
Un periodo di assenza dal lavoro di pari durata per uomini e donne, pienamente retribuito, con l’obbligo di usufruirne per ciascuno dei due genitori. Sta prendendo forma in modo sempre più solido un movimento che individua in questa proposta la strategia più efficace per raggiungere molteplici obiettivi: sostenere le donne che affrontano in solitudine i primi mesi della propria maternità, valorizzare e coinvolgere i padri nel ruolo educativo e di accompagnamento allo sviluppo di bambini e bambine, contrastare una distribuzione ancora decisamente sbilanciata del lavoro di cura con le conseguenti penalizzazioni – per la componente femminile – nel mondo del lavoro.
Sul fronte politico, il percorso verso l’istituzione di un congedo paritario ha subìto una battuta d’arresto il 24 febbraio scorso, quando la Camera ha bocciato la proposta di legge in merito presentata dalle opposizioni. Dal 12 giugno 2026, però, il dibattito ha trovato nuovo slancio con l’avvio di una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare. La risposta è stata rapida e ha già portato, nella giornata del 26 luglio, al raggiungimento dell’obiettivo di 50mila firme necessarie per la trasmissione al Parlamento. Il comitato promotore Pari alla Pari vede al suo interno molti amministratori locali e diverse realtà della società civile da tempo impegnate su questo tema. Chiara Gaiola – assessora del Comune di Settimo Torinese (To) con deleghe all’Istruzione e alle Pari Opportunità – ne è la fondatrice.
Il comitato Pari alla Pari
«La bocciatura di febbraio ha suscitato una reazione importante tra famiglie, mondo associativo, terzo settore e anche tra le molte amministrazioni locali che cercano di farsi carico della conciliazione dei tempi del lavoro e della famiglia», racconta Gaiola portando come esempio l’esperienza del Comune di Settimo Torinese e del suo impegno per la gratuità dell’iscrizione agli asili nido. «Osservare quest’onda di delusione, anche tra i commenti online e sui social network, mi ha fatto pensare che i tempi fossero maturi per un’iniziativa popolare, l’unico strumento effettivo nelle mani dei cittadini».
Gaiola descrive così la nascita di un comitato che si è mosso a costo zero, basandosi sul passaparola e preferendo non cercare testimonial e volti noti. Si è privilegiata la creazione di una rete nell’associazionismo legato al mondo dell’infanzia e a sostegno delle donne. C’è, tra gli altri, il supporto di ActionAid, Fondazione Nidi Fioriti e di diverse realtà che promuovono nuovi modelli del maschile e della paternità come Parola ai Padri, Papà Pinguino, Uomini in ascolto, Mica Macho, Antropochè.
La raccolta firme e la proposta di legge
La proposta di legge ricalca, di fatto, quella già affrontata dal Parlamento a febbraio. Interviene sul Testo unico su maternità e paternità e punta a modificare l’attuale congedo obbligatorio per i padri portandolo dagli attuali 10 giorni ai 5 mesi previsti per le madri. Prevede, poi, la retribuzione al 100% per tutto il periodo (attualmente, per le madri, è per legge fissata all’80% salvo integrazioni dei contratti collettivi). Una differenza c’è e riguarda l’obbligatorietà, sottolinea Gaiola: «Nel testo che è stato bocciato c’erano quattro mesi obbligatori e uno facoltativo. Noi invece ci siamo detti che poiché in Italia i mesi obbligatori di astensione dal lavoro per le donne sono cinque, allora devono essere ugualmente obbligatori anche per gli uomini».
L’obbligo per i papà
Il concetto di obbligatorietà del congedo per gli uomini è un aspetto delicato, se si considera che, come confermano anche le ultime rielaborazioni di Save the Children sui dati INPS, il 35% dei papà ancora non usufruisce nemmeno dei 10 giorni attualmente previsti. «Non si vogliono obbligare gli uomini a stare a casa contro il loro volere», commenta Gaiola, ricordando che tra gli obiettivi del comitato – insieme alla proposta di legge e alla raccolta firme – c’è però anche un impegno di sensibilizzazione per un cambiamento culturale.
«Quando parliamo di obbligatorietà stiamo introducendo una facilitazione con il datore di lavoro. Un po’ come succede per la donna, lavoratrice dipendente, che deve stare a casa per cinque mesi quando nasce un figlio: non ha l’imbarazzo di chiedere se può. Dovremmo però riflettere sul fatto che questo obbligo viene contestato e frainteso solo da alcuni padri, mentre invece nessuno lo mette in discussione dal punto di vista femminile», aggiunge.
Costruire la parità
La proposta di legge prevede che i padri programmino obbligatoriamente i cinque mesi di congedo entro i 18 mesi di vita del nuovo nato o nata, affermando in modo deciso che i 10 giorni attualmente previsti non sono sufficienti. Questo, in particolar modo, nell’ottica di una condivisione delle responsabilità.
«Se all’inizio è sempre la mamma a recarsi dal pediatra o gestire le malattie, diventa lei l’esperta di quelle attività. Più difficilmente passerà questi compiti al papà e sarà lei anche negli anni successivi a prendere permessi assentandosi dal lavoro. Questo succederà poi con le riunioni per il nido, i colloqui con le educatrici, l’inserimento nella chat della scuola, rendendo la posizione lavorativa della mamma stabilmente più fragile. Essere intercambiabili nei primi mesi, invece, favorisce anche i papà nel prendere confidenza con compiti e carichi di cura, portandoli avanti negli anni successivi».
I primi 1000 giorni
Il sito del comitato promotore dà ampio spazio all’importanza di una genitorialità condivisa nei primi mesi e anni di vita ai fini dello sviluppo della persona. «Le ricerche hanno appurato che nei primi 1000 giorni si predetermina moltissimo del futuro della vita di bambine e bambini: attitudini, salute fisica e mentale. Avere entrambe le figure genitoriali presenti, o più presenti, è fondamentale anche per sostenere le condizioni di depressione post partum che in questa fase sono così frequenti».
La solitudine delle mamme nei mesi di congedo obbligatorio è un tema forte, anche alla luce di una composizione della società sempre più frammentata: «Una volta si faceva un figlio e c’era il villaggio attorno, ma se il numero delle nascite continua a calare, non ci sarà più nessun villaggio a cui guardare».
La risposta del Parlamento e le coperture finanziarie
I parlamentari non sono tenuti ad esaminare le proposte di legge di iniziativa popolare ed avviare un iter di conversione, anche nei casi in cui tutte le firme vengono raccolte nei tempi dovuti. Pensando alla bocciatura di febbraio sorge dunque spontaneo chiedersi con quale probabilità, a distanza di pochi mesi e con la stessa composizione delle Camere, ci si possa trovare di fronte ad un esito diverso.
«Non ci stiamo illudendo», riconosce Gaiola, «anche se vanno considerate alcune differenze: in primo luogo la raccolta firme si concluderà a dicembre, il periodo in cui si parla della legge di bilancio e dell’allocazione delle risorse». La bocciatura di febbraio è stata motivata con la mancanza di coperture finanziarie e per questo Pari alla Pari ha costituito al suo interno un comitato scientifico per approfondire questo aspetto ed elaborare proposte specifiche. «Avremo modo di osservare se in Parlamento verrà fatta una battaglia o meno, per trovare queste risorse».
Il test elettorale
«Guardando al prossimo inverno», conclude Gaiola, «va poi considerato che saremo già in piena campagna elettorale, tutti parleranno di programmi». La presentazione della proposta di legge viene vissuta dal comitato anche come un test, per mettere alla prova gli esponenti dei partiti: «vedremo dove vuole investire chi oggi governa, come vuole allocare le risorse. Vedremo se le diverse forze politiche vogliono andare in questa direzione, inserendo una legge di questo tipo nei loro programmi. Nessun programma elettorale di senso potrà non affrontare il tema della famiglia e della denatalità in questo paese».
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