Giovani donne e lavoro: il 52% cerca la realizzazione non la stabilità a tutti i costi

Non cercano più solamente sicurezza, ma soprattutto significato. È il cambio di prospettiva più netto che emerge dalla ricerca elaborata da Webboh Lab per il Fondo Filantropico Bruno Frizzera e FEduF, nell’ambito del progetto 6dipiù: per oltre una giovane donna su due (52,7%) ciò che conta davvero è un lavoro che piaccia e realizzi, mentre la stabilità – per anni considerata l’approdo naturale – scende al minimo, al 6,5%. È una rottura culturale rispetto a narrazioni consolidate, nelle quali la sicurezza economica era il punto di arrivo: oggi il lavoro viene immaginato prima di tutto come spazio di espressione personale, non solo come garanzia. Ma questa trasformazione non avviene nel vuoto: convive con vincoli materiali sempre più visibili, in quella che è sempre più una frizione tra aspirazioni e realtà.

Alla ricerca del senso

Il punto, infatti, non è che la sicurezza non serva più: è che per molte giovani donne la sicurezza “tradizionale” non basta a definire una vita riuscita e, spesso, non è nemmeno percepita come facilmente raggiungibile. Il contesto italiano restituisce un ingresso nella vita adulta segnato da precarietà e discontinuità, con forti divari territoriali e di genere: il rapporto Eures presentato da Consiglio nazionale dei giovani e Agenzia italiana per la gioventù evidenzia come il lavoro dei giovani sia sempre più instabile e come le disuguaglianze di genere restino un fattore strutturale nelle opportunità. Anche letture recenti dei dati Istat indicano che, pur in un quadro di crescita dell’occupazione, la componente più vulnerabile – contratti temporanei, part-time involontario, bassi livelli retributivi – continua a colpire in modo particolare giovani e donne. In questo scenario, la domanda di “significato” non è un lusso generazionale: è, sempre più spesso, una strategia di sostenibilità personale. Se la stabilità non è garantita dal sistema, allora almeno il lavoro deve valere la spesa di energie e identità; deve “assomigliare”, far crescere, non consumare. È la stessa dinamica che osserviamo su scala globale: le indagini internazionali mostrano come Gen Z e Millennial cerchino un equilibrio tra senso, benessere e fondamenta economiche, in un contesto in cui la pressione finanziaria condiziona scelte di vita e di carriera

Il difficile equilibrio tra la realtà e le aspirazioni

L’elemento interessante è proprio il cortocircuito tra la spinta valoriale e i vincoli economici: le giovani donne dichiarano di voler scegliere lavori che realizzino, ma si muovono in un mercato dove la qualità dell’occupazione non sempre tiene il passo. Alcune evidenze di contesto aiutano a inquadrare il tema: analisi come l’Osservatorio GenerationShip descrivono una quota rilevante di giovani con contratti non standard, fragilità reddituale e disuguaglianze di genere nelle retribuzioni, con un impatto particolarmente critico sulle giovani lavoratrici. E se allarghiamo lo sguardo europeo, Eurostat ha mostrato come tra i giovani la quota di contratti temporanei resti elevata, con differenze rilevanti tra Paesi e una maggiore esposizione dei più giovani alla temporaneità. Il risultato è una tensione continua tra realizzazione e sostenibilità, tra desiderio e possibilità: la richiesta di senso cresce proprio mentre aumentano i costi (economici e psicologici) dell’incertezza.

L’educazione finanziaria come leva di libertà

La collaborazione tra Fondo Filantropico Bruno Frizzera e FEduF sposta il dibattito dal “cosa vogliono i giovani” al “come si rende possibile ciò che vogliono”, usando l’educazione economica come leva concreta di autonomia. In questo passaggio, l’educazione economico-finanziaria non è una lezione moralistica che ridimensiona le aspettative; è un dispositivo di libertà che aiuta a trasformare aspirazioni in decisioni sostenibili. In un mercato dove la stabilità contrattuale non è più l’unico indicatore di sicurezza, la sicurezza diventa anche capacità di leggere un contratto, distinguere lordo e netto, valutare costi fissi e margini di scelta, misurare il rischio, pianificare obiettivi, costruire “stabilità personale” attraverso competenze e consapevolezza. È un punto coerente con ciò che molte analisi internazionali sottolineano: quando la pressione economica condiziona scelte grandi (dalla casa alla formazione), le competenze per decidere diventano un fattore determinante per non restare intrappolati tra lavoro desiderato e lavoro “necessario”.

Saper gestire i propri soldi per essere più forti

C’è anche un’altra dimensione, spesso sottovalutata ma centrale quando si parla di giovani donne: gli stereotipi economici. La socializzazione al denaro, al rischio, alla negoziazione influenza in modo concreto il potere contrattuale e la traiettoria di autonomia. In un Paese in cui la partecipazione femminile al lavoro e la distribuzione dei carichi di cura restano un punto critico, investire su competenze economiche significa anche ridurre vulnerabilità future: dalla gestione delle transizioni lavorative alla capacità di negoziare retribuzione e condizioni, fino alla pianificazione di scelte di vita che storicamente pesano di più sulle donne. È un investimento che genera impatto perché agisce a monte: non interviene solo quando la fragilità esplode, ma quando è ancora prevenibile attraverso strumenti, linguaggi e accompagnamento.

In questo senso, la ricerca di Webboh Lab per Fondo Filantropico Bruno Frizzera e FEduF intercetta un fenomeno che va oltre la fotografia di un’opinione: descrive una trasformazione culturale che si scontra con un’economia reale fatta di discontinuità, e suggerisce una chiave di soluzione che passa dalla competenza. Il punto non è contrapporre “significato” e “stabilità”, ma raccontare come cambiano le forme della stabilità: dal contratto alla capacità di scelta. Il dato del 52,7% non dice “non vogliono il posto fisso”: dice che non vogliono più barattare identità, tempo e benessere in cambio di una sicurezza spesso parziale. E il 6,5% non dice che la stabilità è irrilevante: dice che la stabilità, da sola, non è più la promessa sufficiente. In mezzo, c’è una generazione che chiede qualità, coerenza, possibilità di crescita, e che ha bisogno di strumenti per non trasformare questa domanda in frustrazione individuale. È qui che l’educazione economico-finanziaria diventa leva concreta: non per spegnere aspirazioni, ma per renderle praticabili.

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