Da “L’Odissea” a “Ha mai ucciso qualcuno, signor Nelson?”, il cinema racconta i reduci di guerra per parlare di pace

Rodney Hicks, Shinya Tsukamoto, Geoffrey Rush arrive for the premiere of ‘Nelson San, Anata Wa Hito Wo Koroshimashitaka? (at the 83rd annual Venice International Film Festival, in Venice, Italy, 04 September 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

Un uomo che sopravvive alla guerra, ma non riesce più a tornare veramente a casa. E’ il filo rosso che lega a distanza, per tema e per geografie, “L’Odissea” di Christopher Nolan e “Nelson san, anata wa hito wo koroshimashitaka?” (Mr. Nelson, Did You Kill People?) di Shinya Tsukamoto, che ha vinto il Premio Leoncino d’Oro della 83/a Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Nel primo film Ulisse vince la guerra, torna a casa, ma il ritorno diventa l’inizio di un nuovo esilio perché è un uomo che, dopo aver conosciuto l’orrore della guerra, non può più essere quello di prima. E può tornare a casa solo quando ha rivissuto ciò che è successo e ha preso consapevolezza della violenza perpetrata. In Mr. Nelson, la guerra finisce fisicamente (e lui riesce a tornare a casa vivo) ma continua nella mente di Allen Nelson: il Vietnam invade il presente attraverso flashback, disturbo da stress post-traumatico, incubi e senso di colpa. Nelson, come Ulisse, deve tornare più e più volte a ciò che ha vissuto per prendere coscienza di quanto ha fatto. Ulisse è accompagnato nel suo viaggio interiore da Calipso (un’intesa e credibile Charlize Theron), che dopo averlo fatto sprofondare nell’oblio per difenderlo da se stesso, lo aiuta a recuperare i ricordi, quasi come fosse una terapeuta, perché possa rispondere alla domanda “Chi sono io?”. Nel film del regista giapponese è il Dr. Daniels (interpretato da Geoffrey Rush) lo psicoterapeuta che accompagna il protagonista nel viaggio di guardarsi dentro per rispondere alla domanda “Perché ai ucciso delle persone?” (“Why did you kill people?”). 

La consapevolezza del male

Ulisse torna in sé quando affronta il dolore della violenza perpetrata a Troia contro innocenti (e la rivelazione avviene attraverso il ricordo dell’uccisione di una giovane vestale del tempio di Atena), mentre Allen Nelson dovrà smettere di nascondersi dietro “houbbidito a un ordine” ed ammettere “perché lo volevo fare”, guardando in faccia il passato familiare di violenza e rabbia in cui è cresciuto. Per entrambi si tratta di una discesa agli inferi per cercare di trovare la via del ritorno, ma Ulisse porta dentro di sé i masacri di Troia e Nelson l’inferno del Vietnam in un tentativo di espiazione che non è possibile. I due protagonisti tornano dal luogo di morte, ma la morte torna a casa con loro ed entrambe i film vengono giocati su flashback incalzanti in un climax che accresce via via ansia e dolore.

In entrambi i film i protagonisti vivono la colpa dei sopravvissuti dopo l’esperienza di guerre disumanizzanti. Nel film di Tsukamoto la trasformazione di Allen è letterale: il giovane viene addestrato a non pensare, obbedire e uccidere. La guerra lo trasforma progressivamente in una macchina per uccidere. E allo stesso modo nel film di Nolan Ulisse non è l’eroe che con astuzia e intelligenza (come nella della tradizione scolastica italiana) riesce a porre fine a una guerra durata 10 anni e a uscirne vittorioso. E’ colui che si fa carnefice grazie all’inganno e permette al suo esercito l’eccidio dei troiani. In entrambi i film la maggior parte delle vittime è civile: donne, bambini, anziani. Un dato che parla più di quanto avviene oggi, che delle guerre che sono rappresentate nei due film, dal momento che nell’ultimo secolo la proporzione si è completamente ribaltata e oggi il dato indicato dal Comitato Internazionale della Croce Rossa e ripreso frequentemente nelle sessioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite indica che il 90% delle morti sia fra la popolazione civili e solo il 10% fra quella militare.

Il ricorso a eventi o miti lontani da noi nel tempo e anche geograficamente per parlare indirettamente di quanto stiamo vivendo oggi è comune ad entrambe le pellicole. D’altra parte, secondoil report annuale Conflict Trends pubblicato dal Peace Research Institute Oslo lo scorso anno si sono contati 65 conflitti tra Stati che coinvolgono 35 Paesi. I due registi decidono, quindi, di parlare di guerra e richiamare alla pace attraverso esempi lontani, che possano non causare polemiche politiche ma allo stesso tempo possano arrivare dirette allo spettatore, che per associazione rivede in quelle violenze le immagini che ogni giorno lo raggiungono attraverso internet e i social media.

Il ritorno a casa non esiste più

Allen Nelson prova a tornare alla vita civile, crea una famiglia, cerca di vivere la normalità, ma scopre che non può più essere un uomo qualunque perché la forza di quello che ha vissuto, anche se rielaborata, lo spinge a voler espiare. Allo stesso modo Ulisse, tornato a casa e sconfitti i proci, nella versione di Nolan non è più degno del suo ruolo e lascia Itaca sottola guida del figlio in un esilio volontario. Non si tratta più del viaggio per tornare a casa, perché non esiste più la persona che avrebbe dovuto tornare. Si tratta di vivere il resto dell’esistenza come conseguenza di ciò che si è fatto. Nelson trasforma progressivamente la propria memoria in testimonianza pubblica e pacifista: il reduce racconta ciò che ha vissuto affinché l’esperienza della guerra non venga dimenticata. La sua vita dopo il trauma diventa una forma di testimonianza. Nell’Odissea di Nolan la memoria assume una valenza di educazione alla civiltà: quando coloro che sanno scrivere saranno scomparsi, resterà il canto a mantenere viva la memoria di ciò che è stato.

Mr. Nelson si fa mito nella sua Odissea di uomo qualunque dopo la guerra, mentre l’Ulisse di Nolan diventa un eroe che si scopre un semplice veterano di guerra (termine usato anacronisticamente nel film). In un chiasmo nel dialogo a distanza fra le due pellicole.

Il riconoscimento a Venezia

“Nelson san, anata wa hito wo koroshimashitaka?” (Mr. Nelson, Did You Kill People?) di Shinya Tsukamoto ha vinto il Leoncino d’Oro dell’83/a Mostra del Cinema di Venezia. Il premio è istituito da Agiscuola, promosso da Anec, Acec e Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello, nell’ambito del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola promosso dal ministero della Cultura e dal ministero dell’Istruzione e del Merito. Ad assegnarlo è una Giuria, coordinata da Giulia Serinelli, composta da giovani studenti e studentesse delle scuole secondarie di secondo grado, uno per Regione, rappresentanti delle migliaia di giovani partecipanti alle Giurie territoriali del David Giovani sparse in tutta Italia.

«Per l’abilità di ritrarre quella spregiudicata violenza che è il fattore comune delle guerre di ogni tempo» si legge nella motivazione. «Per la capacità di far immergere lo spettatore nello sviluppo della coscienza del protagonista, processo reso totalizzante dall’alternarsi frenetico delle immagini e dei suoni. Per la denuncia di un orrore che spazia tra la guerra e il trauma del reduce. Per la capacità di trasmettere a ogni generazione il rifiuto verso la logica imperialista della guerra di aggressione”. La Giuria ha assegnato anche la Segnalazione Cinema For Unicef, presente alla Mostra fin dal 1980, al film Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor con la seguente motivazione: “Per l’uso del metodo dell’intervista per smascherare la disumana brutalità che muove quanti sono dietro al genocidio del popolo palestinese. Per la singolare scelta registica di mostrare per mezzo delle immagini delle case di Tel Aviv il contrasto tra l’agio e la distruzione. Per il coraggio di continuare a puntare i riflettori sulla situazione che perdura sotto gli occhi solo apparentemente vigili della comunità internazionale».

Il perché del film

«Quando stavo adattando Fires on the Plain per il cinema, lessi un’ampia varietà di materiali, ma il libro di non-fiction più terrificante in cui mi imbattei fu Mr. Nelson, Did You Kill People? Allen Nelson uccise molte persone durante la guerra del Vietnam. Per il resto della sua vita fu tormentato dalle conseguenze di quella guerra. È naturale avere paura di diventare una vittima della guerra, ma questa storia ci fa capire che è altrettanto terrificante diventare un carnefice. I soldati che hanno commesso atti di violenza raramente parlano delle loro esperienze dopo essere tornati a casa. Allen, invece, scelse di raccontare con sincerità ciò che aveva vissuto, dando così un significato alla propria vita. In questo modo, aiutò molte persone a comprendere la realtà della guerra. Anch’io sono tra coloro che hanno compreso in questo modo il vero orrore della guerra» ha spiegato il regista Shinya Tsukamoto ((che ha firmato anche sceneggiatura, fotografia e montaggio) , aggiungendo poi: «Alla luce della situazione attuale del mondo, mi è sembrato che riportare alla luce la sua storia fosse la priorità più urgente e, grazie al sostegno di molte persone che hanno condiviso questa sensibilità, ho potuto affrontare questo difficile compito. Spero sinceramente che il pubblico possa accogliere il suo modo di vivere e il suo messaggio».

Questo slideshow richiede JavaScript.

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.

Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com