Occupazione femminile: le laureate trovano spazio solo dove il titolo è obbligo di legge

L’occupazione delle laureate in Italia si concentra nei contesti dove il titolo di studio è richiesto per legge, come avviene ad esempio nei settori dell’Istruzione e della Sanità, oppure dove viene utilizzato in modo autonomo in attività che richiedono l’ammissione a un ordine professionale. La presenza femminile è invece ridotta rispetto a quella della componente maschile nei settori dove la laurea non costituisce un obbligo di legge ma è richiesta dal datore di lavoro a garanzia della dotazione di conoscenze specifiche e competenze tecniche ritenute necessarie per svolgere determinate attività professionali.

Il confronto tra Paesi europei evidenzia che l’Italia occupa le prime posizioni della graduatoria nei settori in cui il titolo di studio è prevalentemente richiesto per legge, ma si colloca nelle ultime posizioni quando le assunzioni sono affidate solo alla discrezionalità del mercato.

La distribuzione per settore dell’occupazione delle neolaureate replica sostanzialmente quella dell’occupazione complessiva: il principale sbocco professionale è infatti rappresentato dall’insegnamento, che supera di gran lunga tutti gli altri settori di attività. La presenza femminile nei settori privati ad alta qualificazione resta invece molto più bassa, sia rispetto ai comparti in cui il titolo è richiesto per legge sia rispetto alla componente maschile, anche quando la laurea è conseguita nell’ambito delle discipline STEM.

Dove si concentra l’occupazione delle laureate

Le occupate con laurea in Italia sono attualmente quasi 3 milioni e mezzo (Figura 1); superano in numero la componente maschile che si attesta a 2 milioni e settecentomila, e si ripartiscono tra lavoro autonomo (19%) e lavoro subordinato (81%). Per la componente maschile la quota dell’occupazione indipendente sale a 28%, e quella dell’occupazione dipendente scende a 72%. Le laureate sono quindi più numerose dei laureati, ma sono meno presenti nel lavoro autonomo.

Figura 1 – Occupati con laurea per genere in Italia al 2025. Valori assoluti in migliaia. Elaborazione su dati Eurostat

Consideriamo in primo luogo le laureate che lavorano in proprio svolgendo attività di natura prevalentemente intellettuale, spesso legate all’iscrizione a un ordine professionale o a un albo specifico. Rientrano in questa categoria le libere professioniste come avvocate, commercialiste, architette, ingegnere, veterinarie, mediche, dentiste, psicologhe, fisioterapiste e così via. Nel trascorso decennio le occupate indipendenti laureate sono aumentate in modo consistente, passando da 100 del 2015 a 120 attuali e posizionandosi al primo posto nella classifica dei Paesi europei (Figura 2): oggi in Italia lavora in proprio quasi una laureata su cinque (19%), una quota più che doppia rispetto alla media. Questo primato del nostro Paese vale anche per la componente maschile, la cui quota sale al 28% contro il 17% della media.

Figura 2 – Quota percentuale dell’occupazione femminile laureata indipendente sull’occupazione femminile laureata totale nei Paesi europei al 2025. Elaborazione su dati Eurostat.

Le laureate nel lavoro dipendente

La distribuzione per settori delle laureate occupate come dipendenti (Figura 3) evidenzia la concentrazione molto marcata delle occupate nei due ambiti dell’Istruzione (26%) e della Sanità e assistenza sociale (22%). Se a questi settori si aggiungono le dipendenti della Pubblica amministrazione (8%) la loro somma aggrega più della metà delle laureate dipendenti (55%) in un contesto in cui il titolo di studio è quasi sempre un obbligo di legge.

Figura 3 – Distribuzione percentuale dell’occupazione femminile dipendente con laurea per settore in Italia al 2025. Elaborazione su dati Eurostat

A differenza delle laureate, la distribuzione per settore della componente maschile è meno concentrata. I laureati di genere maschile si distribuiscono più uniformemente tra le varie attività: al primo posto si trova il settore Manifatturiero, che aggrega il 18% dei dipendenti laureati; seguono i settori dell’Istruzione e della Sanità e assistenza sociale, che pesano ciascuno circa la metà di quelli femminili (rispettivamente 13% e 12%). La Pubblica amministrazione si posiziona al quarto posto in classifica, col 12% di dipendenti, superando la componente femminile grazie al comparto della Difesa). Sommando gli occupati dei settori dell’Istruzione, della Sanità e della Pubblica amministrazione si ottiene una quota del 37% per i laureati contro il 55% delle laureate.

Le laureate e il settore Istruzione nei Paesi europei

L’Italia non è il solo Paese europeo in cui l’insegnamento rappresenta il principale sbocco occupazionale delle laureate, ma il peso del settore Istruzione non è altrettanto consistente negli altri Paesi europei: in Francia ad esempio questo settore occupa solo il 16% delle laureate, in Spagna il 19%, in media europea 21% (Figura 4).

Figura 4 – Quota percentuale dell’occupazione dipendente con laurea nel settore Istruzione nei Paesi europei al 2025. Elaborazione su dati Eurostat

Cosa cambia per le neolaureate

Vediamo in primo luogo in quali settori di attività hanno trovato lavoro le 84.157 neolaureate del 2025, un anno dopo la laurea (Figura 5).

Figura 5 – Distribuzione delle neolaureate per settore di attività un anno dopo il conseguimento del titolo. Elaborazioni su dati Almalaurea

I settori rappresentati nella Figura 6 non sono perfettamente comparabili con quelli della classificazione Eurostat riferite all’insieme delle laureate, ma al primo sguardo, assimilando le “consulenze varie” alle professioni indipendenti (11,5%) e sommandole ai settori Istruzione (28,3%) e Sanità (11,8%) si ottiene una quota pari al 51,6%: anche per le neolaureate una concentrazione settoriale di poco inferiore a quella delle laureate di ogni età (58%), con il settore dell’Istruzione che concentra una quota più che doppia rispetto al secondo in classifica (Sanità).

Perché le laureate e le neolaureate si concentrano in questi settori

Le preferenze hanno sicuramente un ruolo importante in queste scelte professionali, in Italia come negli altri Paesi, ma è anche possibile che nel nostro Paese le norme di legge, i concorsi pubblici, e gli ordini professionali rappresentino un canale di accesso al lavoro più sicuro per le laureate che compensa le difficoltà di inserimento e le scarse opportunità occupazionali offerte dal settore privato. I dati Almalaurea possono fornire qualche conferma a questa ipotesi.

Laurea necessaria per obbligo di legge o per richiesta del datore di lavoro

Le università del Consorzio Almalaurea offrono attualmente 91 classi di laurea magistrale biennale e 7 classi di laurea magistrale a ciclo unico tra le quali le neolaureate hanno scelto il proprio percorso formativo. [1] I dati pubblicati indicano, per ciascuno di questi ambiti disciplinari, in quale percentuale la laurea è richiesta per legge e in quale percentuale è invece il datore di lavoro che la ritiene necessaria per l’assunzione.

Nella Figura 6 risulta evidente che, per l’insieme delle classi di laurea, la percentuale di laureate occupate il cui titolo di studio è obbligatorio per legge è più che doppia rispetto a quella delle laureate il cui titolo di studio è richiesto dal datore di lavoro; la situazione non cambia neppure per il sottoinsieme delle discipline STEM, dove la laurea è richiesta per legge in percentuale anche maggiore rispetto all’aggregato: 47% per legge contro 27% richiesta dal datore di lavoro.

Il confronto col genere maschile evidenzia che anche a parità di titolo di studio il mercato del lavoro porta uomini e donne verso modalità diverse di far valere la laurea: più spesso legata ad un obbligo di legge per la componente femminile e più richiesta dai datori di lavoro per la componente maschile, sia nelle discipline STEM sia nell’insieme delle classi di laurea.

Figura 6 – Quota percentuale dei laureati e delle laureate il cui titolo di studio è obbligatorio per legge o è richiesto dal datore di lavoro per l’insieme delle classi di laurea e per le sole discipline STEM. Elaborazioni su dati Almalaurea

Questo significa che per molte neolaureate, comprese quelle in discipline STEM, gli sbocchi più garantiti restano quelli delle professioni regolamentate e del pubblico impiego, non solo nel caso in cui queste attività siano genuinamente preferite, ma anche come miglior alternativa praticabile quando il settore privato esprime una domanda insufficiente.

Classi di laurea più richieste per obbligo di legge

Nella figura 7 sono rappresentate le prime dieci classificate delle 98 classi di laurea ordinate per quota di occupate il cui titolo di studio è necessario per legge (colore verde); in rosa è rappresentata invece, per ciascuna classe, la percentuale di donne sul totale dei laureati di quella classe. Si nota che le classi con la più alta percentuale di valore legale del titolo (Medicina 94%, Formazione primaria 80%, Farmacia 79%) sono proprio quelle che alimentano i settori Istruzione e Sanità, e sono anche quelle con una forte presenza femminile.

Figura 7 – Quota percentuale di laureati occupati il cui titolo di studio è richiesto per legge (prime 10 classi di laurea) e percentuale di donne sul totale dei laureati. Elaborazioni su dati Almalaurea

Classi di laurea più richieste dai datori di lavoro

Nella Figura 8 sono rappresentate invece le classi in cui la laurea è necessaria per l’assunzione per scelta discrezionale del datore di lavoro (Finanza, Scienze statistiche, Ingegneria gestionale, Ingegneria elettronica, Informatica, ecc.) registrano una minore presenza femminile e sono richieste in prevalenza al settore privato.

Figura 8 – Quota percentuale delle laureate occupate il cui titolo di studio è richiesto dal datore di lavoro (prime 10 classi di laurea) e percentuale di donne sul totale dei laureati. Elaborazioni su dati Almalaurea

Conclusione

Le laureate italiane concentrano le loro scelte occupazionali nei settori dove il titolo di studio è richiesto per legge (Istruzione, Albi professionali, Medicina). I laureati invece trovano lavoro più spesso in contesti nei quali è il datore di lavoro che richiede le competenze garantite dal conseguimento della laurea. Se le scelte femminili non sono esclusivamente le conseguenze di preferenze genuine per l’insegnamento o la cura, ma sono almeno in parte dovute alla percezione della scarsità della domanda di lavoro qualificato espressa dal settore privato, allora anche lavorare sugli stereotipi per aumentare il numero di laureate STEM non servirà a molto, perché il valore legale del titolo sarà comunque la miglior garanzia reale di occupazione e tutela, e la valorizzazione delle laureate resterà un nodo irrisolto del mercato del lavoro italiano.

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[1] – Sono escluse le classi che non raggiungono i 100 laureati per anno. Inoltre, non sono qui commentati i dati Almalaurea riferiti alle due alternative che mostrano al punto di vista del laureato: a) la situazione in cui è il lavoratore stesso che giudica la laurea necessaria o quanto meno utile per svolgere la sua attività, anche se il titolo non è obbligo di legge né richiesto dal datore di lavoro, perché riconosce che il percorso di studi gli ha fornito conoscenze che facilitano la gestione quotidiana dei compiti; e b) la situazione in cui la laurea non è richiesta e neppure utile a giudizio del laureato, perché di fatto il titolo di studio non genera alcun vantaggio nello svolgimento del lavoro per il quale è stato assunto.