Potere politico: con più donne leader cresce la fiducia nelle istituzioni

Nel 2026 i dati continuano a ripeterlo: le donne in politica sono sotto-rappresentate. Nelle assemblee sovranazionali, nazionali, regionali o locali la presenza femminile è inferiore a quella maschile nelle posizioni di potere e nei ruoli decisionali della politica. Una disparità che, tra l’altro, non si calcola solo magari in una manciata di punti percentuali qui o lì. O si rileva in qualche assemblea del continente, a macchia di leopardo. Le leader sono un numero inferiore in qualsiasi livello in questa rappresentanza, in ogni Stato membro dell’Unione europea. E in quasi tutti gli ordini di gestione pubblica.

A fare un quadro dettagliato della situazione in cui si trovano oggi i 27 membri Ue, è il Parlamento europeo, che appena qualche settimana fa ha pubblicato un aggiornamento dello state of play (lo stato di avanzamento) della situazione per le donne in politica[1] nel continente. Per quanto al momento quattro delle cinque maggiori cariche comunitarie sono ricoperte da una donna[2], le parlamentari europee restano il 38,5% del totale. Le rappresentanti nelle assemblee nazionali sono ovunque la minoranza, in certi casi anche con ampio margine. Inoltre, su tutti i 27, sono il 15% i capi di Stato donna. E in totale sono solo il 30% le ministre – tra l’altro, per la maggior parte chiamate a gestire dicasteri socioculturali (salute, educazione o affari sociali). Molto meno alla guida di ministeri considerati ad “alto profilo”, come gli affari interni e esteri, la giustizia o la difesa[3].

Sono poi un terzo (33%) le ambasciatrici dei Paesi membri presso l’Unione europea – per quanto si arrivi però quasi alla parità tra vice-ambasciatrici e vice-ambasciatori (rispettivamente il 48% e il 52%).

Spostando l’attenzione dal livello nazionale e sovranazionale alle assemblee regionali, la presenza femminile su tutti i posti a disposizione è inferiore al 40%. Nel continente, infatti, a fine 2025 arrivavano a une media del 36,4%. Quota però di due punti percentuali inferiore nei consigli locali e municipali. In queste assemblee la rappresentanza delle donne si attesta al 34,5%.

In politica, il potere non è cosa da donne

Calcolare il numero delle elette, qualsiasi posizione di potere occupino e a prescindere da che tipo di consesso siedano – locale, nazionale o sovranazionale -, non è solo un esercizio di stile. Le percentuali infatti fissano i parametri di riferimento che descrivono la presenza nei luoghi dove si decide per ogni collettività. Inoltre, i dati storici sia per l’Unione in generale che per i singoli Stati e aree del continente, permettono di avere una panoramica chiara dell’evoluzione della partecipazione femminile dettagliata nel tempo e “nello spazio”. E, da qui, poi, capire se e quali misure hanno funzionato per migliorarla.

In Europa, per quanto l’immagine non è rimasta stabile nel tempo, evidentemente la linea negli ultimi decenni punta verso l’alto. Nonostante questo però, le conquiste non si sono consolidate. Inoltre stiamo chiaramente vivendo un momento storico di rallentamento che impone di guardare con particolare attenzione proprio ai numeri. Lo conferma lo stesso documento pubblicato dal servizio di ricerca del Parlamento europeo. Oggi «emergono nuove sfide, derivanti in particolare da crescenti (spinte) di opposizione alla parità di genere, nonché dalle tecnologia digitali, più recentemente dall’intelligenza artificiale, che possono sia dare potere alle donne che scoraggiarle» nell’intraprendere una carriera politica.

La presenza in ruoli decisionali nella politica dunque, non solo non è ancora paritaria. Ma molti fattori esterni, un progresso culturale che soffre attacchi continui e la stessa situazione mondiale critica, stanno minacciando conquiste raggiunte in decenni di impegno. Ulteriore conferma di questo arriva dall’istituto dell’Unione europea per la parità di genere (Eige). Le rilevazioni del suo ultimo rapporto pubblicato appena qualche settimane fa, infatti, indicano che seppure proprio l’ambito del “potere” (che insieme all’ambito politico guarda alla presenza delle donne ai vertici delle imprese e, per la prima volta al “potere sociale”[4]) abbia conosciuto un notevole progresso negli ultimi quindici anni, resta quello che su tutte le voci considerate, continua a registrare il valore assoluto più basso.

Nell’ultimo Gender Equality Index – indice che calcola il livello di parità di genere raggiunto sia nella Ue che in ogni singolo Stato membro – questa dimensione si attesta a 40,5 punti totali – dato 100 come parità raggiunta. Punteggio che sale al 47,3 se si guarda all’ambito politico. Certo un grande salto in avanti rispetto ai livelli di quindici anni fa (+22,8). Ma che non rappresenta affatto un traguardo solido. Commentando i risultati, Carlien Scheele, direttrice di Eige, ricorda dalle pagine dell’organizzazione che nel tempo è cresciuta la partecipazione femminile al lavoro. «Eppure ancora non abbastanza in lavori meglio pagati né ai tavoli dove si decidono i budget. Abbiamo bisogno di rendere l’uguaglianza salariale una realtà», ma anche di «stabilire obiettivi di leadership che trasformino il potenziale delle donne in potere. È così che passiamo da un progresso sulla carta alla parità di genere nella vita delle persone».

Potere politico: parità di genere nei Paesi EU, 2025 (dati Eige, elaborazione EP Research Service)

Sì perché, come indica a chiare lettere anche lo studio del Parlamento europeo, il beneficio di avere maggiore equilibrio nei luoghi dove si decide per tutti «la pari rappresentanza delle donne al potere politico non è solo un tema di eguaglianza sostanziale, (ma) ha anche molteplici benefici per la società e per la governance democratica in senso più ampio».

Un beneficio sociale?

Ribadiamolo: le evidenze accumulate negli anni e ribadite il 7 marzo dalle pagine dell’Economist proprio in occasione della Giornata internazionale della donna, confermano che se più donne detengono potere politico i governi si interessano maggiormente a priorità come la lotta alla discriminazione. O alle misure che possono alleviare il peso economico legato alla maternità.

Tornando alla situazione nell’Unione, il documento del Servizio di ricerca del Parlamento europeo specifica come i benefici di una maggiore presenza femminile al potere includono: migliori livelli di giustizia sociale e incremento della fiducia pubblica nel sistema politico («che viene percepito come più rappresentatovi e inclusivo dell’elettorato»). E una governance democratica ed economica ottimizzata («si ritiene che le donne incoraggino uno stile più cooperativo e consensuale in politica, contribuendo a superare la polarizzazione. Le donne al potere svolgono un ruolo chiave nelle transizioni politiche e la loro presenza è correlata a una migliore democrazia»).

Senza dimenticare poi il ruolo simbolico dell’avere delle leader in posizioni di potere. Una loro maggiore presenza nell’arena politica infatti «cambia le percezioni riguardo alle capacità delle donne». Non tanto e non solo perché rappresentano esempi da seguire, che invogliano quindi anche altre a intraprendere una carriera politica. Ma per come la loro presenza può rafforzare la partecipazione femminile attiva in generale, non interessata solo, quindi, a candidarsi per ricoprire incarichi elettivi. La sotto-rappresentanza delle donne ai tavoli dove si prendono decisioni, infatti, è affiancata dal persistere di un certo gap di genere, per esempio, nelle percentuali di votanti alle elezioni. O nei livelli di attivismo politico e l’impegno nelle campagne elettorali.

Si legge nello state of play della partecipazione delle donne redatto dal Parlamento europeo: «La conoscenza e l’interesse per la politica sono fattori cruciali per la partecipazione alle elezioni e, più in generale, alla politica». Mentre intanto la realtà attuale è che se, da una parte, rispetto al passato le donne partecipano alle consultazioni in modo quasi paritario rispetto agli uomini; dall’altra sostengono di sapere meno di politica. E si dicono inoltre meno interessate a temi come, per esempio, gli “affari europei” (58%, lo fa il 66% degli uomini).

Perché impegnarsi in politica? Cosa preoccupa le elettrici?

Andando a indagare gli stereotipi che accompagnano le attitudini delle donne rispetto alla politica, un’indagine Eurobarometro  2024 indica che è diffusa la convinzione per cui le donne hanno le stesse capacità di occupare posizioni di responsabilità pubbliche – convinzione sostenuta dal 70% dei rispondenti. E che per loro sussistono ostacoli specifici quando entrano nell’arena politica. Il 54% tra tutti gli intervistati ritiene che gli uomini vengano trattati meglio in politica, il 55% è a favore di misure correttive temporanee (come le quote di genere per esempio). E il 60% appoggia l’assunto per cui più donne in posizioni di potere decisionale, portano a decisioni politiche migliori.

Inoltre, se dalla partecipazione attiva si passa alle motivazioni che spingono a votare – a prescindere dai candidati -, le rilevazioni del Parlamento europeo mostrano posizioni simili tra i generi. Sono infatti piccole le differenze percentuali tra quante e quanti sostengono di votare “perché lo hanno sempre fatto” (rispettivamente al 47% e 45%). O perché lo ritengono un dovere come cittadini (il 43% delle donne contro il 41% gli uomini).

Dove invece europee ed europei mostrano di avere visioni diverse sono i temi ritenuti, al momento, più preoccupanti. Secondo lo studio “Women in politics. State of play 2026”, le prime  guardano con apprensione alla crescita dei prezzi, allo stato della protezione sociale e della salute e al cambiamento climatico. I secondi appaiono invece più allarmati dalla situazione economica, dalla questione relative alle migrazioni e dai temi di difesa e sicurezza.


[1] Il titolo completo dello studio pubblicato in febbraio è “Women in politics in the Eu. State of play 2026”. Un documento che aggiorna le rilevazioni precedenti del 2024.

[2] Si tratta di: Ursula von der Leyen, al suo secondo termine come presidente della Commissione Ue. Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo. Christine Lagarde, quasi alla fine del suo mandato, presidentessa della Banca centrale europea. E Kaja Kallas, alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

[3] Secondo le rilevazioni di gennaio 2026, sono solo cinque (cumulativamente) le donne a capo di un ministero della difesa o dell’economia. Sette agli esteri – in Irlanda, Lettonia, Austria, Romania, Slovenia, Finlandia e Svezia.

[4] Questo indicatore comprende dati sui processi decisionali nelle organizzazioni che finanziano la ricerca, nei media e nello sport.

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