Istruzione, secondo i test Ocse Pisa gli studenti sono impreparati alla vita adulta

In questi giorni il rientro in classe di bambini, bambine e adolescenti in Italia si accompagna alla pubblicazione degli ultimi risultati del rapporto Ocse Pisa, l’indagine promossa dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che misura e compara le competenze degli studenti 15enni in giro per il mondo.

Dalla fotografia relativa al 2025 emerge che, da una parte, gli studenti italiani ottengono punteggi superiori alla media internazionale.

Dall’altra, però, desta preoccupazione il calo che da almeno 10 anni a questa parte stanno avendo le prestazioni dei ragazzi in tutto il mondo, e in particolare quelli dell’area Ocse, nelle tre discipline considerate nei test, scienze, matematica e lettura.

I livelli medi di performance del 2025 sono i più bassi mai osservati. Il programma, che è svolto con cadenza triennale, valuta non solo ciò che gli studenti hanno appreso, ma soprattutto la loro capacità di applicare tali conoscenze alle situazioni del mondo reale. L’obiettivo infatti è quello di valutare in che misura gli adolescenti possiedono le competenze chiave per integrarsi nella vita sociale ed economica che li circonda, alle soglie della vita adulta e quando l’obbligo scolastico sta per terminare.

Ad aspettarli fuori, nel frattempo, c’è un mondo in rapido cambiamento ed è più che mai importante avere le competenze giuste per governarlo.

Crollo verticale

Il Programma per la Valutazione Internazionale degli Studenti, meglio noto come Pisa, è il più grande studio comparativo internazionale nel campo dell’educazione. Dal 2000 rileva il livello di padronanza delle competenze degli adolescenti in tre domini fondamentali (matematica, scienze, lettura) e nel 2025 i test hanno coinvolto circa 760mila studenti in più di 90 Paesi. Qui è possibile cimentarsi nel test e verificare se il proprio livello di preparazione è superiore a quello di uno studente di 15 anni.

Le nazioni e le regioni asiatiche si sono imposte ai primi posti, anche quest’anno. L’Italia ha ottenuto un punteggio superiore alla media Ocse in lettura (474 punti contro 461), leggermente sopra in matematica (468 punti, superando la media Ocse di 463 punti) e più o meno pari nelle scienze. Guardando alla serie storica, inoltre, i risultati medi non sono distanti da quelli del 2022, con un miglioramento in scienze.

Tuttavia i risultati medi raggiunti a livello nazionale nascondono disuguaglianze territoriali. Gli studenti che non raggiungono il livello minimo di competenze in scienze sono il 14,4% nel Nord-Ovest e il 32,3% al Sud, in lettura si passa dal 16,2% al 34,2% e in matematica dal 21,9% al 44%. 

C’è un significativo divario di competenze anche tra gli indirizzi scolastici: nei licei, il raggiungimento delle competenze di base in lettura è quasi generalizzato (il 91% degli studenti raggiunge almeno il Livello 2) mentre negli istituti professionali scende al 40%. In matematica gli studenti del liceo si collocano sopra la media nazionale (501 punti) seguiti dagli istituti tecnici (449) mentre i risultati calano negli istituti professionali (386). Nei licei solo il 17% non raggiunge il livello base mentre sale al 69% negli istituti professionali. In Italia, le ragazze superano i ragazzi di 28 punti mentre in matematica e nel problem solving computazionale la situazione si inverte, con un vantaggio di 17 e 22 punti a favore dei ragazzi.

In generale i punteggi sono in calo e non sono mai stati così bassi. Nella zona Ocse, 1 15enne su 5 è a basso rendimento in tutte e tre le materie esaminate, in aumento rispetto al 16% del 2022. Tra il 2015 e il 2025 il calo medio registrato in lettura e in matematica è di oltre 20 punti, corrispondenti a un anno di scolarizzazione. Ciò significa che il rendimento di un 15enne di oggi è quello che ci si aspetterebbe da un 14enne, con potenziali implicazioni economiche, ammonisce l’Ocse, a lungo termine.

«Il calo di preparazione degli studenti 15enni in materie chiave per lo sviluppo di competenze di cittadinanza pone una grave ipoteca sul futuro delle nostre democrazie e deve spingere a un complessivo rafforzamento degli investimenti nella istruzione», commenta Raffaela Milano, Direttrice Ricerca di Save the Children. Persiste, inoltre, il peso delle diseguaglianze socio-economiche. «Per questo, è fondamentale focalizzare le aree di miglioramento e investire in modo prioritario e continuativo nelle aree più vulnerabili. Concluso il Pnrr con i relativi finanziamenti destinati all’istruzione – pari a 17,59 miliardi – «è fondamentale garantire investimenti strutturali e stabili nel tempo per offrire un’istruzione di qualità e opportunità di crescita a tutti a prescindere dalle condizioni economiche di partenza e dai territori di provenienza» spiega Milano.

Le implicazioni

Non si tratta solo di perdere conoscenze ma anche opportunità future: una forza lavoro meno qualificata riduce la produttività complessiva, rallenta l’innovazione (meno scienziati e innovatori pronti e preparati a dare risposte originali a problemi contemporanei) e minaccia la competitività globale.

Allo stesso tempo, un’economia forte ha bisogno di una educazione di qualità. Un incremento dei punteggi Pisa di appena un quarto di deviazione standard, evidenzia The Economist, potrebbe tradursi in un aumento della crescita economica annua pari a mezzo punto percentuale nei Paesi Ocse.

Cosa comportano punteggi bassi nei test?

In matematica, mentre le macchine arrivano a dimostrare teoremi fino a oggi rimasti irrisolti (come è successo con OpenAi al lavoro sull’equazione di Navier-Stokes, uno dei sette problemi irrisolti noti come Millennium Prize Problems), un 15enne medio fatica a comprendere la relazione tra unità e prezzo. Una competenza base che serve anche solo per fare la spesa o leggere una bolletta.

In scienze si traduce nell’incapacità di interpretare dati semplici o leggere un grafico, ma a lungo termine significa anche rischiare di rimanere esclusi da un’economia, come quella moderna, che si fonda sulle Stem e sull’analisi avanzata dei dati.

Ancora più alla base, la lettura è la porta d’accesso attraverso cui passa la gran parte dell’apprendimento. Che gli studenti stiano risolvendo un problema di algebra, leggendo una pagina di storia o filosofia o ripetendo un esperimento scientifico, devono prima riuscire a comprendere il testo che hanno di fronte e capire, soprattutto, se è una fonte affidabile.

Nubi all’orizzonte

Alcune delle ragioni del calo nelle prestazioni nella lettura sono legate a distrazioni digitali (più tempo passato davanti agli schermi e un uso dei device anche nelle ore di scuola); all’utilizzo dell’ai (a cui ci si affida anche per i compiti) e a una diminuzione dei tassi di lettura per piacere.

Proprio la tecnologia è il banco di prova per il futuro. Nuove figure professionali stanno emergendo, ma richiederanno dimestichezza con le tecnologie digitali e le discipline Stem. Già oggi, stima un report di The European House Ambrosetti e Lutech, il 40% delle offerte di lavoro presenti su LinkedIn richiede competenze digitali avanzate. All’opposto, l’ai potrebbe arrivare ad eseguire compiti chiave, portando a una riduzione della domanda di lavoro e incidendo sui salari.

Senza una solida preparazione di base, le società rischiano di non avere le competenze necessarie per pilotare queste trasformazioni tecnologiche. Ma l’evoluzione è già in atto: il 19 e 20 settembre i ministri delle Finanze dell’Unione europea si sono riuniti a Dublino e, per l’occasione, il Fondo monetario internazionale ha presentato un report sui rischi connessi all’intelligenza artificiale. Dal documento emerge, tra le altre cose, che circa il 60% dei lavoratori in Europa è impiegato in occupazioni altamente esposte all’ai. A crescere in futuro, inoltre, sarà la domanda di lavoratori specializzati, mentre le professioni più routinarie rischiano di diventare obsolete o di essere soppiantate.

Anche in un mondo di rapidi cambiamenti guidati dall’ai, un’istruzione di qualità resta la base per migliorare competitività e capacità di innovazione.

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