La fuga delle professioniste europee dall’Ict: sono solo il 19%

Basso e sempre più basso: in Europa il numero delle donne nell’Ict (Internet Communication Technology) continua a calare. Nel 2025 le professioniste rappresentavano il 19% del totale della forza lavoro in questo settore. Tre punti percentuali meno rispetto alle rilevazioni dell’anno precedente. E una quota che, tra l’altro, è di poco superiore a quella del 2015, quando le europee impiegate nel tech erano il 16,5%.

Tra le cause di questa situazione non basta più additare (solo) i ridotti numeri di studentesse che scelgono percorsi Stem – anzi, in questo caso siamo davanti a una crescita, per quanto lenta. Né accusare una domanda scarsa – qui ci troviamo addirittura nella condizione opposta: è preoccupante la quantità di posizioni che sono e resteranno scoperte nei prossimi anni.

Gli ostacoli nell’affrontare carriere in questi settori iniziano presto e coprono tutti i passaggi fino alle posizioni di vertice. Sono poi legati ad abitudini radicate e stereotipi persistenti più che competenze o interessi effettivi. Come ha confermato appena qualche settimana fa, il primo rapporto WiD (Women in Digital*) progetto finanziato dall’Unione europea.

Guardando alle evidenze, se fosse una forma, la partecipazione delle europee nei settori tecnologici sarebbe un imbuto: crescono le giovani che si interessano alle materie scientifiche e tecnologiche. Ma il loro numero si riduce velocemente a partire dal momento in cui mettono piede nel mondo del lavoro. Tra ingresso ridotto e, dopo qualche anno, “grande fuga”, a far desistere molte si combinano cultura pervasa da istanze sessiste; persistere di disparità salariali e stereotipi di genere. E peso di responsabilità di lavoro di cui si viene caricate ma per cui non si è pagate – come la risoluzione di conflitti nei team, attività che più facilmente finiscono sulle spalle delle donne.

Per farsi un’idea delle percentuali di cui parliamo possiamo intanto usare le rilevazioni dell’analisi McKinsey “Women in tech and AI in Europe” pubblicata a fine dicembre. Se arrivano al 32% le studentesse che scelgono studi Stem – partecipazione a studi terziari scientifici e tecnologici definita “moderata” -, scendono però a meno di un quinto del totale le occupate in ruoli tecnici (il 36% se consideriamo qualsiasi posizione in aziende tecnologiche). E precipita al 13% la presenza delle manager di società impegnate in questi ambiti, e all’8% la percentuale di quante ricoprono ruoli dirigenziali.

Quota di professioniste nel tech in Europa (2022-2025), report McKinsey 2026

Dai banchi di scuola in poi

Per illustrare quanto è difficile per una donna entrare e restare nell’Ict, facciamo un piccolo passo a lato, allargando lo sguardo a tutti gli occupati nel settore tech.

Secondo gli ultimi dati disponibili (Eurostat 2024) in Europa i professionisti negli ambiti tecnologici e digitali rappresentano il 5% della popolazione attiva. Una quota apparentemente piccola, che nell’ultimo decennio ha però conosciuto un ritmo di crescita impressionante. Rispetto al 2014, infatti, nella Ue la quantità di addetti impegnati nel Ict è aumentata di oltre il 62%. Un incremento pari a circa sei volte quello registrato nello stesso periodo nell’occupazione europea in generale (+10,6%).

Da qui viene naturale chiedersi: cosa succede ai talenti femminili? Che, ricordiamolo, rappresentano oggi ancora meno del 20% della forza lavoro nel tech.

Prima di approfondire meglio ribadiamo che la scelta di un percorso di studi scientifici non rappresenta la soluzione risolutiva. Tra l’altro, a ben vedere, dall’indagine del report WiD emerge che per le professioniste interpellate le barriere maggiori non si verificano tanto nell’intraprendere percorsi di formazione simili. Tra tutti i rispondenti infatti pochi segnalano un mancato supporto da parte degli insegnanti –  indicato solo dal 16% degli interpellati, a prescindere dal sesso. O barriere poste dalle famiglie di origine – limite evidenziato dal 13% delle intervistate e dal 14% degli intervistati.

Gli ostacoli maggiori negli anni degli studi, anche in questo caso, sono soprattutto legati a stereotipi di genere e a norme sociali prevalenti. Sono questi i limiti che le rispondenti indicano con le percentuali più alte (21%). E sono anche quelli che, su tutte le domande poste, registrano la differenza di visione maggiore tra i generi (9 punti percentuali). Solo il 12% dei professionisti infatti li segnala come impedimenti alla scelta di una educazione Ict.

Un’ulteriore prova delle diverse esperienze vissute da uomini e donne è illustrata anche dai numeri di quanti dicono di non aver incontrato “nessuna barriera” nel perseguire studi nel tech. Lo sostiene il 20% dei partecipanti all’analisi, ma solo il 12% delle professioniste contattate.

Principali sfide e barriere incontrate nel seguire un percorso di studio Ict, rapporto WiD 2026

Una carriera a salti

Superata la fase della scelta degli studi, la strada per le donne che poi entrano nel mercato del lavoro Itc non si livella. Anzi, l’imbuto nelle possibilità di carriera si protrae negli anni fino a spingere molte ad abbandonare – chi prima chi dopo – il settore. Qualcuna preferisce indirizzarsi su posizioni collaterali. Molte lasciano del tutto. Anche perché, più frequentemente dei colleghi, le professioniste fanno i conti con rallentamenti legati a pause di carriera – come la maternità o impegni di cura familiare. Assentarsi per un periodo dal lavoro, porta al diffondersi, spesso ingiustificato, di assunti come l’idea che, rientrando, si fatichi a tenere i ritmi di evoluzione del settore. O si abbia una minor dedizione al proprio ruolo. A questo si aggiunge poi il rischio (qui abbastanza reale) di indebolimento del network professionale e dei legami con potenziali sponsor.

Nel caso delle professioniste, inoltre, si aggiunge anche una carenza di modelli di ruolo, donne che stanno sui gradini più alti e che potrebbero rappresentare un’ispirazione. Quando non proprio un supporto per intraprendere percorsi di carriera.

Come un cane che si morde la coda, basse percentuali di donne in ruoli superiori incidono su ogni gradino di carriera sottostante. Lo descrive bene il rapporto WiD: «i meccanismi di progressione verticale – criteri di promozione, reti di sponsorizzazione e cultura organizzativa – non si traducono in una rappresentanza adeguata ai livelli dirigenziali. La sotto rappresentazione a questo livello perpetua un circolo vizioso: meno donne in posizioni di leadership portano a una minore disponibilità di modelli di riferimento, il che riduce la visibilità e la capacità di promuovere le donne, limitando l’influenza necessaria per istituzionalizzare misure di equità che potrebbero avvantaggiare l’intero percorso professionale».

L’Europa delle donne nel digitale

Che si considerino i numeri Eurostat o le osservazioni del report WiD, nei settori tecnologici la scarsa presenza femminile che si va ad assottigliare salendo sulla scala professionale è comune a tutta l’Unione. Ma, data la varietà di punti di partenza, gli atteggiamenti culturali specifici come anche le scelte di investimento, i programmi di promozione della formazione tecnica  e lo sviluppo imprenditoriale, la situazione all’interno dell’Unione è variegata. E a diversi livelli di avanzamento. Guardando ai singoli casi emergono sia best practice da imitare che situazioni di ritardo strutturale.

Indice Women in Digital, punteggio finale (generale)

È Indice Wome in Digital a offrire un quadro, dettagliato per Stato, in un’Unione che – occorre ricordarlo? – non vede nessun suo membro raggiungere la parità di genere in nessuno degli indicatori Eige (l’agenzia comunitaria che si occupa di monitorare le questioni di genere). Per mettere in fila i 27, questa lista considera elementi come la quantità di donne nei percorsi di studio Stem e Ict. Il livello di occupazione e leadership femminile in questi settori. E i progetti previsti per migliorare il tutto.

A primeggiare, nel 2026, sono Svezia, Estonia e Irlanda. Le peculiarità osservate? Per la nazione nordica che occupa il primo posto, la presenza di un’offerta formativa Ict integrata e robusta, affiancata da un’ecosistema di sostegno per le donne in questi settori. Poi, alti numeri di ragazze che ottengono titoli di studio tecnici superiori e ampie politiche di supporto all’occupazione  – tra gli altri, ricordiamo i generosi programmi di sostegno alla genitorialità. Stoccolma punta inoltre sullo sviluppo di programmi di mentorship, pratiche di assunzione paritarie e campagne pubbliche di alfabetizzazione digitale.

Appena un gradino sotto, l’Estonia, si distingue tra i 27 raggiungendo il punteggio massimo in tema “formazione Stem” (85,6 punti dove il top è 100) e mostrando poi buoni livelli di studentesse che scelgono specificamente le materie più tecniche. «Questo successo – si legge nel documento – deriva da investimenti precoci in infrastrutture digitali e da iniziative scolastiche che enfatizzano la programmazione e le Ict fin dalla giovane età».

Chiude il primo terzetto l’Irlanda che in campo Ict mostra di possedere «un accesso (tra i generi) bilanciato e maturo, ancorato in una forte performance della leadership e da un ambiente favorevole. Questo riflette gli sforzi concreti da parte sia del Governo che delle imprese di supportare la leadership femminile». Come? Attraverso iniziative che incoraggiano il ritorno al lavoro (per esempio dopo i congedi di maternità), pratiche di assunzione inclusive e piani di formazione delle leader.

Primi dieci nazioni nell’indice Women in Digital (punteggi per ambiti considerati)

Nell’Unione, per quanto con risultati diversi da quelli delle prime dell’indice, sono interessanti i casi di Romania e Bulgaria, rispettivamente al settimo e al decimo posto. Entrambe le nazioni mostrano bassi livelli di educazione Stem (rispettivamente 17,8 e 27,6 sempre su un totale 100). Ma, di contro, registrano una presenza importante di donne sia nei percorsi di studio Ict superiori (entrambe oltre i 70 punti, addirittura sopra alle quote di Estonia e Irlanda) che di professioniste occupate in questi ambiti (75,9 la Romania, quasi 60 punti la Bulgaria).

Secondo Connecting Women in Digital, organizzazione alla base delle analisi WiD, questa situazione è resa possibile, da «canali di assunzione alternativi, come forti legami con gli imprenditori locali, il racconto del Ict come una percorso verso un impiego stabile. E borse di studio targhettizzate o programmi (indirizzati) alle donne. Questo crea una alta domanda per talenti tech e rende le carriere nel Ict molto più visibili e attrattive».

E l’Italia? Bisogna scendere ben sotto la media europea per trovare, nell’indice del Women in Digital, il bel Paese che infatti  è in coda alla lista degli Stati Ue, appena sopra all’Ungheria, alla Slovacchia e a Malta. Con risultati inferiori in ciascuna voce considerata dall’indice rispetto a quelli generali dell’Unione, nello stivale risulta particolarmente basso il punteggio delle voci “formazione Ict” (34,3 punti) e “”occupazione nel digitale” (41,5 punti).

Numeri non solo bassi in assoluto, ma lontanissime dalle quote svedesi – rispettivamente 91 e 77,1 punti. E anche dalla media continentale – 44,6 e 54,6.

* Questo primo rapporto traccia la situazione attuale per le ragazze e le donne impegnate nel mondo digitale. Osservato speciali, sono i percorsi di studio, a partire dagli anni della scuola dell’obbligo, e le carriere fino alle posizioni di leadership. I dati raccolti fanno riferimento alla situazione nei 27 Stati membri e in quattro altri Paesi di riferimento: Brasile, Canada, India e Stati Uniti.

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