
Rendere evidente una responsabilità collettiva, mostrando insieme “diritto e rovescio”: per questo 8 marzo la nuova campagna della Fondazione Una Nessuna Centomila mette al centro l’educazione sessuo-affettiva. Lo fa dando spazio a due approcci opposti: da una parte affermazioni che rappresentano legittime aspirazioni e desideri – «Devi usare precauzioni» – dall’altra stereotipi e pregiudizi che nascono dalla paura e dall’ignoranza: «Con il preservativo che divertimento c’è».
L’obiettivo, come la struttura su cui si articola la campagna “Diritto e rovescio”, è duplice: formare consapevolezza e contrastare gli stereotipi. Mostrare insieme diritto e rovescio significa esplicitare l’esistenza di una responsabilità precisa: scegliere se difendere i diritti o continuare a legittimare i pregiudizi.
Il “diritto e rovescio” sull’educazione sessuo-affettiva
«Per noi questo tema, cui abbiamo dedicato dalla nascita attenzione e progetti importanti – corsi nelle scuole secondarie di primo grado, ma anche corsi universitari per formare i futuri insegnanti – è alla base di quel cambiamento culturale necessario ed urgente per arginare la discriminazione e la violenza di genere così radicate e diffuse nel nostro Paese», spiega Giulia Minoli, presidente della Fondazione, che sottolinea: «Abbiamo scelto di parlare di educazione sessuo-affettiva perché la scuola può e deve essere il primo luogo in cui si affermano i diritti delle donne, esattamente come succede negli altri paesi europei».
È su questo terreno, quello della formazione e della costruzione di una consapevolezza condivisa, che si inserisce la nuova campagna della Fondazione. Il progetto traduce visivamente il contrasto tra diritti e stereotipi, mostrando quanto le idee su corpo, relazioni e sessualità continuino a oscillare tra informazione e pregiudizio.
Il “diritto” dà voce a desideri, identità e aspirazioni legittime: parlano bambine, ragazze e donne attraverso affermazioni semplici e dirette. Il “rovescio” mette invece in scena frasi e luoghi comuni generati da paura, ignoranza e stereotipi, discorsi che condizionano e limitano. Accostare queste due dimensioni significa rendere visibile una frattura culturale ancora presente nel modo in cui si parla di sessualità e relazioni. Quando l’educazione sessuo-affettiva resta marginale o assente nei percorsi educativi, sono proprio stereotipi e disinformazione a riempire quel vuoto, influenzando il modo in cui si costruiscono le relazioni e si riconoscono i diritti.
Insegnare e capire il consenso
Parlare di educazione sessuo-affettiva oggi significa anche intervenire nel dibattito pubblico che riguarda il modo in cui la società riconosce – o mette in discussione – i diritti delle donne. Una Nessuna Centomila ha affiancato alla campagna anche una presa di posizione sul ddl Bongiorno che, come ribadito da associazioni e centri antiviolenza, rischia di riportare la responsabilità della violenza sulle vittime invece di rafforzarne la tutela.
«Le due priorità in questo momento per Una Nessuna Centomila sono da una parte il contrasto al ddl Bongiorno che intacca il concetto di consenso esplicito nel reato di violenza sessuale, e dall’altra l’esigenza dell’educazione sessuo-affettiva a scuola», spiega la presidente Giulia Minoli. Il legame tra le due questioni è diretto: se il consenso non viene insegnato, discusso e interiorizzato fin dall’adolescenza, rischia di restare una nozione giuridica fragile e poco compresa nella vita quotidiana. È per questo che la Fondazione insiste sul ruolo della scuola come primo luogo di costruzione della soggettività e dei diritti.
Educazione sessuo-affettiva, il vuoto normativo
In Italia l’educazione sessuo-affettiva non è prevista come insegnamento strutturale nei programmi scolastici, nonostante il tema sia al centro del dibattito pubblico da decenni. Dal 1975 a oggi sono state presentate oltre trenta proposte di legge per introdurla nelle scuole, senza che nessuna sia mai stata approvata.
In molti paesi europei, invece, questi percorsi fanno parte dei sistemi educativi da anni: in Svezia l’educazione sessuale è obbligatoria dal 1955, in Norvegia dal 1960, in Danimarca e Finlandia dagli anni Settanta e più recentemente anche in Spagna, dove è stata introdotta nel 2020.
È proprio a partire da questo divario che la Fondazione Una Nessuna Centomila ha promosso la ricerca “Educare all’affettività”, realizzata con l’Università degli Studi di Milano-Bicocca attraverso il Centro di ricerca ADV – Against Domestic Violence, con l’obiettivo di analizzare le buone pratiche europee e individuare le condizioni necessarie per introdurre programmi efficaci anche nel contesto italiano. Lo studio, che prende come riferimento gli standard internazionali definiti da Unesco e Organizzazione mondiale della sanità – secondo cui l’educazione sessuo-affettiva è uno strumento di salute pubblica e di prevenzione della violenza – individua quattro elementi chiave per rendere questi percorsi realmente efficaci: l’obbligatorietà normativa, la formazione specifica degli insegnanti, il coinvolgimento di famiglie e servizi sanitari e il monitoraggio dei risultati nel tempo. Dalla ricerca sono già nati alcuni progetti operativi, tra cui un corso di alta formazione per docenti basato sulle migliori pratiche europee e una serie di seminari e incontri pubblici pensati per costruire una rete tra scuole, istituzioni e territori.
Un lavoro di prevenzione che attraversa scuola, istituzioni e cultura
La campagna si inserisce in un lavoro più ampio che la Fondazione Una Nessuna Centomila porta avanti su più livelli della società, con l’obiettivo di intervenire sulla prevenzione prima ancora che sull’emergenza. Accanto ai percorsi nelle scuole e alla ricerca sull’educazione sessuo-affettiva, la Fondazione ha avviato negli ultimi mesi la prima scuola nazionale gratuita di formazione per le operatrici dei centri antiviolenza, pensata per mettere in rete competenze e pratiche maturate sui diversi territori e rafforzare il riconoscimento del lavoro svolto quotidianamente accanto alle donne che escono da situazioni di violenza. Parallelamente è stato avviato anche un progetto di formazione con la Polizia di Stato rivolto agli agenti chiamati a raccogliere le denunce di violenza di genere, con l’obiettivo di migliorare ascolto, accoglienza e valutazione del rischio sin dal primo contatto con le vittime e ridurre il rischio di vittimizzazione secondaria. A sostenere questo lavoro c’è anche la dimensione culturale dell’impegno della Fondazione: il concerto Una Nessuna Centomila è diventato negli anni uno strumento di sensibilizzazione e raccolta fondi capace di coinvolgere artisti e pubblico e di destinare risorse concrete ai centri antiviolenza: l’ultima edizione ha permesso di erogare circa 900 mila euro a sostegno delle strutture sul territorio. Un approccio che punta a intervenire contemporaneamente su scuola, istituzioni e cultura, nella convinzione che la violenza di genere si possa contrastare solo attraverso un cambiamento strutturale e diffuso.
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