Aborto e salute riproduttiva: censurati in Italia i siti Women on Web e Women Help Women

La notizia arriva da uno studio dell’Osservatorio globale sulla censura online ed è di quelle che fa riflettere: due tra i principali siti internet che forniscono informazioni in materia di aborto e di salute riproduttiva delle donne – Women on Web e Women Help Women – sono stati silenziati.

Dal mese di novembre l’Ooni registra come ripetute interruzioni abbiano di fatto impedito l’accesso alle piattaforme e, senza mezzi termini, parla di censura. La questione tocca l’Italia, dopo l’Iran, la Turchia, le Filippine, la Corea del Sud, la Spagna, il Kuwait e l’Argentina. Analoghi blocchi sono stati documentati in Polonia, in Kenia, in Pakistan e in Georgia.

Il fatto è gravissimo. Basterà pensare che solo lo scorso anno la pagina di Women on Web riporta di aver ricevuto e riscontrato oltre 1.500 messaggi provenienti da donne del nostro Paese e che in più di 700 casi quei contatti si sono trasformati in vere e proprie richieste di aiuto; Women Help Women ne conta altre 1.000.

Il contesto

Oscurare piattaforme di questa utilità ha conseguenze fin troppo evidenti, in particolare quando accade in un contesto come il nostro dove l’aborto è sempre di più sotto attacco nel dibattito politico (si pensi da ultimo alle posizioni inaccettabili del partito di Vannacci). Fuor di dubbio che ancora oggi le indicazioni dell’OMS in materia di interruzione della gravidanza farmacologicamente eseguita, al sicuro e senza bisogno di fare accesso alle strutture sanitarie, restino di difficilissima attuazione.

L’incidenza di medici obiettori dentro la sanità pubblica non è il solo nodo, però. Risale alla primavera di due anni fa la disposizione – introdotta peraltro in sede di conversione di un decreto-legge sul Pnrr, la legge n. 56/2024 – che ha spalancato le porte dei nostri consultori al Movimento per la vita e simili, consentendo alle regioni di avvalersi del coinvolgimento di «soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità».

I dati italiani sull’aborto, consegnano una fotografia vecchia di tre anni e un Paese spaccato

Non va meglio se parliamo di dati che risultano complicatissimi da trovare, ma anche da leggere. La Relazione sulla 194, trasmessa dal Ministero della Salute al Parlamento ai primi di marzo del 2026 consegna numeri superati da un triennio.

Per sapere ciò che accade ai giorni nostri, si deve ricorrere a Mai dati IVG 2026. Il dataset raccoglie le IVG chirurgiche e farmacologiche delle quali si è potuto avere notizia solo dopo aver fatto ricorso all’accesso civico, procedura promossa regione per regione dall’associazione Luca Coscioni. L’istantanea dà conto del 2023, 2024 e in parte anche del 2025.

L’Italia ne esce a differenti velocità:

 Nel 2024 il ricorso al farmacologico supera il 50% delle IVG in 15 delle 17 Regioni che hanno fornito dati completi, con un picco dell’88,7% in Molise e i valori più bassi in Friuli-Venezia Giulia (40,2%) e Marche (41,5%). La crescita tra 2023 e 2024 è marcata ma disomogenea (fino a +16,5 punti in Sardegna).

Si devono poi fare i conti con l’assenza di Calabria e Provincia autonoma di Trento che non hanno comunicato dati, oltre che con la disomogeneità e la parzialità del materiale trasmesso.

A diciassette anni dalla regolamentazione Aifa della Ru486 il problema rimane, eccome.

Modificare le carte costituzionali per riconoscere e garantire autodeterminazione e salute sessuale delle donne

Nel frattempo, giacciono in Parlamento, plurime iniziative che in questi anni hanno provato a rimettere sul tavolo la questione. In attesa di passare all’esame in Senato, da dicembre 2024, è ad esempio il disegno di legge di iniziativa Pd, rubricato al n. 1213 Modifiche all’articolo 13 e 32 della Costituzione in materia di riconoscimento e garanzia costituzionale dell’autonomia nella sfera sessuale e procreativa e dell’accesso sicuro ed effettivo delle donne all’interruzione volontaria della gravidanza (firmatari D’ELIA, CAMUSSO, CRISANTI, FINA, LA MARCA, MARTELLA, NICITA, TAJANI e ZAMBITO).

L’atto si allinea alle sollecitazioni del Parlamento europeo nel senso di una revisione della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, perché sia tutelato esplicitamente il diritto all’accesso all’interruzione volontaria della gravidanza. Si pensi alla risoluzione che l’11 aprile 2024 approvava la necessità di aggiungere un comma 2-bis all’articolo 3 della Carta:

«Ogni persona ha diritto all’autonomia del corpo e all’accesso libero, informato, pieno e universale alla salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti, come pure a tutti i servizi di assistenza sanitaria correlati, senza discriminazioni, compreso l’accesso a un aborto sicuro e legale».

È del 26 febbraio 2026 la Comunicazione della Commissione a seguito dell’iniziativa dei cittadini europei (ICE) – denominata “My Voice My Choice: For Safe and Accessible Abortion” –  che ha visto coinvolte oltre 1 milione di persone, con l’obiettivo comune di consentire agli Stati l’utilizzo di finanziamenti a sostegno dei servizi di interruzione volontaria di gravidanza.

1.124.513 dichiarazioni di sostegno, raccolte da cittadini di tutta l’UE in 19 paesi, hanno prodotto un’importante risposta della Commissione che ha tirato in ballo il principale strumento dell’Unione per l’attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali:

«gli Stati membri possono fare affidamento sugli strumenti dell’UE esistenti per migliorare la parità di accesso a servizi sanitari legalmente disponibili e a prezzi accessibili, compresi i servizi per l’aborto sicuro. Il sostegno dell’UE può essere erogato attraverso il programma del Fondo sociale europeo Plus (FSE+), qualora gli Stati membri desiderino, su base volontaria e conformemente al loro diritto nazionale, offrirlo, in particolare utilizzando o riassegnando le risorse disponibili nell’ambito dei loro programmi FSE+».

In Italia la controtendenza permane come un macigno sui diritti di tutte.

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