Giornaliste: l’auto-censura per tutelarsi contro la violenza online

Sono in aumento, tra giornaliste e attiviste per i diritti umani, depressione e stress post traumatico. La causa? La frequenza degli atti di violenza online di cui finiscono vittime. Se è, poi, evidente il peggioramento dei loro stati di salute mentale, è particolarmente allarmante la tendenza registrata tra loro di auto-limitare la propria libertà di espressione. Oltre a intaccare le sfera psicologica, la paura di possibili ritorsioni incide infatti pesantemente sulla percezione di potersi esprimere liberamente. In una prospettiva allargata, questo va a interessare l’autonomia e indipendenza della stampa nel mondo.

A suonare l’allarme a fine aprile è stato il rapporto Un Women e TheNerve: Tipping Point, Online Violence-Impacts, manifestations and redress in the AI age. Pubblicato in occasione della giornata internazionale per la libertà di stampa, che si celebra il 3 maggio, questa ricerca traccia i confini di questi fenomeni e inquadra l’impatto dirompente e preoccupante degli abusi online contro quante sono attive nella sfera pubblica. Le violenze digitali nei loro confronti non solo sono in aumento numerico. Ma risultano particolarmente pervasive proprio grazie all’incisività della tecnologia. Accessibili e da qualche anno a costi bassissimi, l’intelligenza artificiale rende particolarmente facili aggressioni e atti diffamatori direttamente sulle piattaforme social. Vista la velocità che le contraddistingue, la diffusione dei messaggi in questi ambienti è molto efficace nel creare poi polarizzazione e caos informativo. E, da qui, nell’indebolire le voci indipendenti.

 Se l’AI è strumento di abuso online

È analizzando le risposte raccolte tra attiviste, professioniste della comunicazione e giornaliste, che il secondo studio della serie  Tipping Point evidenzia il peggioramento generale del benessere psicologico di questi profili. Facilissimo infatti per loro finire vittime dell’ubiquità e completa accessibilità del mondo digitale* – non servono più software sofisticati o conoscenze approfondite per gli attacchi digitali. Basta disporre di una app scaricata su uno smartphone.

Secondo i dati raccolti in 116 Paesi, il 24% di tutte le rispondenti ha ricevuto una diagnosi o è stata curata per stati di ansia o depressione proprio a causa di attacchi online. Il 13% dichiara di aver sofferto di disturbi da stress post-traumatico (Ptsd). Le stesse ragioni sono anche alla base dell’aumento rispetto al 2020 della tendenza di queste professioniste all’auto-censura. Arrivata oggi al 46%, questa abitudine è cresciuta di oltre il 50% dei livelli registrati cinque anni fa. All’epoca interessava meno di un terzo delle donne impegnate nella sfera pubblica.

Scorrendo il documento delle Nazioni unite si scopre poi che, temendo le conseguenze e potenziali abusi, il 41% di loro si auto-limita nell’esprimere pareri o commenti specificamente sui social media. Il rapporto sostiene infatti che gli attacchi appaiono deliberati e coordinati, «progettati per mettere a tacere le donne nella vita pubblica, minando al contempo la loro credibilità professionale e la loro reputazione personale».

Parallelamente al diffondersi degli atti violenti, però lo scorso anno è emerso anche un aumento delle denunce. E, secondo le rilevazioni dello studio Un Women, nel 2025 è cresciuta anche la propensione – tra le giornaliste in particolare -, a segnalare gli abusi alle autorità e a intraprendere azioni legali. La probabilità che denunciassero abusi infatti è raddoppiata rispetto al 2020, quando arrivava all’11%. Ed è salita dall’8 al 14% la quota di quante hanno avviato processi legali contro gli autori dei reati o i complici delle violenze. «A testimonianza – conferma la ricerca Un Women – di una crescente consapevolezza e di una maggiore richiesta di responsabilità».

Autoritarismi e arretramento democratico

Abbiamo accennato come l’imputato principale nello studio sia la tecnologia. E l’osservato speciale, l’intelligenza artificiale. La diffusione di strumenti che hanno reso estremamente semplice la creazione e diffusione di contenuti (per quanto, certo, non solo e sempre prodotti negativi e violenti o creati con intenzioni criminali) è chiaramente alla base della crescita esponenziale e rapidissima degli attacchi nel mondo digitale.

Penetrate capillarmente in tutti i rivoli della vita, della comunicazione e dell’informazione, questi strumenti trasformano qualsiasi utente in un potenziale creatore. Certo magari di prodotti creativi e innovazione utile. Ma anche di notizie false o materiale lesivo dell’individuo. Presentando il documento, Kalliopi Mingeirou, responsabile della sezione delle Nazioni Unite per la fine della violenza conto le donne, commentava: «l’AI sta rendendo gli abusi più facili e dannosi. (Lo fa) alimentando l’erosione di diritti conquistati a fatica in un contesto caratterizzato da arretramento democratico e misoginia diffusa. La nostra responsabilità è garantire che sistemi, leggi e piattaforme rispondano con l’urgenza che questa crisi richiede».

Non solo i diritti umani conquistati negli anni sembrano poggiarsi su basi molto fragili. Ma oggi risultano chiaramente sotto attacco diretto anche coloro che sono direttamente impegnati ne seguire la loro evoluzione. Che si interessano di controllarne il rispetto e di segnalarne, eventualmente, le violazioni. Attaccare anche solo una parte di quanti fanno informazione, minandone la loro autonomia di espressione, indebolisce la stabilità stessa dei traguardi ottenuti nel tempo.

Una conferma arriva, tra le altre, dalle recenti rilevazioni sullo stato della libertà di stampa mondiale disegnato da Reporters Without Borders. L’edizione 2026 del World Press Freedom pubblicata il 30 aprile, infatti, non lascia troppi dubbi: i livelli di indipendenza e autonomia dell’informazione sono ai minimi dei 25 anni. E le condizioni attuali registrata in oltre la metà dei Paesi del mondo vengono descritte come  “difficili” o “molto difficili”. Se questo non bastasse, poi, in 100 su 180 Stati considerati quest’anno la libertà di stampa si è ridotta.

Libertà di stampa nel mondo 2026

In un clima in cui anche solo esprimere una posizione sulla situazione dei diritti può portare essere rischioso, non sorprendono troppo le rilevazioni dello studio Un Women. Come non sorprendono le notizie del precario stato di salute mentale di molte donne impegnate nella sfera pubblica in un clima globale dove si registra l’espandersi di regimi autoritari. E proliferano sempre di più messaggi e conteuti misogini – in certi casi diventati ormai mainstream.

Gli attacchi corrono in rete

Quanto incide la tecnologia nel propagare la violenza contro attiviste e giornaliste? Secondo le rilevazioni della serie Tipping Point, oggi «una donna su quattro tra quelle che hanno risposto al sondaggio ha subito abusi facilitati dall’intelligenza artificiale». Tra i rischi, appare particolarmente pericolosa perché sempre più diffusa «l’esplosione di forme di violenza online basate su immagini generate dall’AI che aggiungono una dimensione nuova e particolarmente invasiva ai rischi che le donne affrontano nella sfera pubblica».

Tra deepfake, messaggi sessuali non sollecitati e la diffusione di app di “nudification” (sistemi che attraverso passaggi semplicissimi sono in grado di “spogliare” qualsiasi immagine online) il mondo digitale appare davvero un campo minato. Anche perché in molti casi questi strumenti sono perfettamente integrati alle piattaforme social. Una caratteristica che, da una parte, chiaramente ne facilita la portata. E, vista l’accessibilità, permette quasi a chiunque di creare e pubblicare «senza intoppi materiale progettato per violare donne e ragazze nei modi più estremi».

Secondo la ricerca Un Women, tra gli abusi subiti, «La condivisione non consensuale di immagini personali è stata segnalata dal 9% delle giornaliste e operatrici dei media, rispetto al 15% di quelle che difendono i diritti umani e le attiviste. E dal 15% delle scrittrici o altre figure (impegnate in attività) di comunicazione pubblica. Un modello simile emerge anche per quanto riguarda i deepfake». Hanno dichiarato di essere state vittime di soprusi e diffamazioni di questo tipo «quasi il dieci per cento delle scrittrici e altre figure della comunicazione pubblica, l’8% di quante (sono impegnate nella difesa) dei diritti umani e delle attiviste. E il cinque per cento delle giornaliste».

Auto-censura online e sul lavoro

Attacchi continui e provocazioni costanti risultano in un’aumento medio tra le professioniste considerate da Un Women delle diagnosi di depressione, ansia (confermata da un quarto delle rispondenti all’indagine). E dei livelli di stress post-traumatico legato agli abusi di cui si è state vittime – diagnosticato al 13% delle partecipanti all’indagine.

Andando a scorporare le percentuali in base alla professione, risulta molto chiaro come le più esposte siano quelle professioniste che svolgono attività di comunicazione pubblica. Hanno ricevuto diagnosi di depressione o ansia il 38,7% di loro. E di Ptsd (acronimo dell’inglese: post-traumatic stress disorder) il 21,9%. Registrano invece percentuali inferiori e più simili tra loro, le attiviste per i diritti umani e le giornaliste. Tra le appartenenti a questi due gruppi, mediamente sono il 25% le diagnosi di ansia o depressione. E sono circa il 14% i casi registrati di stress post traumatico.

Impatto sulla salute mentale (per professione). Diagnosi di depressione, ansia e Ptsd. Fonte: Tipping Point, UN Women

Se già questi sono numeri preoccupanti, il documento definisce come scioccante la situazione in tema di autocensura – come dicevamo, tendenza che può facilmente portare anche a grandi limitazioni della libertà di espressione generale. Si legge nel report: «Il 50 per cento delle donne che si definiscono scrittrici o specialiste della comunicazione pubblica sostengono di auto-censurarsi sui social media in risposta alla violenza online. Mentre oltre un quarto (il 26%) dice di auto-censurarsi al lavoro». Percentuali simili si ritrovano anche tra le giornaliste, «la cui attività professionale dipende da solide tutele della libertà di espressione». Il 45% di loro afferma di auto-censurarsi online, il 22% sul posto di lavoro.

Auto-censura tra le professioniste (sui social media/sul posto di lavoro). Fonte: Tipping Point, UN Women

Denunciare?

Auto-limitarsi nel raccontare quello che succede intorno ed editare, riducendole, le proprie riflessioni per paura delle conseguenze è una scelta che chiaramente ricade nel legittimo tentativo di tutelarsi di fronte a diffamazione e violenza online. Questa tendenza appare però poi peggiorata anche dalla sensazione diffusa di ricevere poco supporto da parte delle forze dell’ordine. Per quanto, per esempio, sia più che raddoppiata tra il 2020 e il 2025, resta sotto i 23% la quota delle giornaliste che segnala alla polizia di aver subito abusi online.

Il report Tipping point conferma: «La bassa percentuale di denunce presentate potrebbe essere il risultato di una serie di difficoltà nell’indagine sulla violenza online. Tra cui la scarsa competenza tecnologica all’interno dei dipartimenti di polizia e la mancanza di collaborazione da parte delle grandi aziende tecnologiche che facilitano» il proliferare di certi atti. E i «pregiudizi personali e presupposti errati sulla presunta banalità della violenza “virtuale”». Una situazione supportata anche da quel gruppo di intervistate che hanno effettivamente denunciato: il 27% di loro infatti «ha affermato di aver incontrato riluttanza o rifiuto da parte della polizia a indagare sui loro casi».

% di giornaliste/media workers che hanno denunciato violenze online. Fonte: Tipping Point, UN Women

* Lo studio “Online Violence-Impacts, manifestations and redress in the AI age”, segue di pochi mesi il primo report introduttivo dell’analisi effettuata a fine 2025. E dal focus ben identificato nel suo titolo: “The chilling escalation of online violence against women in the public sphere”, cioè “La spaventosa escalation della violenza online contro le donne nella sfera pubblica”

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