
Quasi 62 milioni di euro stanziati e poco più di 2,3 milioni effettivamente erogati. In cinque anni, solo il 3,7% delle risorse previste per gli orfani di femminicidio è arrivato a destinazione, anche se tutte le richieste inoltrate, al momento, sono state soddisfatte. I dati contenuti nella relazione 2024 del Ministero dell’Interno fotografano il paradosso di una legge unica a livello europeo sul piano delle tutele, ma ancora poco applicata nella vita reale delle famiglie, a causa per lo più di una scarsa informazione e di procedure non così automatiche. Una legge entrata in vigore esattamente otto anni fa, il 16 febbraio 2018 e che per la prima volta ha riconosciuto una serie di diritti ai figli delle donne uccise in ambito domestico e un sostegno economico, diventato operativo con il regolamento di luglio 2020. «Il peso che portiamo è enorme, il pensiero va sempre ai nostri nipoti. Quando noi non ci saremo più, chi si occuperà di loro? Dopo tanti anni siamo ancora completamente soli», racconta Renato, che dal 2005 cresce i suoi nipoti, dopo che la loro mamma – sua figlia – è stata uccisa dall’ex marito. «Vorremmo solo che le istituzioni ci fossero più vicine», aggiunge. «Nessuno ci ha mai chiesto come stiamo», spiega Damiano Rizzi, che da 13 anni cresce suo nipote, figlio della sorella Tiziana, uccisa dall’ex marito.
La rivelazione
Ed è stata proprio una lettera di nonno Renato, apparsa nel novembre del 2018 sul Corriere della Sera, ad aprirmi gli occhi. Iniziava così: «Sono il padre di una ragazza meravigliosa, uccisa, come tante altre, dall’uomo che diceva di amarla». Renato, nella sua lettera, non si soffermava tanto sul dolore, quanto sulla difficoltà della loro vita, sui soldi che non bastavano mai per crescere i nipoti, sui tormenti giudiziari, sulla burocrazia, sul fatto che lo Stato per loro non faceva nulla. Da quel giorno per me è cambiato tutto. Sono entrata in un mondo che fino ad allora consideravo talmente ampio, da sembrarmi inafferrabile: il mondo della violenza contro le donne. All’inizio è stato complicato. Ho seguito la questione delle risorse finanziarie, tra chiamate ai ministeri, ai giudici, alle avvocate, ai centri antiviolenza, alle esperte. Poi ho tirato le fila. Ho scoperto che per i bambini e i ragazzi rimasti soli dopo l’uccisione della madre da parte del padre c’era una legge, entrata in vigore da poco. Ho scoperto che c’erano dei fondi stanziati, ma non ancora disponibili. Ho contattato le famiglie e i parenti affidatari e tutti mi dicevano sempre le stesse parole: «Siamo stati lasciati soli». Quasi nessuno era a conoscenza della legge, nessuno dei soldi. Un incredibile cortocircuito.
Le conseguenze del femminicidio
Renato aveva 70 anni quando sua figlia è stata uccisa. Oggi ne ha più di 80. In undici anni ha affrontato tredici processi, compreso uno contro l’Agenzia delle entrate. Ha rischiato di perdere la casa di sua figlia e dei suoi nipoti; per anni ha pagato la parte del mutuo dell’assassino di sua figlia. «Non potevo permettermi che la casa andasse all’asta», racconta. Il cambio di cognome dei bambini, fortemente voluto soprattutto dal maggiore, ha richiesto dieci mesi di iter burocratico e l’assistenza psicologica è stata quasi interamente a carico della famiglia. «Servono interventi mirati e con professionisti», tiene a precisare. Ora i suoi nipoti hanno 14 e quasi 18 anni ed entrambi «portano segni profondi del trauma. Hanno avuto incubi per anni e per anni sono stati vittime di bullismo da parte dei compagni di scuola. “Sei la figlia di un assassino, sei come tuo padre”, si sentivano ripetere», dice nonno Renato. Ma è soprattutto il maggiore a stare male: si sente responsabile della morte della mamma e ha grandi sensi di colpa. Non aveva neanche sette anni quando la mamma è stata uccisa davanti ai suoi occhi.
Il problema è di chi resta
«Sono passati undici anni dal giorno in cui da nonni ci siamo trasformati in genitori – continua Renato – e i problemi sono gli stessi: i potenziali beneficiari della legge non sanno nulla e molte misure restano sulla carta». Dal punto di vista economico, la famiglia di Renato beneficia di un contributo mensile di circa 300 euro per ciascun nipote e di borse di studio annuali. Il risarcimento previsto fino a 60 mila euro si è ridotto drasticamente a causa di detrazioni e compensazioni. «Psicologicamente non stiamo bene, il pensiero va sempre ai problemi dei nostri nipoti. Pensiamo tanto alle donne vittime di femminicidio e alle loro famiglie, perché i problemi sono sempre di chi resta. In questi casi i traumi sono incalcolabili», dice Renato, che alla fine tiene a precisare: nella nostra vita abbiamo trovato anche degli «angeli protettori, avvocate e psicologhe che ci hanno accompagnato senza alcun tornaconto personale».
Una legge poco conosciuta
Tra i punti essenziali della legge 4 dell’11 gennaio 2018 ci sono: l’accesso al gratuito patrocinio, l’assistenza medico-psicologica, la sospensione per l’omicida della pensione di reversibilità e del diritto all’eredità, la possibilità per l’orfano di modificare il cognome. Sul fronte economico, sono previste risorse per i ragazzi e le ragazze, anche maggiorenni purché non economicamente autosufficienti: borse di studio da 500 euro l’anno per la primaria (salite a 700 euro nel 2024) fino a 2.300 euro (saliti a 2.500) per gli studi universitari; rimborsi per spese medico-psicologico-assistenziali; contributi per l’avviamento al lavoro; un sostegno da 300 euro al mese per le famiglie affidatarie di orfani minorenni. Tutte misure entrate in vigore con il regolamento del 16 luglio 2020. A occuparsi dell’erogazione dei fondi è il Comitato di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e dei reati intenzionali violenti.
Dal 2020 versati 2 milioni di euro
Dal 2020 a oggi, secondo i dati del Ministero dell’Interno, sono stati erogati circa 2,3 milioni di euro su un totale di 61,9 milioni di fondi stanziati: 14,5 milioni di euro nel 2020; 12 milioni annui dal 2021 al 2023; 11,4 milioni nel 2024, di cui 3 milioni per le borse di studio e per il finanziamento di iniziative di orientamento, formazione e sostegno per l’inserimento nell’attività lavorativa e 7,6 milioni per le famiglie affidatarie. Gli orfani che hanno fatto richiesta per la prima volta in cinque anni sono stati 331 e quasi tutte le richieste sono state soddisfatte: sono state adottate 303 delibere, in numero crescente dalle 2 del 2020 alle 91 del 2024. Per il 2025 sono stati stanziati 10,288 milioni di euro, di cui erogati 884.212 euro nel primo semestre. Esiste, inoltre, un fondo per le vittime di reati internazionali violenti (legge 122/2016), che prevede un massimo di 60 mila euro per ciascun orfano, sempre previa richiesta alla prefettura di residenza.
«Aprire il varco»: il racconto del commissario Cannizzaro
«La difficoltà più grande fu quella di aprire il varco. Lo abbiamo fatto con coraggio», ricorda Raffaele Cannizzaro, che nel 2020 – quando entrarono in vigore i regolamenti attuativi – ricopriva il ruolo di commissario per il coordinamento delle iniziative di solidarietà per le vittime dei reati di tipo mafioso e intenzionali violenti. Cannizzaro ricorda che una delle novità più importanti fu la qualificazione del reato prima della condanna definitiva, per consentire l’erogazione immediata dei benefici ai minori. Un altro principio fondamentale fu quello dell’irripetibilità delle somme già erogate e l’assunzione, da parte dei fondi, di debiti fiscali che altrimenti sarebbero ricaduti sugli orfani. La norma fu varata in un secondo momento, dopo il caso di due minorenni orfane di femminicidio chiamate a risarcire le somme all’Inps. Altro passaggio chiave fu quello di ampliare il budget a disposizione del commissario e far ripetere nelle leggi finanziarie lo stanziamento dei fondi. «La legge 4 è una legge straordinariamente importante – spiega Cannizzaro – che, se usata bene, può garantire una sufficiente tranquillità materiale e psicologica». Potrebbe essere estesa anche agli orfani da incidenti stradali, naufragi o terremoti. I casi non sarebbero molti: si potrebbe intervenire, conclude l’ex commissario.
Famiglie lasciate sole
Il confronto con nonni, nonne, zie, zii e altre persone affidatarie di bambini, che in alcuni casi hanno anche assistito al femminicidio della madre da parte del padre, restituisce un quadro ricorrente: pochi conoscono i fondi o sanno come accedervi. Le domande devono essere presentate tramite la prefettura di residenza, passaggio poco intuitivo per famiglie già schiacciate dal lutto e dalla gestione quotidiana. A ciò si aggiunge la mancanza di una banca dati sugli orfani, di cui al momento si sa poco o nulla. «Si parla molto di osservatori, ma senza riscontri reali. Basterebbe dare piena attuazione alla legge 53 del 2022, che introduce disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere, incluso un monitoraggio sui bambini e sulle bambine, orfani di madre per mano del padre. Senza numeri affidabili non possiamo capire se servono nuovi fondi, mentre quelli esistenti restano inutilizzati», spiega Patrizia Schiarizza, avvocata e fondatrice de Il Giardino Segreto, associazione che da anni si occupa degli orfani di crimini domestici.
La mancanza di una cabina di regia
Secondo Patrizia Schiarizza, negli ultimi anni alcuni passi avanti ci sono stati. «C’è una maggiore attenzione ai bisogni degli orfani – spiega – anche grazie al lavoro della Commissione parlamentare sul femminicidio, che per la prima volta ha dedicato una relazione specifica ai figli delle vittime. Sono aumentate la sensibilizzazione e le audizioni e questo ha dato voce a chi resta». Ma le criticità restano profonde. «Gli interventi sono frammentari: i soggetti non dialogano tra loro, le reti territoriali funzionano a macchia di leopardo, manca un protocollo omogeneo di presa in carico». Il nodo centrale, secondo Schiarizza, è l’assenza di una cabina di regia istituzionalizzata, che chiarisca chi fa cosa. «Questo incide sulla qualità degli interventi e rende difficilissimo per le famiglie attivare le risorse necessarie per superare il trauma e riprogettare un futuro».
I bisogni dei bambini
Il bisogno principale che emerge è quello economico. «Con il progetto Airone abbiamo istituito una dote educativa fino a 10 mila euro – racconta – usata soprattutto per bisogni concreti: scuola, formazione, percorsi di autonomia come la patente, l’andare a vivere da soli, esperienze mai fatte prima». Per questo, aggiunge, «è fondamentale che le risorse pubbliche vengano davvero utilizzate». Altro fronte critico è la scuola. «Sempre più spesso insegnanti e dirigenti ci chiedono supporto per il rientro in classe dei bambini. È un aspetto decisivo eppure poco considerato». Lo stesso vale per i luoghi di socialità: sport, attività ludiche, parrocchie. «Sono contesti in cui il disagio emerge e deve essere accolto. Abbiamo seguito casi di bambini che hanno raccontato l’omicidio della madre in un tema in classe».
«Nessuna istituzione ci ha mai chiesto come stiamo»
«In tutto questo tempo non ho mai visto un’istituzione avvicinarsi per chiedermi come va», racconta Damiano Rizzi, fratello di Tiziana, uccisa nel 2013 dall’ex marito. Psicologo e presidente della Fondazione Soleterre, Rizzi oggi è il padre adottivo di suo nipote, che quando la mamma è morta aveva poco più di due anni. Rizzi sottolinea come la legge abbia introdotto tutele fondamentali, ma restino enormi vuoti applicativi. «Non esiste un registro degli orfani, non sappiamo quanti siano né come stiano. Non mancano le leggi, non mancano i soldi. Manca chi se ne occupa». E conclude: «Si lavora sull’inasprimento delle pene, ma il lavoro vero viene prima. Bisogna lavorare sulle persone, sulle relazioni. Se non insegniamo dall’asilo ai bambini e alle bambine il rispetto del sì e del no, non avremo mai generazioni educate».
Cosa è cambiato
Da quando ho iniziato a occuparmi di orfani di femminicidio, nel 2018, molto è cambiato: sono diventati operativi i fondi, è nato il progetto A Braccia Aperte dell’impresa sociale Con i Bambini. Poi sono arrivate altre leggi, come quella che ha introdotto il reato di femminicidio (in vigore dal 17 dicembre 2025). Il problema, come spesso accade, è la mancanza di una regia e di un impegno comune, per far sì che questi bambini e bambine, ragazzi e ragazze e le loro famiglie possano sentirsi in qualche modo aiutati, ascoltati, visti. La prima ad occuparsi di loro fu Anna Costanza Baldry, psicologa e professoressa all’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Li chiamava «orfani speciali»: bambini che nello stesso momento perdono la madre, uccisa dal padre, e il padre, morto suicida o in carcere. Bimbi speciali perché hanno bisogni speciali, che devono essere soddisfatti. Per il loro bene. Per il bene di tutti e tutte.
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