
Dieci anni fa, per molti giovani, il futuro lavorativo appariva ancora relativamente prevedibile e fondato su percorsi abbastanza stabili. Le competenze digitali erano considerate una chiave di accesso privilegiata per il mondo del lavoro: imparare a programmare appariva come una scorciatoia efficace per un ingresso rapido in azienda. La laurea continuava a garantire, nella maggior parte dei casi, l’accesso a ruoli e livelli retributivi coerenti con il percorso di studi; le università tradizionali mantenevano un forte capitale simbolico ed erano ancora percepite come un passaggio quasi obbligato per chi, soprattutto dal Mezzogiorno, puntava alla mobilità sociale. La gig economy muoveva allora i primi passi e se ne osservavano soprattutto le opportunità, mentre precarietà e flessibilità venivano lette come condizioni transitorie.
La pandemia, le guerre, le crescenti tensioni geopolitiche, la crisi climatica, l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa si sono sommati, in Italia, al susseguirsi di governi che hanno dedicato ai giovani interventi frammentari e poco strutturali. Il risultato è un impoverimento ormai sistemico che colpisce una generazione — la Generazione Z — ancora incapace di raggiungere una piena emancipazione economica e costretta a vivere in una condizione di instabilità permanente, destinata a riflettersi nelle scelte di vita e nei percorsi professionali.
Oggi, invece, la precarietà non è più una fase di passaggio ma una condizione strutturale, e l’intelligenza artificiale sta ridefinendo ulteriormente tempi, modalità e requisiti di accesso al lavoro. Le competenze digitali restano necessarie, ma non sono più sufficienti; la laurea ha perso parte della sua capacità di protezione salariale; la promessa di mobilità sociale si è indebolita. In questo scenario, il rischio non è solo quello di un disallineamento tra competenze e domanda di lavoro, ma di una generazione che entra nel mercato senza strumenti di stabilità, crescita e previsione del futuro. La questione giovanile non è solo materia di un convegno ma diventata strutturale, che deve essere affrontata partendo proprio dai dati e fenomeni osservati per poter costruire una strategia di cambiamento.
Occupazione, inattività, salari e inflazione: un vortice negativo
Il tasso di occupazione in Italia, negli ultimi 10 anni, è aumentato raggiungendo circa il 63%: è un record storico per il nostro Paese ma ancora inferiore alla media dell’Unione Europea, che si attesta più in alto, evidenziando svantaggi strutturali nel mercato del lavoro italiano, soprattutto per quanto riguarda i giovani.
Da questo grafico, che rileva l’andamento degli ultimi dieci anni del tasso di occupazione, si vede chiaramente come siano i giovani a soffrire: il tasso di occupazione della fascia di età 15-34 anni passa dal 52% del 2004 al 45% del 2024, della fascia di età ancora più giovane 15-24 anni passa dal 27% al 20%.

Sono gli adulti, e in generale gli over 50, che stanno andando in pensione sempre più tardi, a far aumentare il tasso di occupazione.
Segue la stessa tendenza il tasso di inattività, che misura il rapporto tra le persone non appartenenti alla forza lavoro e neanche in cerca di lavoro e la corrispondente popolazione di riferimento. Nella fascia di età 25-34 anni si passa dal 22% del 2004 al 24% del 2024, mentre nel segmento di età degli adulti la percentuale di inattivi scende drasticamente nell’ultimo decennio.
Questo indicatore è da ritenersi più significativo del precedente perché restituisce una triste fotografia di giovani ormai arresi a non poter accedere al mondo del lavoro con una stabilità.
Negli ultimi dieci anni riscontriamo anche un aumento molto lieve dei salari che non è compensato dall’inflazione. Per cui, calcolando la perdita del potere di acquisto dei lavoratori, è come se i salari fossero diminuiti, soprattutto per i giovani che partono con delle retribuzioni ovviamente più basse rispetto agli adulti. L’Italia è l’unico grande Paese Ue con salari reali medi più bassi di 20 anni fa.
Questo comporta che i ragazzi entrano nel mercato con stipendi più bassi rispetto ai giovani delle generazioni precedenti creando un “divario generazionale”: lavorare non garantisce più un miglioramento sociale.
Anche da un punto di vista contrattuale, a partire dalle riforme messe in atto dal Jobs Act (2014-2016), si è visto un aumento di contratti flessibili che ha messo anche in luce la difficoltà di assorbimento della domanda di lavoro italiana della quota crescente di giovani laureati con contratti regolari, caratterizzati da un minor potere contrattuale. Tale condizione rivela uno scenario di povertà lavorativa.
Perché lo skill mismatch è ancora un problema
Il 2024 ha segnato un record, quello del numero di laureati: abbiamo avuto 415.553 giovani laureati con una prevalenza nelle discipline economiche, giuridiche e sociali, a seguire quelle STEM, poi quelle umanistiche e infine quelle sanitarie.
Le discipline STEM, su cui negli ultimi anni c’è stato un forte investimento anche in termini di comunicazione, hanno visto un incremento di laureati negli ultimi cinque anni analizzati. Ci sono anche degli altri indicatori positivi, i ragazzi si laureano prima e meglio.
Nonostante questi sviluppi, permane il paradosso dello skill mismatch: molte imprese hanno posti vacanti che richiedono competenze elevate, ma non trovano giovani con skill adeguate; allo stesso tempo, molti giovani con laurea non riescono a trovare lavoro coerente con il proprio percorso.
Come evidenzia il report del MEF del 2022, il lavoro giovanile è caratterizzato da una maggiore quota di lavoratori con un titolo di studio superiore a quello maggiormente posseduto da chi svolge la medesima professione. In altre parole i giovani, oltre alla maggiore difficoltà di inserimento lavorativo, sperimentano spesso occupazioni in cui tendono ad essere sovra-istruiti. Un’indagine di Almalaurea ha evidenziato come lo skill mismatch è presente soprattutto nei primi lavori che i ragazzi decidono, magari transitoriamente, di accettare e soprattutto per chi ha una laurea di primo livello. La sovraistruzione raggiunge un picco del 47,6% tra i laureati nelle discipline economiche, giuridiche e sociali, scende al 27,0% tra i laureati STEM e al 21,6% tra i laureati in medicina, farmacia, veterinaria (Istat).
Nonostante queste criticità, la laurea resta un buon investimento per entrare nel mondo del lavoro: nel 2024, il tasso di occupazione dei 25-64enni (70,1%) raggiunge l’84,7% tra coloro che possiedono un titolo terziario, un valore superiore di 10,7 punti a quello di chi ha un titolo secondario superiore (74,0%).
Formazione e lavoro: perché non applichiamo il sistema duale
Il nostro tasso di occupazione giovanile e di laureati resta un fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei. L’occupazione complessiva nella fascia più giovane è al 35% in Europa e al 20% in Italia, con un divario con l’Ue che sale a 15 punti (Eurostat).

Da questo report di PwC sull’occupazione giovanile a livello internazionale, emerge chiaramente come i paesi che hanno un alto indice, sono quelli che hanno strutturato un sistema educativo finalizzato all’occupazione costruendo percorsi professionalizzanti diffusi e collegati con il mondo delle imprese.
In Svizzera, Germania e Austria esiste il sistema duale, un modello formativo basato sull’integrazione dell’apprendistato in azienda e formazione scolastica. Con riferimento al modello tedesco, il fulcro della formazione duale si trova nella scuola secondaria, dove la grande maggioranza degli studenti che non si avvia verso il percorso liceale, termina gli studi, dopo i 16 anni, con un apprendistato. La formazione tecnica è molto varia e l’apprendistato dà accesso non solo a mansioni legate alla produzione (ad esempio operai) ma anche impiegatizie (ad esempio insegnanti, funzionari di banca). E solo chi sceglie la formazione liceale può accedere all’Università.
Questo tipo di percorso è molto lontano dal nostro. Il sistema educativo italiano ha l’altissimo pregio di offrire la massima libertà di scelta e di cambiare percorso (ad esempio, i ragazzi che hanno frequentato un istituto tecnico possono accedere all’Università, circa il 35% dei diplomati). Risulta invece carente in termini di occupabilità, che non rientra proprio come finalità per com’è costruito.
Come sappiamo, l’Unione europea ha stabilito di raggiungere entro il 2030 una quota di giovani laureati almeno pari al 45%, ma il nostro Paese è ancora molto lontano da questo obiettivo. Nella popolazione di 25-34 anni i laureati sono solo 31% contro 43% della media europea, e la situazione peggiore si riscontra proprio con riferimento alla componente maschile: 24% in Italia e 38% in Europa (Rosti, 2025).
Giovani che non studiano e non lavorano
Circa dieci anni fa pubblicavo un articolo su AlleyOop su un altro fenomeno drammatico: i Neet, giovani che non studiano e non lavorano (not in education, employment or training). All’epoca erano più di 2 milioni i ragazzi inattivi e questo numero aveva allarmato soprattutto i governi che hanno implementato diverse iniziative per favorire il recupero di questi ragazzi in percorsi formativi professionalizzanti. A peggiorare la situazione c’è stato il Covid che ha dato un altro arresto a questi percorsi.
Oggi la situazione sembra migliorata, nel 2024 la quota di giovani che non lavorano e non studiano, sulla popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni, è stimata al 15% ed è più elevata tra le femmine (16,6%), che tra i maschi (13,8%) (Istat), si tratta quindi di circa 1,3 milioni nel 2024.
Questa condizione di esclusione dalla formazione e dal lavoro dipende da molteplici fattori: dialogo non efficace tra scuola e lavoro, skill mismatch, politiche attive frammentate, perdita di fiducia nelle proprie capacità e nel sistema, disagio personale o familiare. C’è infine la crescita di malessere dei giovani che si esplica nella crescente percentuale di studenti che hanno una certificazione di disabilità (sono il 5%, di cui la maggioranza di disturbi psico/mentali) e che indicano un segnale di malessere sociale che deve essere affrontato in maniera strutturale perché saranno giovani che hanno molta probabilità di diventare NEET.
Il quadro che emerge è quello di una generazione sospesa, che ha investito più delle precedenti in istruzione e competenze ma che si confronta con un mercato del lavoro incapace di valorizzarne il talento. Il confronto con l’Europa mostra che dove esistono percorsi di transizione scuola-lavoro, investimenti in formazione, sistemi duali e un forte coordinamento pubblico-privato, l’occupazione giovanile è più alta. Nel nostro Paese, invece, il rischio è quello di normalizzare l’instabilità come condizione permanente di ingresso nella vita adulta.
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Alley Oop compie 10 anni e dal 15 febbraio al 3 marzo, giorno dell’evento celebrativo che si terrà nella Sala della Regina di Montecitorio, a Roma, pubblicherà una serie di articoli in edizione speciale che ci racconteranno come è cambiata la società dal 2016 ad oggi.
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