Sudan, le donne muoiono di fame di più degli uomini

 (Photo by AFP)

Le madri e le figlie saltano i pasti per lasciare spazio agli uomini e ai bambini più piccoli. E’ quanto accade in Sudan, dove si sta vivendo una delle più gravi crisi alimentari al mondo e ad esserne più colpite sono le donne. La carestia è stata ufficialmente dichiarata in alcune parti del Darfur settentrionale e sui Monti Nuba, mentre i prezzi degli alimenti di base sono aumentati vertiginosamente. Il sorgo e altri beni di prima necessità, ad esempio, costano circa il 430% in più rispetto ai livelli pre-conflitto. Gli attacchi alle vie di rifornimento impediscono a milioni di persone, soprattutto nelle aree difficili da raggiungere, di accedere all’assistenza, con i mercati che sono spesso oggetto di blocchi, saccheggi e ripetuti attacchi.

Secondo il rapporto di UnWomen, “Last and Least”: Gender dimensions of food insecurity in Sudan” sono circa 21 milioni le persone che soffrono di grave insicurezza alimentare oggi in Sudan, ma a soffrire di più di questa situazione, sono le donne.

Le donne muoiono di fame di più degli uomini

In Sudan, le disuguaglianze di genere sono evidenti anche nelle pratiche alimentari e nutrizionali quotidiane. Le donne spesso mangiano di meno e per ultime rispetto agli uomini. Secondo i dati Onu, il 73,7% delle donne è a rischio elevato di malnutrizione. Le indagini sul campo indicano che le donne rinunciano a cibarsi per sostentare gli uomini e i bambini.

Le conseguenze negative sulla salute delle donne, sopratutto quelle in gravidanza, e dei neonati stanno peggiorando, in un contesto in cui i presìdi sanitari sono al collasso con circa l’80% degli ospedali e delle cliniche non funzionante. L’ong Medici Senza Frontiere ha dichiarato che in due strutture dell’organizzazione situate a Nyala, nel Darfur meridionale, il 26% delle donne in gravidanza e in fase di allattamento che cercava assistenza, soffriva di malnutrizione acuta.

La lotta di potere mentre il popolo muore di fame

Il 26 ottobre 2025, dopo oltre 530 giorni di assedio, le Forze di Supporto Rapido, gli ex janjaweed, meglio noti come “diavoli a cavallo”, hanno preso il controllo di Al Fasher, la capitale del Darfur settentrionale e l’ultima grande città controllata dalle Forze Armate Sudanesi  nella regione, quelle, per così dire, regolari.

La presa di potere ha segnato un’escalation catastrofica: resoconti di testimoni oculari indicano distruzione su larga scala, uccisioni di civili e sfollamenti di massa. L’assedio iniziato nel maggio 2024 aveva già interrotto il flusso di cibo, acqua, medicine e comunicazioni, mettendo a rischio migliaia di persone. Dopo la caduta di El Fasher, almeno 62.000 persone sono fuggite in una settimana.

La fame come arma di guerra

In Sudan la fame viene utilizzata come arma di guerra. Case, raccolti e mercati vengono sistematicamente saccheggiati. Le infrastrutture critiche, idriche ed elettriche, distrutte. Le indagini delle Nazioni Unite parlano di donne aggredite durante il tragitto verso mercati e centri di distribuzione alimentare, impedendogli di accedere all’assistenza di base. L’obiettivo è uno e chiaro: indebolire la popolazione, togliendo ogni risorsa, per evitare ogni tipo di opposizione all’avanzata.

La maternità sotto attacco

Il 28 ottobre, le Forze di Supporto Rapido, guidate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come “Hemedti”, hanno preso d’assalto il Saudi Maternity Hospital, l’ultima struttura sanitaria funzionante a nord est di El Fasher, uccidendo oltre 460 pazienti e dei loro accompagnatori. L’OMS ha denunciato anche il rapimento di sei operatori sanitari tra medici e infermieri. Gli uomini delle Forze di Supporto rapido hanno reso la struttura sanitaria inutilizzabile, lasciando così più di 6.000 donne incinte senza accesso alle cure, mentre  stupri, rapimenti ed esecuzioni sono all’ordine del giorno, e migliaia di persone che risultano disperse.

Per oltre un anno, il Saudi Maternity Hospital è stato l’unico ospedale funzionante ad al-Fasher. Aveva già subito gravi attacchi, tra cui un attentato nell’ottobre 2024 che aveva causato l’uccisione di 10 dipendenti dell’ospedale e la distruzione di ampie sezioni dell’edificio. Un successivo attacco, nel gennaio 2025, aveva ucciso circa 70 persone e causato la distruzione della parte dell’ospedale dedicata al pronto soccorso. L’attacco di ottobre scorso è stato considerato uno dei più grandi massacri mai avvenuti in una struttura medica.

Le donne in prima linea per la difesa dei diritti umani

Nonostante la situazione umanitaria disastrosa, le donne sudanesi sono in prima linea per la sopravvivenza di tutta la comunità. In tutto il paese, le organizzazioni guidate da donne sostengono le comunità gestendo cucine comuni per le famiglie sfollate, organizzando raccolte e distribuzione di cibo a livello locale e fornendo supporto psicosociale e assistenza sanitaria a donne e bambini.

In Darfur, un’iniziativa ha trasformato le scuole in mense per i poveri che servono migliaia di persone, mentre una rete di 38 associazioni femminili a Gedaref, circa 400 km a sud est della capitale Khartoum, ha ospitato e supportato famiglie sfollate utilizzando le proprie limitate risorse.

Un’arma spuntata

Eppure, questi gruppi rimangono sotto-finanziati e sotto-rappresentati nei processi decisionali. Secondo il rapporto Onu, infatti, nel 2024, le organizzazioni guidate da donne hanno ricevuto meno del 3% dei finanziamenti umanitari in Sudan, il che ha limitato i loro sforzi per salvare e aiutare vite umane. Una mappatura realizzata dal Gruppo di lavoro dell’Onu sul genere nell’azione umanitaria, ha identificato 89 organizzazioni guidate da donne attive nella difesa dei diritti umani, di cui 14 operative nell’ambito della Sicurezza alimentare e dei mezzi di sussistenza.Un’ organizzazione di queste che gestiva 60 mense comunitarie in otto stati, è stata costretta a chiuderne più della metà a causa della carenza di finanziamenti.

Fare la volontaria in Sudan è quanto mai rischioso. Chi cerca di dare una mano, infatti, deve affrontare tutta una serie di pericoli per la propria incolumità. Per non parlare dei pregiudizi e delle discriminazioni di genere che tolgono voce alle donne, e che non gli permettono di essere prese sul serio dalle autorità nonostante il lavoro prezioso che fanno sul campo. Sulla base dei soliti stereotipi, le donne sudanesi vengono lasciate fuori anche dai processi decisionali in ambito umanitario.

La violenza sessuale su donne e bambini

Non solo fame. Il popolo sudanese assediato deve patire un altro tipo di sofferenza. Secondo l’ultimo report pubblicato dalla Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa (Siha Network) lo scorso 10 dicembre, sono stati 1.294 casi di violenza sessuale e di genere in 14 Stati del Sudan tra il 2023, l’anno in cui è scoppiato il conflitto civile nel Paese, e il 2025.  Di questi, la maggior parte viene attribuita alle Forze di supporto rapido.

Secondo l’organizzazione che riunisce oggi oltre 200 organizzazioni di base guidate da donne, e che si batte per i diritti e la giustizia di genere nel Corno d’Africa, infatti, nell’87% dei casi in cui è stato possibile identificare i responsabili, questi sono riconducibili alle forze di Hemedti. Nel rapporto, la violenza sessuale viene definita “sistematica” e non un semplice effetto collaterale del conflitto in corso.

La strategia del terrore

Le violenze sono strutturate in tre fasi che caratterizzano l’avanzata dei paramilitari. La prima è la cosiddetta “presa del controllo”, e consiste nell’ invasione di abitazioni e saccheggi, spesso accompagnati da stupri. Una volta consolidato il controllo militare sul territorio, le violenze avvengono ovunque, come strade e mercati.

L’ultima fase, invece, viene definita “prigionia”, e prevede la detenzione prolungata di donne in abitazioni private o strutture informali, dove vengono sottoposte a stupri di gruppo, torture e matrimoni forzati. Non vengono risparmiati neanche i minori. La Siha Network ha registrato 225 casi di stupro che coinvolgono minori, in prevalenza bambine e ragazze tra i 4 e i 17 anni.

Il peso del dolore

Il dolore fisico e lo stigma sociale dovuto alle violenze, spingono molte donne sudanesi a togliersi la vita. Secondo la Commissione preliminare del Sindacato dei medici sudanesi, almeno 135 donne vittime di stupro si sono suicidate in Sudan dall’inizio del conflitto civile. Non è solo il trauma della violenza subita a portare le vittime a mettere fine alla propria vita, ma anche l’isolamento sociale e l’abbandono da parte delle proprie famiglie. Una strage silenziosa che si consuma ogni giorno e che sta spazzando via un’intera generazione.

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