Due tecniche sorprendenti per gestire le emozioni… usando il cervello

scritto da il 01 Settembre 2018

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Quando ti chiedono come stai, ti viene mai voglia di prenderti cinque minuti per pensarci su (“già, come sto veramente?”) e, solo dopo, rispondere? No, di solito si fa prima a dire solo “bene”, magari facendo una smorfia che indica cinquanta sfumature aggiuntive, e passare all’argomento successivo.

110b51da-7afe-43e6-9372-88d238ab14f3E se invece la “salvezza” fosse proprio nelle cinquanta sfumature di come veramente ti senti? Secondo la neuroscienziata Lisa Feldman Barrett, se miglioriamo la nostra capacità di definire le nostre emozioni possiamo cambiare la nostra vita. Perché, spiega, le nostre emozioni non sono dati di fatto oggettivi che il nostro cervello deve gestire, ma costrutti che la nostra mente “crea” mentre interpreta e disegna la realtà.

“Il lavoro più importante del nostro cervello non è quello di pensare, sentire oppure guardare, ma quello di mantenere il nostro corpo vivo e sano perché possiamo sopravvivere. Come lo fa? Come un sofisticato indovino, passa tutto il tempo a prevedere. Queste previsioni diventano le emozioni che sentiamo e le espressioni che percepiamo dalle persone intorno a noi.

Perché quel che noi percepiamo, alla fine, sono le definizioni che diamo alle cose, quindi la nostra interpretazione, e questo comprende le emozioni che tanta importanza hanno nel nostro stato di benessere. Una volta scoperto questo meccanismo, come possiamo usarlo per influenzare come ci sentiamo ogni giorno? In due modi.

1) Ampliando a dismisura il nostro vocabolario emozionale. La scienziata chiama questa capacità “granularità emozionale”: le emozioni possono essere espresse in pochi termini, ingombranti e ripetitivi (sono triste, felice, stressato), oppure possono essere riconosciute e frammentate in decine di sfumature meno ovvie, che però fanno sì che la tristezza diventi malinconia o nostalgia, la felicità possa rivelare eccitazione, allegria, leggerezza, e lo stress sia invece sonnolenza, fatica, nervosismo… Se investiamo attenzione e precisione nello sforzo di definire meglio come ci sentiamo, gestire le emozioni può diventare più facile, al punto che le ricerche dimostrano che le persone dotate di un migliore vocabolario emozionale si ammalano di meno, vanno meno dal dottore e usano meno medicine. Se poi a essere distinte e definite meglio sono le emozioni negative, gli studi indicano le persone che lo sanno fare – e declinano il “sentirsi uno schifo” in 50 diverse sfumature – sono molto più flessibili nel regolarle, meno inclini a bere eccessivamente quando sono stressate e meno aggressive quando vengono ferite.

2) Re-incorniciando i fatti. Questo metodo riguarda il modo in cui categorizziamo le nostre emozioni e percezioni – ed è ciò per cui spesso si fanno anni di psicoanalisi. Mi accorgo di stare malissimo e, invece di dare per buono il primo e più semplice motivo che mi viene in mente (generalmente qualche fattore esterno o collegato alla mia storia personale), amplio il mio campo di osservazione e arricchisco la mia definizione del malessere che sto provando. Un esempio: sto per parlare in pubblico, il mio cuore batte forte e il respiro accelera, faccio fatica… è agitazione, è stress, è ansia – ma è anche energia che il mio corpo raccoglie e convoglia verso il compito che sto per fare, è eccitazione, è l’emozione del volercela fare. Le sensazioni corporee rimangono le stesse, ma le definisco in un modo che me le rende più accettabili, anzi… quasi simpatiche. E mi comporto di conseguenza.

Questo lavoro di modifica della cornice dei fatti può diventare potentissimo, per esempio influendo sul modo in cui consideriamo noi stessi di fronte agli altri.

115c0c2e-bd44-4a63-8798-187423d66660Se un commento sgradevole di qualcuno ci fa sentire al centro della critica, se quindi pensiamo che “si tratti proprio di noi”, staremo ovviamente male. Se invece aggiungiamo a quella reazione istintiva il pensiero di un possibile malumore di quella persona, di altri significati per quella frase, e dell’alta probabilità che non siamo proprio noi al centro dei suoi pensieri in questo momento (come la maggior parte delle volte è: siamo molto raramente al centro dei pensieri degli altri), ecco che la nostra reazione diventa più leggera e facile da gestire. Una cornice più ampia ci rende insomma meno vulnerabili, perché fa spazio a un mondo complesso… che molto raramente “ce l’ha proprio con noi”.