Ecco perché il comune di Senago non sarà parte civile nel processo Impagnatiello

scritto da il 25 Gennaio 2024

L’anno che si è appena aperto conta già cinque donne uccise per mano del partner o dell’ex, nelle prime tre settimane di gennaio. Siamo a otto mesi dal femminicidio di Giulia Tramontano e del bimbo che portava in grembo, quando davanti alla Corte d’Assise di Milano, si celebra la prima udienza del processo contro Alessandro Impagnatiello, durante la quale spunta anche un audio in cui la donna si diceva determinata a rifarsi una vita.

In aula i giudici, chiamati a valutare le istanze di costituzione di parte civile, hanno ammesso solo quella della famiglia. Respinte, invece, le domande del Comune di Senago e quelle di alcune associazioni (Fondazione POL.I.S e Associazione Nazionale Penelope Italia). Ma è proprio sull’esclusione della cittadina dove Giulia viveva e da cui è scomparsa, massacrata a coltellate al settimo mese di gravidanza, che la decisione dei giudici milanesi deve far riflettere.

La questione al di là dei tecnicismi solleva domande necessarie                    

Antonio Ingroia oggi rappresenta il Comune. L’ ex PM palermitano, prima dell’inizio dell’udienza, rivendicava con forza la decisione di costituirsi: “È una scelta importante e coraggiosa quella del Comune, i cittadini di Senago sanno da che parte stare, si vuole incoraggiare tutti i Comuni di Italia a dimostrare che si sta dalla parte giusta“. Il tema è giuridico ma non solo. Il focus è rappresentato dalle ipotesi risarcitorie a favore degli enti esponenziali e associazioni senza scopo di lucro rappresentative di interessi diffusi e collettivi. In punta di diritto, la Corte d’Assise distingue tra la regola generale che disciplina la partecipazione degli enti al processo penale e la costituzione di questi tra le parti civili. L’ipotesi va intesa – si legge nell’ordinanza – come eccezionale, “riservata al caso in cui il reato abbia leso in modo diretto una specifica situazione giuridica soggettiva dell’ente in questione”.

In parole non troppo tecniche, sia l’ente territoriale sia le associazioni che vogliano essere ammessi alle ipotesi risarcitorie, devono dimostrare di essere portatori di un interesse. Dovrà trattarsi di un interesse proprio e differenziato da quello “diffuso”, direttamente danneggiato dal reato. In questa sola ipotesi la Corte ritiene legittima la proposizione di un’autonoma azione civile di risarcimento.

Le notizie che ci giungono dall’ordinanza                                                      

La prima è che il provvedimento prende le distanze da più consolidati orientamenti. Negli anni si era ammessa con più facilità la costituzione degli enti esponenziali, essendo prevalsa un’interpretazione estensiva dei principi della Cassazione sul punto. La Corte milanese ritiene invece che nel processo per il femminicidio di Giulia Tramontano alla costituzione di parte civile del Comune ostino la mancanza del requisito della specificità dell’interesse leso e quello della sua esclusività. Ma non è solo questo. L’impianto restrittivo in particolare si giustifica – sostengono i giudici milanesi – alla luce anche di esigenze di maggiore celerità del procedimento penale.

Ma la notizia davvero centralissima che deduciamo dall’iter logico della decisione è di cronaca, anzi di cronaca politica. Attiene all’attività di contrasto cui tutti siamo chiamati, in primis lo Stato e i suoi presidi sul territorio.

Ecco che il profilo che maggiormente salta agli occhi riguarda per l’appunto Senago: “dall’atto costitutivo non si evince alcuna attività perseguita dall’Ente in via prevalente diretta a prevenire i delitti contro la persona“. Ciò che i giudici scrivono è di estrema rilevanza.

Letta così, la decisione sottende un monito: se il Comune non è legittimato a rientrare tra i soggetti cui spetta un risarcimento per il delitto commesso da Alessandro Impagnatiello, è principalmente per non aver dato prova di un’attività di contrasto e di prevenzione del fenomeno che conta oltre cento femminicidi all’anno: se qualcosa si è fatto che si dimostri, se non si è fatto abbastanza che si faccia di più.

Allora, non si può che allargare la lente. E la domanda che non possiamo ignorare è una sola: quali sono le azioni che in concreto stanno portando avanti i Comuni d’Italia  – e dunque tutti, non solo quello di Senago –  per prevenire la violenza contro le donne e, in ultimo, evitare i femminicidi?

A pensarci bene, stiamo parlando del Comune ovvero dell’ente territoriale più prossimo, quello più vicino al cittadino e alla cittadina. Più che lecito è doveroso chiedersi quale sia lo sforzo che si sta facendo per sradicare la subcultura della prevaricazione di genere. Ma, al contempo, dovremmo chiederci su quali risorse concrete – in termini di capitoli di spesa dedicati, denari, uomini, donne, strutture – possano contare i sindaci di oggi.

La domanda – non sfuggirà – è, preminentemente, politica.

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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.

Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.

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