
Nessuno sguardo è neutrale, e quello della cinepresa non fa eccezione. È da questa premessa che prende forma l’idea di male gaze, lo sguardo maschile (e in particolare quello di un uomo bianco ed eterosessuale) eretto a parametro normativo attraverso cui il mondo viene analizzato, generando equilibri – e, più spesso, squilibri – di potere ben precisi.
Un tema, quello della riappropriazione della narrazione, che ha attraversato la 40esima edizione del MiX Festival Internazionale di Cinema LGBTQ+ e Cultura Queer, andata in scena a settembre tra il Piccolo Teatro Strehler di Milano e la Casa di Quartiere Garibaldi. Sotto la direzione artistica di Lara Vespari e Federico Manzionna, la kermesse ha celebrato questo storico traguardo con il claim-manifesto #whatsnext. Un invito a utilizzare la settima arte non solo per “interrogare” gli occhi con cui la si guarda, ma anche per cambiare sguardo e ridisegnarlo sempre di nuovo.
L’eredità di Laura Mulvey e l’inganno de “La vita di Adele”
Le radici di questa riflessione risalgono al 1975, quando la teorica Laura Mulvey, nel saggio Visual Pleasure and Narrative Cinema, muove una caustica critica al cinema hollywoodiano. Secondo Mulvey, il modo in cui la telecamera si muove, i dettagli su cui indugia, la costruzione delle inquadrature e il loro assemblaggio: tutto concorre a oggettivare e sessualizzare le donne per solleticare, compiacere e appagare lo sguardo maschile. Il cinema, dunque, rappresenterebbe per Mulvey un ulteriore ambiente in cui la logica patriarcale e la sua struttura di potere trovano spazio per consolidarsi.
A cinquant’anni di distanza, la questione è tutt’altro che risolta. Nel panorama queer, il caso de La vita di Adele (2013) resta l’esempio più emblematico: un’intimità saffica finita, suo malgrado, fagocitata da una fantasia maschile. Per superare questo sguardo normativo non basta semplicemente cedere la cinepresa a nuove soggettività: occorre scardinare un intero ecosistema visivo abituato a frammentare, oggettivare e consumare i corpi.
Ecco, dunque, una selezione di pellicole –alcune transitate anche dagli schermi del MiX – capaci di emanciparsi da questa prospettiva, in un cinema in cui l’identità cessa di essere pura merce.
Ortodossia e repressione di stato: tutti i volti dell’autodeterminazione
Disobedience (2017), diretto da Sebastián Lelio e co-scritto con Rebecca Lenkiewicz. «Le donne cambiano il nome ogni giorno, prendono il nome del marito e la loro storia personale scompare. Non è così?». Rachel è una fotografa e alla sua storia non ci vuole rinunciare. Lascia la comunità ebraica ortodossa londinese in cui è cresciuta per ricostruirsi a New York, in antitesi al suo amore adolescenziale, Esti, che ha deciso di restare. Più che un’indagine sull’amore proibito, il film si libera dal male gaze restituendo alle protagoniste il potere assoluto sulle proprie scelte. Non giudica, non insegna, non ha una morale se non forse che l’unica morale è quella che scegli, da sola, per te stessa.
Blue Jean (2022). Inghilterra, 1988. Sotto la scure della Sezione 28, la controversa legge omofoba del governo Thatcher, l’insegnante di educazione fisica Jean vive un logorante sdoppiamento, nascondendo la propria omosessualità e la sua relazione, fino a permettere che una sua alunna venga discriminata ed espulsa. L’opera prima di Georgia Oakley analizza lo sguardo giudicante esogeno che si fa trauma interiorizzato. Il gaze tossico, qui, è quello di una società che costringe a vivere nell’ombra. Nessun eroismo didattico, ma l’anatomia del suo fallimento: la regista libera la protagonista dall’obbligo di compiacere lo spettatore, mostrandoci come solo in quel momento il suo processo di accettazione inizia davvero.
L’eteronormatività come orrore
Scelto per inaugurare la 40esima edizione del MiX, l’esordio dell’australiano Adrian Chiarella, Leviticus (2026), trasforma il soffocante microcosmo di una comunità cristiana fondamentalista nel teatro di un horror queer. I giovani Naim e Ryan vedono il loro primo amore minacciato da un’entità oscura che assume il volto del ragazzo amato. Sovvertendo i codici del terrore, il film ribalta le dinamiche dell’osservazione: l’orrore vero diventa quello di un sistema eteronormativo che derubrica l’affetto a peccato, trasformando il desiderio in paura.
Il rifiuto del voyeurismo
“Vuoi essere lei o vuoi stare con lei?”. Presentato alla Berlinale e al MiX, Saccharine (2026) di Natalie Erika James esplora questa dicotomia attraverso Hana, studentessa di medicina in bilico tra la fame d’amore e un’ossessiva ricerca di magrezza estrema. James rifugge ogni romanticizzazione del dolore giovanile. È uno sguardo che rifiuta il voyeurismo estetizzante per concentrarsi sul malessere profondo di una ragazza alla ricerca di un ancoraggio emotivo.
Quando l’uomo (per una volta) resta al margine
Reno, Nevada, nel 1959, Desert Hearts (1985) racconta l’incontro tra Vivian, misurata docente in attesa di divorzio, e Cay, scultrice insofferente alle convenzioni borghesi. La pellicola intreccia le traiettorie di figure femminili accomunate da un’intima e vitale spinta di rottura. A decenni di distanza, il film continua a decostruire lo sguardo maschile mettendo in scena una presa di coscienza femminile che non elemosina alcuna approvazione esterna per esistere. Una risposta, pionieristica e radicale, a quella grande sfida oggi rilanciata dal MiX: What’s next?
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