
E se, invece di chiederci chi è matto, provassimo per una volta a chiederci chi è davvero normale? Quello che lavora troppo, quello che deve controllare tutto, quello che non sopporta gli errori, quello che passa ore sullo smartphone, quello che esplode per un nonnulla. Se esistesse una diagnosi per ogni comportamento fuori misura, probabilmente avremmo tutti una patologia.
È partita da questo paradosso l’ottava edizione del “Matto dell’Anno”, il premio promosso dalla Fondazione Lighea e assegnato quest’anno alla giornalista Milena Gabanelli. Una serata al Teatro Gerolamo di Milano che ha scelto di parlare di salute mentale senza relegarla a una questione che riguarda “gli altri”: musica, teatro, ironia e provocazioni per mettere in discussione il confine, spesso meno netto di quanto immaginiamo, tra normalità e diversità, equilibrio e follia.
Sul palco, insieme alla premiata, la musica del pianista e compositore Roberto Franca e del violinista Alessandro Acri. A consegnare il riconoscimento Antonio Albanese, attore, regista e scrittore, a sua volta premiato come Matto dell’anno nel 2025.
«Il senso della festa del Matto dell’anno è riuscire a comunicare che le persone che convivono con le difficoltà legate al disagio psichico non sono altro da noi. Il “matto” non è altro da noi, è chi ha un mal di vivere profondo, al di là delle diagnosi mediche», spiega Giampietro Savuto, psicologo e fondatore della Fondazione Lighea.
È questo, in fondo, il punto da cui parte il premio: non negare la sofferenza psichica e nemmeno mettere in discussione il valore delle diagnosi, ma ricordare che una diagnosi non coincide con una persona. Può aiutare a comprendere una condizione, a orientare una cura, ma non racconta da sola la complessità di chi abbiamo davanti.
La “diagnosi ” di Milena Gabanelli
La provocazione è diventata particolarmente evidente proprio nel momento della premiazione. Quella di Gabanelli, naturalmente, è una diagnosi immaginaria, costruita per il palco a partire da alcuni tratti che hanno segnato la sua storia professionale: la precisione, il controllo dei dati, la verifica dei fatti.
La conclusione, giocata sul filo dell’ironia, è un «disturbo ossessivo-compulsivo molto ben sublimato da una buona dose di ironia».
Il meccanismo è semplice: prendere una caratteristica, esasperarla e trasformarla in una presunta patologia. Ma proprio così il gioco porta alla luce una domanda tutt’altro che leggera: quanto basta per trasformare un tratto della personalità in un’etichetta?
Nel caso di Gabanelli, l’attenzione alla verifica e alla verità delle notizie è diventata metodo. Dai reportage di guerra a Report, fino a Dataroom, il suo lavoro giornalistico si è costruito sulla capacità documentare, verificare, tornare sui dati. Una caratteristica che è diventata una cifra distintiva e che ha fatto scuola nel giornalismo italiano.
Dalla follia al pregiudizio
A interrogare il significato della parola “matto” è stato anche un mockumentary realizzato dalla Fondazione Lighea e da Pietro Taronna, costruito sul confine tra storia, finzione e intelligenza artificiale.
Lo spunto prende le mosse da una tesi di Michel Foucault sulla storia della follia e sulla possibile origine dei manicomi a partire dai lebbrosari: luoghi destinati all’isolamento dei malati durante le epidemie e poi utilizzati per separare dalla società altri “diversi”, dai criminali alle persone considerate folli.
Il racconto gioca con questa sovrapposizione e con la costruzione artificiale della realtà: immagini, interviste e voce narrante sono realizzate anche attraverso l’intelligenza artificiale. Il risultato è un cortocircuito volutamente ambiguo, che porta a interrogarsi su quanto sia facile confondere realtà e rappresentazione, informazione e pregiudizio.
E soprattutto ribadisce una cosa apparentemente ovvia: la follia non è contagiosa. Una ovvietà, in apparenza, che è però la stessa che porta ad allontanare chi soffre dalle vite di chi sente normale.
Una festa per mettere in discussione la normalità
La scelta di Milena Gabanelli come “Matta dell’Anno” diventa così il modo non di celebrare la follia, che è sofferenza, ma utilizzarla come lente per guardare alle nostre idee di normalità.
Anche Antonio Albanese, chiamato a consegnarle il premio, appartiene a quel territorio di confine. I suoi personaggi portano all’estremo difetti, tic e contraddizioni quotidiane fino a renderli riconoscibili, proprio perché dietro la caricatura spesso c’è qualcosa di molto umano.
Il messaggio della serata al Teatro Gerolamo, forse, sta tutto qui: la normalità non è necessariamente il contrario della follia e una persona non può essere ridotta alla sua diagnosi, così come non può essere definita soltanto dai suoi tratti più evidenti.
Alla fine resta una domanda: quanto siamo disposti a mettere in discussione la nostra idea di normalità prima di cominciare a chiamare “diverso” tutto ciò che non ci somiglia?
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