
Un calcio che include, mette le persone prima del risultato e trasforma il campo in un luogo di incontro, senza distinzioni di genere, provenienza, capacità o condizione sociale. È l’idea alla base di Foolball (“il calcio dei folli”), il manifesto del calcio inclusivo lanciato dall’associazione Play2Give, per promuovere uno sport capace di abbattere barriere e stereotipi. Perché spesso le differenze che esistono fuori dal campo finiscono per riprodursi anche dentro: tra uomini e donne, tra chi è bravo e chi non lo è, tra chi ha una disabilità, chi arriva da un altro Paese o porta con sé una storia difficile. Foolball vuole cambiare questa prospettiva.
«Dietro questo manifesto ci sono quasi dieci anni di partite, incontri con le scuole, attività nelle periferie, negli istituti penali e progetti sociali», spiega Michele Michelazzo, presidente e fondatore di Play2Give, che insieme a Valentina Tomirotti gestisce campagne e iniziative. L’obiettivo ora è mettere in rete le tante realtà che in Italia utilizzano il calcio e lo sport in generale come strumento di inclusione, costruendo una mappa di esperienze spesso poco conosciute e scollegate tra loro.
Dieci articoli per un calcio che accoglie
La persona prima del risultato, il campo aperto a tutti, il diritto al riscatto e il rispetto delle differenze. Sono alcuni dei principi contenuti nei dieci articoli del manifesto Foolball, che mette al centro le relazioni, non la prestazione sportiva. L’obiettivo è eliminare le barriere economiche, sociali e culturali che possano impedire a qualcuno di partecipare. «Le differenze etniche, culturali, linguistiche e religiose non si tollerano: si celebrano» si legge nel manifesto. E ancora: «Crediamo che ogni persona abbia diritto a ricominciare. Chi ha attraversato dipendenze, detenzione, solitudine, emarginazione, fragilità trova qui uno spazio dove la propria storia non è un marchio ma un punto di partenza. Il campo è un luogo di ricostruzione, umana e sociale». E poi l’ascolto di chi partecipa, il rispetto tra compagni e avversari, l’idea del calcio come bene comune. Perché «Il calcio è il pretesto. La comunità è il progetto».
Prima la solidarietà, poi l’inclusione
La storia di Play2Give comincia nel 2017 a Milano con la Nazionale Hip Hop. Giovani artisti, autori e producer della scena musicale italiana, tra cui Tommaso Cassissa, Shade, Eddy Veerus de Il Pagante, Andrea Pisani e Roberto Marchesi, Roofio (Riccardo Garifo), giocano insieme ai propri fan devolvendo il prezzo del campo in beneficenza. In tre anni vengono organizzate 200 partite, raccolti 50mila euro e sostenute circa venti associazioni. Nel 2022 nasce Play2Give, “giocare per donare” e il progetto comincia ad allargarsi. Le partite diventano l’occasione per entrare nelle scuole, nelle periferie e negli oratori, coinvolgendo ragazzi e ragazze in iniziative che affrontano temi come l’inclusione, la solidarietà e i rapporti tra generazioni. Tra gli appuntamenti c’è quello al liceo Machiavelli di Pioltello, dove da sei anni, ogni settembre, circa 700 studenti si ritrovano per partecipare a incontri e tornei di calcio dedicati all’educazione civica.
Negli ultimi due anni Play2Give ha portato il calcio nel carcere di Busto Arsizio e ha partecipato a vari eventi con Crazy for Football, progetto sociale e sportivo fondato nel 2016 dallo psichiatra Santo Rullo, che utilizza il gioco del calcio come strumento di riabilitazione per persone con problemi di salute mentale. «La solidarietà si è evoluta in inclusione», racconta Michelazzo. Ed è da queste esperienze che prende forma la figura del “foolballista”: una persona che entra in campo per incontrare gli altri, condividere un’esperienza e costruire relazioni. Un principio che Play2Give porta avanti anche attraverso She Plays, il progetto dedicato all’inclusione di genere.
Uomini e donne nella stessa squadra
«Non è che i calciatori abbiano il dente avvelenato contro le calciatrici. È che ogni tanto, prima del pallone, in campo entrano i pregiudizi. E quelli sono decisamente più difficili da marcare», si legge nella pagina instagram di Play2give, che con She Plays punta sul calcio misto per mettere ragazzi e ragazze della Generazione Z nella condizione di condividere il campo e imparare a giocare insieme. A far parte del progetto Chiara Di Natale, ex calciatrice e psicologa dello sport e Giannina Lattanzio, calciatrice professionista ed ex nazionale dell’Ecuador.
Ma l’inclusione passa anche attraverso la possibilità di offrire nuove opportunità a chi vive lontano. È così che quest’anno She Plays è arrivato fino in Kenya, a Kisumu, dove vive Irene, una ragazza di 15 anni che si allena con WeFootball Academy. Per un intero anno scolastico, Irene sarà seguita a distanza da Giannina Lattanzio, mentre Play2Give si farà carico delle spese scolastiche e sportive. Un modo per trasformare il calcio in un’occasione concreta di crescita, dentro e fuori dal campo.
La mappa delle piccole comunità virtuose
Oggi l’obiettivo di Play2Give è trasformare il manifesto in un punto di partenza per nuove collaborazioni e iniziative. In Italia, infatti, esistono molte esperienze di sport sociale e inclusivo, ma spesso sono poco conosciute e non hanno occasioni per incontrarsi e confrontarsi. «Abbiamo riscontrato come nel nostro Paese esistano e pulsino mille attività sociali, solidali e inclusive che rappresentano un arcipelago di isole virtuose ma quasi invisibili», racconta Michelazzo. Foolball vuole unire queste isole in una «mappa delle piccole comunità virtuose», partendo da Milano e allargandosi a tutto il Paese.
Lo scopo, dunque, è far incontrare associazioni, gruppi e comunità che utilizzano il pallone come occasione di aggregazione, educazione e cambiamento sociale. Non una nuova federazione, o un’organizzazione basata su tesseramenti, ma una rete costruita attraverso il confronto, il racconto e lo scambio di esperienze umane e territoriali diverse. Perché quello che accade su un campo di periferia, in una scuola o all’interno di carcere può diventare un modello da condividere anche altrove, seguendo il principio alla base del progetto: «quello che il mondo divide, il calcio unisce».
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