Startup femminili e acceleratori, perché i programmi di sostegno non sempre funzionano

Nel dibattito sull’imprenditoria innovativa, gli acceleratori di startup sono spesso presentati come uno degli strumenti più efficaci per ridurre il divario di genere. Dalla Silicon Valley all’Europa fino ai Paesi emergenti, questi programmi promettono mentoring, accesso a network di investitori e risorse finanziarie: elementi cruciali per la crescita di nuove imprese e, soprattutto, per superare barriere strutturali che storicamente hanno penalizzato le imprenditrici.

Eppure la realtà è più complessa. Gli acceleratori non solo non colmano il divario di genere ma possono addirittura amplificarlo, secondo quanto emerge da un nuovo studio internazionale condotto da Nilanjana Dutt dell’Università Bocconi insieme a Sarah Kaplan della Rotman School of Management dell’Università di Toronto, pubblicata sullo Strategic Management Journal. L’analisi mette in discussione una delle convinzioni più diffuse nella politica per l’innovazione: l’idea che programmi di accelerazione e supporto possano automaticamente favorire l’imprenditoria femminile.

Il tema è particolarmente rilevante se si osservano i numeri dell’ecosistema startup. In Italia le startup innovative registrate sono poco più di 12 mila e solo 1.648 sono a guida femminile, pari a circa il 13,6% del totale. Una quota decisamente inferiore rispetto alla presenza delle donne nel sistema imprenditoriale complessivo, dove le imprese femminili rappresentano circa il 22% del totale nazionale. L’innovazione, quindi, resta ancora un terreno fortemente sbilanciato sul piano di genere.

Una questione di genere, ancora

Lo studio analizza i dati di 1.417 startup che hanno presentato domanda a 33 programmi di accelerazione dedicati all’innovazione sociale in 65 paesi. Gli autori hanno confrontato le imprese accettate nei programmi con quelle respinte, valutandone le performance finanziarie a distanza di un anno. L’innovazione sociale rappresenta un campo di osservazione particolarmente interessante perché, a differenza del settore tecnologico tradizionale, tende ad attrarre un numero più elevato di fondatrici.

A una prima lettura i risultati sembrano confermare l’efficacia degli acceleratori: le startup che partecipano ai programmi registrano mediamente ricavi più elevati rispetto a quelle che non vengono selezionate. Ma quando i dati vengono analizzati distinguendo tra imprese guidate da uomini e imprese guidate da donne e considerando il contesto istituzionale dei diversi paesi, emerge uno scenario molto più articolato.

Le imprese guidate da donne, infatti, non beneficiano degli acceleratori nella stessa misura di quelle guidate da uomini. «Inaspettatamente – spiega Nilanjana Dutt – le aziende fondate da donne non sembrano trarre gli stessi vantaggi della partecipazione ai programmi di accelerazione, mostrando una forte eterogeneità nei risultati».

Tutto dipende dal contesto

La variabile decisiva è il contesto istituzionale e culturale in cui operano le startup. Nei paesi caratterizzati da un elevato livello di uguaglianza di genere, gli acceleratori tendono a funzionare anche per le imprenditrici. In questi ecosistemi, la partecipazione ai programmi è associata a risultati economici migliori, soprattutto quando gli acceleratori sono esplicitamente progettati per sostenere l’imprenditoria femminile.

La dinamica cambia radicalmente nei contesti meno egualitari. Qui le startup guidate da donne che partecipano agli acceleratori non registrano miglioramenti significativi nei ricavi – e in alcuni casi ottengono risultati persino peggiori rispetto alle imprese femminili che non sono state selezionate. Il fenomeno riguarda anche programmi specificamente dedicati alle donne. In altre parole, proprio nei paesi in cui le imprenditrici incontrano le barriere più forti, gli acceleratori sembrano offrire il minor supporto.

La spiegazione, secondo le autrici dello studio, risiede nell’interazione tra programmi di accelerazione ed ecosistema imprenditoriale locale. Gli acceleratori possono fornire formazione, mentoring e networking, ma non possono cambiare da soli norme sociali radicate, pregiudizi degli investitori o istituzioni economiche fragili. In alcuni casi, programmi dedicati alle donne rischiano addirittura di aumentare le aspettative senza modificare il contesto circostante: le imprenditrici escono più preparate ma continuano a scontrarsi con mercati e sistemi finanziari poco inclusivi.

Un ulteriore elemento critico riguarda i criteri di selezione. La ricerca mostra che le startup guidate da donne hanno meno probabilità di essere ammesse ai programmi rispetto a quelle fondate da uomini. Il paradosso è che questo fenomeno si osserva anche nei paesi più avanzati dal punto di vista dell’uguaglianza di genere e persino negli acceleratori progettati per sostenere le imprenditrici. Ciò suggerisce che i meccanismi di selezione potrebbero essere calibrati su modelli imprenditoriali tipicamente maschili, privilegiando stili di presentazione, networking o leadership più diffusi tra gli uomini.

La situazione in Italia e in Europa

Il quadro che emerge non riguarda soltanto i paesi in via di sviluppo ma investe anche l’Europa e l’Italia, dove l’ecosistema startup è in crescita ma resta caratterizzato da forti squilibri. Secondo le analisi di Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, la presenza femminile tra le startup innovative è maggiore nel Mezzogiorno – con un’incidenza del 15,8%, contro l’11,8% del Nord – con punte che arrivano al 27,5% in Molise. Nonostante ciò, il numero complessivo di imprese guidate da donne rimane limitato e la loro capacità di crescere è ancora ridotta: solo una piccola quota delle startup italiane, infatti, riesce a superare la soglia del milione di euro di fatturato o capitale.

L’imprenditoria femminile come motore sociale

Negli ultimi anni, tuttavia, la crescita delle startup femminili è significativa soprattutto nei settori emergenti come salute digitale, sostenibilità ambientale, tecnologie deep tech e intelligenza artificiale. Si tratta di ambiti nei quali l’innovazione tecnologica si intreccia spesso con l’impatto sociale, un elemento che contribuisce a spiegare la presenza crescente di fondatrici.

Proprio per questo la ricerca di Dutt e Kaplan offre spunti importanti per policy maker, investitori e organizzazioni che progettano programmi di accelerazione. Se l’obiettivo è ridurre davvero il divario di genere, non basta creare programmi dedicati alle donne: occorre intervenire sull’intero ecosistema imprenditoriale, dall’accesso ai capitali alla cultura degli investimenti, fino ai modelli di selezione e mentoring.

Lo studio è chiaro. Le buone intenzioni non bastano. Senza un cambiamento strutturale delle istituzioni e dei mercati, anche gli strumenti più diffusi dell’innovazione rischiano di produrre effetti limitati o, nel peggiore dei casi, di rafforzare proprio quelle disuguaglianze che intendono superare. In un ecosistema globale che punta sempre più sull’imprenditorialità innovativa come motore di crescita economica, la sfida non è soltanto accelerare le startup, ma farlo in modo realmente inclusivo.

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