
Non è sempre un bene quando la disoccupazione cala. Per comprendere questa affermazione è necessario andare oltre le semplici percentuali di occupazione e disoccupazione e studiare i dati di flusso. Ma andiamo con ordine.
Una persona attualmente occupata in Italia ha una probabilità del 95% di essere ancora tale un anno dopo; una persona disoccupata invece ha solo una probabilità del 27% di trovare occupazione in corso d’anno, e ha una probabilità molto maggiore di uscire dal mercato del lavoro (41%).
Il confronto con la media europea mostra che anche all’estero la probabilità di permanere nella condizione di occupato è molto simile a quella italiana (94%), ma oltre a ciò i dati di flusso fanno emergere due differenze sostanziali tra il mercato del lavoro nazionale e quello dei principali Paesi europei: la prima è che in Europa la probabilità di passare dalla disoccupazione all’occupazione è molto maggiore di quella del nostro Paese (37% contro 27%); la seconda è che risulta di gran lunga minore la probabilità di uscire dal mercato del lavoro (26% contro 41%).
Queste informazioni provengono dai dati appena pubblicati da Eurostat (dicembre 2025) sui flussi nel mercato del lavoro. Le statistiche sono disponibili come matrici di transizione che riportano il numero di individui che cambiano la loro condizione lavorativa in corso d’anno. I tassi di transizione sono espressi come quota dello stato iniziale e riguardano la popolazione compresente nelle due successive rilevazioni.
A cosa servono i dati di flusso
Cosa aggiungono i dati contenuti nelle matrici di transizione alle informazioni disponibili nei consueti dati di stock? I dati di stock ci informano sulla posizione di un individuo in un determinato istante (occupato, disoccupato, inattivo), ma i dati di flusso ci dicono anche da dove vengono e dove vanno le persone in transizione (da occupato a disoccupato, da inattivo a disoccupato, da disoccupato a occupato, e così via).
Queste informazioni sono utili per valutare meglio una situazione; ad esempio, non è sempre un bene quando la disoccupazione cala, perché se la riduzione delle persone in cerca di lavoro deriva dal flusso in uscita verso le persone inattive può indicare un effetto di scoraggiamento, cioè un comportamento per cui gli individui rinunciano alla ricerca di un lavoro a causa delle scarse prospettive occupazionali che rendono altamente improbabile il buon esito della ricerca.
Similmente, non è sempre un male se la disoccupazione cresce, perché se l’incremento deriva da un flusso in entrata proveniente dalle persone inattive può indicare una maggior fiducia nella crescita della domanda di lavoro, e quindi nella possibilità di concludere con successo la ricerca di occupazione.
Flussi di transizione tra stati in due rilevazioni successive a distanza di un anno in Italia.
Persone in età 15-74 anni. Valori assoluti in migliaia. Anno 2024

Elaborazione su dati Eurostat
La situazione sopra illustrata, riferita al 2024, è notevolmente diversa da quella degli ultimi anni del secolo scorso[1], quando il verso dei flussi netti rappresentava il tradizionale percorso di persone che al termine del periodo scolastico uscivano dall’inattività e si mettevano alla ricerca di occupazione, trovavano lavoro e, a fine carriera, rientravano tra le persone inattive come pensionati.
Attualmente, invece, il flusso lordo dei pensionamenti si è attenuato fino ad invertire il verso del flusso netto tra occupazione e inattività, così che nel corso del 2024 l’occupazione è aumentata di 367 mila individui sia grazie al flusso netto di 250 mila persone provenienti dalla disoccupazione, sia grazie al flusso netto di 117 mila persone provenienti dalla condizione di inattività.
Colpisce nel grafico la consistenza del flusso lordo che porta i disoccupati fuori dal mercato del lavoro: 795 mila persone rinunciano in corso d’anno a cercare lavoro e fanno invertire il verso del flusso netto sia rispetto alla media europea sia rispetto al nostro passato. In entrambi i casi, infatti, il flusso lordo più consistente è quello che porta dalla condizione di studente a quella di persona in cerca di occupazione, e non quello che va nella direzione opposta, da disoccupato a pensionato, come accade attualmente nel nostro Paese.
In Italia è molto bassa la probabilità di transizione da disoccupato a occupato
Il confronto con gli altri Paesi (Figura 2) conferma che in Italia è sotto la media europea la probabilità di una persona disoccupata di trovare lavoro: 27% contro 37%. Se si considera in particolare la componente femminile, solo una disoccupata su quattro, in Italia, trova lavoro in corso d’anno, contro una disoccupata su tre in media europea e una su due in Germania.
Probabilità di passare dalla disoccupazione alla occupazione in due rilevazioni successive a distanza di un anno per genere in Italia e in media europea. Anno 2024

Elaborazioni su dati Eurostat– Paesi con più di 10 milioni di abitanti
In Italia è molto elevata la probabilità di una disoccupata di uscire dal mercato del lavoro
Nel nostro Paese invece è molto maggiore che all’estero la probabilità di una persona in cerca di occupazione di uscire dal mercato del lavoro: 41% contro 26% della media europea (Figura 3), e per la componente femminile la situazione è anche peggiore. La probabilità di trovare lavoro di una disoccupata è infatti solo del 25% in Italia contro 36% della media europea, e la probabilità di uscire dal mercato del lavoro è del 47% contro il 30%. In Italia dunque una disoccupata su due abbandona la ricerca di occupazione ed esce dal mercato del lavoro; siamo primi in classifica, in nessun altro grande Paese la probabilità di passare direttamente dalla disoccupazione alla inattività è così elevata, sia per la componente maschile sia per la componente femminile.
Probabilità di passare dalla disoccupazione alla inattività in due rilevazioni successive a distanza di un anno per genere in Italia e in media europea. Anno 2024

Elaborazioni su dati Eurostat– Paesi con più di 10 milioni di abitanti
In Italia è molto bassa la probabilità di transizione da contratti a termine a contratti a tempo indeterminato
Il confronto con i dati di flusso degli altri Paesi europei fa emergere anche la scarsa probabilità degli occupati italiani di passare dai contratti a termine ai contratti a tempo indeterminato.
Dai dati di stock non risultano scostamenti marcati rispetto alla media nella quota di occupati a tempo indeterminato (in età 20-64 anni): in Italia infatti gli occupati con contratti a termine rappresentano il 12% del totale (14% per le femmine e 10% per i maschi) contro il 10% della media europea (11% per le femmine e 9% per i maschi). I dati di stock sono dunque simili, ma i dati di flusso evidenziano che il nostro Paese è ultimo nella graduatoria relativa alla trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato: la probabilità è solo del 7%, contro il 15% della media europea (Figura 4).
Probabilità di passare da contratti a termine a contratti a tempo indeterminato in due rilevazioni successive a distanza di un anno per genere in Italia e nei principali Paesi europei. Popolazione in età 25-64 anni. Anno 2024

Elaborazioni su dati Eurostat – Paesi con più di 10 milioni di abitanti
In Italia è bassa la probabilità di transizione da part-time a full-time
Similmente, gli occupati con contratti a tempo parziale rappresentano attualmente in Italia il 17% degli occupati in età 20-64 anni (30% per le femmine e 7% per i maschi), un valore quasi identico alla media europea che è pari al 17% (28% per le femmine e 8% per i maschi). La probabilità di passare dai contratti a tempo parziale ai contratti a tempo pieno, invece, scende in Italia di gran lunga sotto la media europea: 4% contro 9% (Figura 5).
Probabilità di passare da contratti a tempo parziale a contratti a tempo pieno a distanza di un anno per genere in Italia e nei principali Paesi europei. Popolazione in età 25-64 anni. Anno 2024

Elaborazioni su dati Eurostat – Paesi con più di 10 milioni di abitanti
In complesso, la crescita dello stock degli occupati nel corso del 2024 è un fatto positivo, ma l’analisi della mobilità sul mercato del lavoro italiano mostra la prevalenza di cambiamenti in peggio rispetto alla media europea, soprattutto per la componente femminile.
In Italia è più difficile passare da disoccupato a occupato; la probabilità di passare direttamente dalla disoccupazione all’inattività è la più alta tra i maggiori Paesi europei; la probabilità di passare da un contratto a termine a un contratto a tempo indeterminato è la più bassa tra i maggiori Paesi europei; infine, anche la probabilità di passare da contratti a tempo parziale a contratti a tempo pieno è meno della metà rispetto alla media europea.
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[1] Rosti L. e Chelli F. (1996) “Le matrici dei flussi e le tendenze del mercato del lavoro”, Economia & Lavoro, 3, 35-48.