Sri Lanka, la sfida delle donne: istruzione e lavoro contro il patriarcato

«Non è 1 donna su cinque che subisce violenza, come raccontano i documenti ufficiali, ma molto di più. La violenza di genere è così radicata da essere normalizzata». A parlare è Raffaella D’Agostino, titolare della Arugam Bay College, scuola che ha aperto con altre tre mamme nel 2019 nella costa orientale dello Sri Lanka.

Nata a Milano e cresciuta a Londra, Raffaella è arrivata nell’ex colonia britannica negli anni ’90, in piena guerra civile, durante un viaggio in giro per il mondo in solitaria. È rimasta lì per oltre un anno, conquistata da una terra ancora selvaggia e per nulla turistica. L’autenticità, a tratti drammatica dell’isola, l’ha spinta ad acquistare un terreno e aprire una surf house. «Mi sono sposata con un cingalese con cui undici anni fa ho avuto una bambina: è stata lei a darmi la motivazione per avviare la scuola: vorrei dare alla sua generazione la prospettiva di un futuro migliore, e la formazione è il primo strumento per garantirsi una vita libera» – assicura.

Il cambiamento passa dalla scuola

L’istituto accoglie circa 50 bambini e bambine, per la maggior parte locali, in molti casi figli di persone analfabete. «È molto difficile far capire ai genitori l’importanza dell’istruzione. Qui – spiega – è ancora tutto molto basato sulle tradizioni e sullo sciamanesimo. E spesso la religione divide, anziché unire».

Poi, c’è la questione femminile. «Le donne sono trattate malissimo e relegate allo spazio domestico. Io stessa, come donna imprenditrice, per di più occidentale, sono guardata con diffidenza. Ciò che è peggio è che molte ragazze essendo cresciute circondate dalla violenza, sono convinte che sia normale essere picchiate o stuprate dai propri compagni».

L’84% delle donne srilankesi è stata uccisa nella propria abitazione da qualcuno che conosceva; una su tre, tra le donne violentate dai propri partner, ha pensato al suicidio, denuncia la Sambol Foundation, no profit che opera nel Paese aiutando le donne a liberarsi della violenza. La Fondazione sta anche costruendo il primo “safe village”: un’area con centri terapeutici, asili nido, laboratori formativi e rifugi per donne e bambini in fuga. Ma l’ostacolo più grande è la cultura.

L’eredità della guerra civile

«I cinquantenni di oggi, in Sri Lanka, sono cresciuti immersi nella guerra e questo ha avuto un impatto fortissimo nella loro formazione – confida Raffaella -. Anche mio marito, quando era solo un ragazzo, è stato costretto a scappare e a rifugiarsi nella giunga, da solo, per mesi. Ancora oggi non riesce a sopportare il colore rosso, gli ricorda il fiume di sangue che ha visto scorrere da piccolo. Non è una giustificazione per le violenze che vengono perpetuate tutt’ora, ovviamente. Ma è un elemento di contesto da tenere presente: parliamo di una generazione cresciuta nell’emergenza permanente, senza strumenti di elaborazione psicologica, in un Paese in cui il supporto alla salute mentale è quasi assente» – precisa. «Servirebbero leggi chiare contro la violenza di genere, servizi sociali strutturati e tutele concrete perché, a oggi, se una donna denuncia, perde tutto».

Per questo, la scuola ha un valore ancora più importante: molte ragazze scoprono solo tra i banchi che è possibile realizzarsi professionalmente, inseguire un sogno e realizzarlo, diventare autonome, ribellarsi a uno schiaffo, denunciare e cercare la libertà. L’istituto guidato da Raffaella ha anche introdotto un counselor per il supporto psicologico – l’unico sulla costa est del Paese – e istituito un fondo per bambine provenienti da famiglie vulnerabili.

La scuola diventa così uno spazio di possibilità concreta per ricostruire il futuro. «È questo che mi spinge ad andare avanti, nonostante tutto: sapere che qui una bambina può scoprire di avere una scelta. E in un Paese dove spesso alle donne la scelta viene negata, fa la differenza» – assicura.

Fare impresa (al femminile) nella giungla

Se l’educazione lavora sulle nuove generazioni, il lavoro prova a cambiare il presente. È il caso di Tasneem, Summaiya e Zainab Zaheen, tre sorelle cingalesi under 30 che nel 2020, in pieno lockdown, hanno creato Mint Ceylon, non un semplice brand di moda, ma un progetto di inclusione e sostenibilità umana e ambientale che coinvolge decine di donne dei villaggi remoti della giungla cingalese.

La circolarità è al centro dell’impresa: «Recuperiamo, riutilizziamo e ricicliamo tessuti provenienti da fabbriche e piccoli intermediari del fast fashion. Nel mercato di massa, solitamente i tessuti vengono impilati uno sull’altro e tagliati da un macchinario in un’unica volta, per produrre migliaia di pezzi contemporaneamente. Ma così si generano tonnellate di rifiuti che finiscono in discarica. Intercettare quei materiali prima che diventino scarto, significa sottrarre valore allo spreco e restituirlo alla filiera» – spiega Summaiya.

I tessuti recuperati dalle tre giovani imprenditrici vengono lavorati uno per uno e tagliati a mano per produrre capi personalizzati. A occuparsi di questa attività, sono artigiane delle comunità più fragili: «Le abbiamo coinvolte una per una, attraversando il Paese in tuk tuk per arrivare nelle zone più remote, in contesti in cui le donne sono spesso isolate, senza alcun reddito e nessuna autonomia. Le abbiamo formate e abbiamo acquistato per loro le macchine da cucire. Non solo, abbiamo concordato con loro la retribuzione, senza imporre uno stipendio fisso dall’alto, né orari rigidi. Sono tutte mamme e vivono in contesti molto patriarcali: devono conciliare la dimensione familiare con quella lavorativa. Per questo, i nostri tempi di consegna sono flessibili e ognuna di loro può lavorare negli orari che ritiene più opportuni» – chiarisce.

In campo contro la fast fashion e per l’empowerment femminile

Anche questo è un volto della slow fashion su cui si basa la giovane impresa: un modello produttivo che rallenta i volumi, riduce la sovrapproduzione e privilegia qualità, durata e filiere corte. Così, il recupero dei tessuti di scarto si intreccia con la rigenerazione sociale.

Una visione che nasce dal vissuto personale delle ragazze: «Siamo cresciute in una famiglia che ci ha sempre insegnato a non sprecare: abbiamo dormito per anni tutte e tre nello stesso letto con i nostri genitori, poi nostro padre è emigrato per cercare lavoro e mamma è rimasta da sola a occuparsi di noi. Abbiamo assorbito la sua fatica, le discriminazioni subite, le ingiustizie quotidiane. Essere donna in Sri Lanka è una sfida – conferma Summaiya –: navighiamo nell’invisibilità e abitiamo un mondo creato dagli uomini per gli uomini. Ma noi, non ci rassegniamo: crediamo nel nostro potenziale e vogliamo costruire nuove opportunità, per noi e per tutte le altre donne che da sole non riescono a ribellarsi».

Da poco, infatti, le tre founder hanno aperto il loro secondo negozio, superando pregiudizi e diffidenze: «La credibilità, per noi, non è scontata – ammette Summaiya – dobbiamo dimostrare il doppio. Ma se non sfidiamo questo schema, resterà immutato».

Le iniziative come Arugam Bay College e Mint Ceylon non risolvono da sole un sistema radicato, ma dimostrano che senza autonomia economica e senza accesso a un’istruzione che scardini stereotipi e silenzi, la violenza resta un destino da ereditare e subire. Educazione e lavoro, invece, sono leve decisive per trasformare il destino delle donne e di intere comunità. In Sri Lanka, e non solo.

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