Nasce Sblind, il social media etico, sostenibile e amante dell’ambiente

scritto da il 05 Gennaio 2024

Tra le sfide più urgenti che il mondo si trova ad affrontare in questo momento storico, c’è quella di conciliare l’innovazione tecnologica con la tutela dell’ambiente. La crisi climatica e la rivoluzione digitale, infatti, rappresentano due cambiamenti globali, profondi ed irreversibili (nell’approccio e nella mentalità) da affrontare con una visione unica, perché facce di una stessa medaglia: il digitale è il più grande alleato della sostenibilità e non si può avere sostenibilità (ambientale, economica e sociale) senza l’aiuto delle tecnologie digitali.

La sostenibilità digitale è un fatto di scelta

Reale o virtuale? Sicurezza o libertà? Privacy o controllo? Sono solo alcune delle domande a cui bisogna dare risposta. Anche perché, il futuro del Pianeta (e quindi di tutti noi) dipenderà dal coraggio con cui sceglieremo la strada migliore rispetto ad altre possibili. E ciò include anche la tecnologia. In questo settore, infatti, sarà importante applicare il concetto di sostenibilità anche al mondo digitale.

Ma che cosa si intende nello specifico con sostenibilità digitale? Parliamo di quel tipo di sostenibilità che delinea le modalità con le quali si dovrà sviluppare la tecnologia digitale per essere di impatto in maniera significativa sull’ambiente, l’economia e la società. Costruire un futuro sostenibile vuol dire anche bilanciare le risorse a disposizione e creare un modello di sviluppo che metta al centro l’essere umano nel rispetto di se stesso e dell’ambiente in cui vive.

La sostenibilità si misura col Digital Sustainability Index

Come si misura la sostenibilità? In Italia c’è il Digital Sustainability Index (DiSI), un parametro creato e introdotto di recente dalla Fondazione per la Sostenibilità DIgitale, che misura, per l’appunto, la sostenibilità digitale di persone, organizzazioni e territori. Per il nostro Paese è la prima volta che viene progettato e applicato uno strumento che analizza il livello di consapevolezza dell’utente nell’uso delle tecnologie digitali come strumenti di sostenibilità. Il DiSI fornisce un’indicazione del livello di digitalizzazione del territorio, di consapevolezza delle persone verso i temi della sostenibilità, e soprattutto un’indicazione sul livello di utilizzo consapevole delle tecnologie come strumenti di sostenibilità in relazione alla diffusione del digitale e all’incidenza dei comportamenti ad esso correlati (Fonte: Infodata, Il Sole 24 Ore).

Meno tempo su internet, più sui social media

Lo scenario digitale attuale (dati globali report Digital 2023) racconta che il 68% della popolazione mondiale possiede un device per l’accesso ad internet (+3% rispetto al 2022), per un totale di 5.44 miliardi di persone. Con riferimento al nostro Paese, l’uso di Internet è simile a quello del 2019 (intorno alle 6 ore al giorno), con un calo del 4% (circa 15 minuti in meno). Il rientro alle normali attività lavorative e di svago è certamente tra i principali fattori di questa diminuzione, ma non è da escludere la crescente stanchezza da social media.

Alla luce di questi primi numeri, se consideriamo che in Italia l’aspettativa di vita è mediamente di 83 anni, vuol dire che ne spendiamo 15 in rete. Per fare cosa? Le ragioni, a livello globale, sono più o meno le stesse: informarsi (58%), restare in contatto con familiari, amici e conoscenti (54%), rimanere aggiornati su fatti e notizie del giorno (51%), guardare video (50%) e fare acquisti (43%).

L’utilizzo dei social media, invece, è aumentato. Su 10 minuti trascorsi in rete, almeno quattro sono destinati ai social, per una media di 2 ore e mezza al giorno (tre minuti in più rispetto al 2022), il dato più alto mai registrato fino ad ora. Al netto di una crescita più lenta e della principale difficoltà di individuare quali sono i social media più utilizzati (informazione in totale controllo delle piattaforme), c’è un altro aspetto da considerare, il fattore quasi compulsivo del controllo delle notifiche.

In Italia, per esempio, i dati riportati da Social Warming – Movimento Etico Digitale, parlano di una vera dipendenza da social media, con il 51% di ragazzi tra i 15 e i 20 anni che mostra disagio nel prendersi una pausa, controllando lo smartphone mediamente 75 volte al giorno. Il 7% arriva fino a 110 volte al giorno. Inoltre, il 52% dei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni ha dichiarato di aver provato a ridurre la quantità di tempo trascorso online senza però riuscirci. Il 33% dei teenager, invece, è consapevole che il proprio utilizzo dello smartphone è eccessivo. E poi c’è l’aspetto legato al sonno: un adolescente in media dovrebbe dormire dalle 8 alle 10 ore al giorno (fonte: American Academy of Sleep Medicine). I dati, in questo senso, sono allarmanti: il 40% degli intervistati, infatti, ha dichiarato di perdere ore di sonno perché rimane connesso di notte utilizzando device di varia natura.

Sblind, quando il social network diventa sostenibile

Alla luce di queste criticità un gruppo di imprenditori bergamaschi si è unito attorno ad un’idea condivisa di social media alternativo e sostenibile, per creare una piattaforma “in controtendenza” e colmare il vuoto creato dall’evoluzione globalizzante dei social network più diffusi al mondo. Si chiama Sblind, ed è il primo social media geolocalizzato (dove si valorizzano i territori), senza algoritmi di profilazione (nessuna vendita o cessione di dati), privo di contenuti aggressivi, violenti e irrispettosi e con una formula pensata per affrontare sfide coraggiose come quella del “Social Time” (la limitazione del tempo massimo di utilizzo della piattaforma) e la compensazione di CO2 per migliorare la qualità dell’aria del Pianeta con azioni digitali concrete e certificate.

Il progetto nasce nel 2017 e si evolve radicalmente tra il 2020 e il 2021, anche “grazie” all’effetto Covid che stravolge le carte sul tavolo dimostrando che l’attuale “sistema social” crea non pochi problemi di gestione, soprattutto a livello di protezione dell’identità digitale. Da qui l’idea di una piattaforma diversa, che mettesse al centro la persona e connettesse i territori, che non sfruttasse i comportamenti digitali e che promuovesse una sostenibilità concreta.

Per saperne di più, abbiamo fatto due chiacchiere con il ceo di Sblind, Francesco Bertuletti, nel corso della recente tavola rotonda dal titolo “Il futuro dei Social Media: rischi e opportunità offerte dalla rete”, svoltasi al Kilometro Rosso di Bergamo. Tra i relatori, Jaime D’Alessandro (giornalista e saggista specializzato in tecnologia e cultura digitale), Francesco Musardo (ceo di Alberami, società benefit che attua progetti contro il cambiamento climatico) e il Direttore Artistico del Teatro Oscar di Milano Giacomo Poretti, nonché attore del trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo.

Sblind, da dove nasce questo nome?
È un gioco di parole: blind in inglese vuol dire cieco. La S davanti è un prefisso, come a dire “s-cecati”, apri gli occhi davanti al fatto che ci possono essere delle alternative.

Qual è il vostro target attuale?
Utenti comuni e aziende. Al momento siamo presenti in Italia con un bacino di 6000 account attivi tra Lombardia, Roma e Napoli e abbiamo l’obiettivo di arrivare a quota 100.000 nel 2024.

Che tipo di user experience offrite?
A metà tra Instagram e TikTok con una serie di innovazioni legate alla possibilità di visualizzare solo i contenuti della propria zona oppure quelli in tutta Italia, e diverse funzioni interessanti come lo shaker, dove l’agitazione dello smartphone rimescola contenuti ed utenti, e un tempo limite di utilizzo di 90 minuti al giorno. Le aziende, invece, non hanno questo vincolo temporale. Inoltre, trattandosi di “sustainable network”, non c’è un algoritmo di profilazione e non ci sono cookies pubblicitari. Vale a dire che tutto ciò che inseriamo non è mappato o gestito in alcun modo, e non trattiamo o vendiamo a terzi alcun tipo di dato. Quindi, la protezione dell’identità digitale è massima, perché abbiamo scelto di non contribuire allo sfruttamento delle identità digitali del singolo individuo nel rispetto dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Sarà un social media senza influencer?
Non proprio. Sblind mette in discussione anche questo concetto. Al posto degli Influencers ci sono i Lovers, ovvero le persone a cui teniamo davvero e che stimolano il nostro interesse coi loro contenuti. Abbiamo fissato il tetto massimo a 100 per ogni utente iscritto.

Che tipo di community si può trovare in Sblind?
Persone e aziende che hanno in comune la stessa sensibilità verso tematiche di sostenibilità attraverso il digitale, e che, con le loro azioni concrete, vogliono essere parte di un cambiamento. In Sblind è molto facile assistere a scambi di idee e alla nascita di nuove collaborazioni.

In che modo Sblind favorisce la compensazione della CO2?
Qui giocano un ruolo importante le aziende che, al momento dell’iscrizione, pagano una piccola quota annuale da destinare ad iniziative concrete a favore della sostenibilità, progetti reali che possono essere visualizzati direttamente in App. Il primo della lista è Alberami, che trasforma un problema per l’ambiente come l’emissione di CO2 in una risorsa, attraverso un sistema di finanziamento che rende gli agricoltori custodi e protagonisti dei propri territori.

Con una tecnologia sempre più innovativa e il contemporaneo aumento dell’utilizzo dei social media, è quanto mai importante saper gestire la propria identità online (ovvero l’insieme di informazioni, dati e tracce che un utente lascia in rete attraverso l’uso di dispositivi e piattaforme digitali) e attuare scelte digitali sostenibili. La sfida di Sblind è proprio questa: proporre un social network alternativo, forse un po’ di nicchia, ma che sia in grado di guidare una piccola rivoluzione in termini di utilizzo e mentalità, considerando che parliamo di strumenti di interazione e comunicazione divenuti ormai quasi indispensabili. Renderli anche sostenibili e capirne le dinamiche in relazione all’identità digitale, può aiutarci sia a dare un contributo positivo al Pianeta sia ad evitare problemi di natura etica, di privacy e di sicurezza.

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