalmente al suo padrone.