In questi giorni mi sento una Drag

scritto da il 27 Marzo 2017
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Sebastiano alias Roxy de Pigalle

“I miei genitori gestivano un bar per cui stavo spesso da nonna, una sarta bravissima. Il salotto pieno di ritagli di stoffa di ogni forma e colore era il mio campo di battaglia ideale: lo scampolo di una tenda si trasformava in una gonna a strascico mentre uno strofinaccio bianco – il mio preferito – legato dietro la testa alla maniera egiziana, diventava una chioma fluente. Tuttavia, l’abito non fa il monaco, così portavo il mio piccolo stereo nel vano scale e, complice un’acustica da teatro dell’opera, mi esibivo sulle note di Patty Pravo, di Renato Zero o della Bertè davanti al mio entusiasta pubblico immaginario”. A Sebastiano, 24 anni, siracusano di origine e milanese di adozione, in arte Roxy de Pigalle, brillano gli occhi mentre mi racconta il suo esordio da Drag Queen tra le mura sicure della casa di nonna Lina, da sempre una delle sue più grandi fan. “Erano delle esibizioni bellissime e molto riuscite a giudicare dal successo di pubblico, me le ha ricordate mamma, qualche mese fa, perché le avevo completamente dimenticate”.

Drag Queen è un termine inglese formato dal verbo o aggettivo ‘drag’ che, tra gli altri, significa ‘indossare abiti caratteristici del sesso opposto’ e dal sostantivo ‘queen’ ossia ‘regina’ o ‘diva’. Un altro significato del verbo ‘drag’ è quello di ‘trascinare’ da cui deriva una seconda declinazione dell’espressione ‘Drag Queen’, ossia ‘Regina dello Strascico’ che sottolinea la particolare ricchezza e appariscenza dei look sfoggiati da chi decide di intraprendere questa carriera.

Sebastiano alias Roxy de Pigalle

Sebastiano alias Roxy de Pigalle

Per quanto mi riguarda, tutte aride definizioni, tentativi di inquadramento di un fenomeno che crollano di fronte alle esibizione di una Drag Queen. Forse il modo migliore per definirle è quello di evocare, attraverso immagini, gli elementi tipici di questi spettacoli: gli straordinari abiti glitterati che sottolineano i movimenti iperbolici delle mani, i provocanti ancheggiamenti conditi da luci sfavillanti e merletti, le ciglia lunghissime che incorniciano un make-up esasperato, la tagliente ironia che, intrappolata in improbabili mimiche facciali, accompagna ogni esibizione. Senza dimenticare le accattivanti colonne sonore sulle cui note, le regine della notte, riescono a creare quel particolare collegamento empatico con lo spettatore che, ipnotizzato, non si accorge che vengono messe a nudo proprio le sue più intime debolezze.

Ma cosa si nasconde dietro a questi performer decisamente fuori dagli schemi e quali sono i motivi che spingono a intraprendere questa carriera? Chi si cela dietro questa maschera? Per capirlo meglio ho pensato di parlarne proprio con Sebastiano, non perché sia rappresentativo di una categoria – in Italia ci sono moltissime Drag Queen che hanno fatto la storia di alcuni tra i più importanti locali di intrattenimento – ma perché ha compiuto questa scelta recentemente, condividendola con la sua famiglia.

“Fare la Drag Queen non è un lavoro qualsiasi e, ad essere sinceri, nel mio caso non è nemmeno un lavoro a tempo pieno, è un modo per esprimere la mia personalità, la mia creatività evadendo dagli schemi. Studio architettura e il percorso artistico che ho scelto fin da ragazzo si è perfettamente sposato con questo mondo: potere curare il proprio look, pensare alla coreografia al make-up, disegnare e cucire i propri vestiti e alla fine addirittura indossarli e interpretare il personaggio per cui hai tanto lavorato è una cosa che ti da una carica enorme. E ho appena cominciato, ne ho ancora davanti di strada.

Ma la vita cambia da un giorno all’altro? “Assolutamente no, è un percorso molto complesso. La fase iniziale è stata difficilissima, per costruire il personaggio di Roxy de Pigalle ho dovuto annientare quasi completamente Sebastiano per almeno tre mesi. Dovevo imparare a truccare Roxy, procurarle i vestiti adatti, crearle uno stile, ho dovuto iniziare a pensare come Roxy. Questo ha comportato un sacco di cambiamenti nella mia vita, anche molto banali come ad esempio fare spazio nell’armadio per tutti i vestiti che dovevo indossare, per le parrucche. Dopo questo primo momento però Sebastiano ne è uscito rafforzato. Il lato Drag doveva venire allo scoperto e affermarsi con più indipendenza per far sì che Sebastiano potesse esprimere meglio anche sé stesso”.
Quindi a partire da quel giorno ha dovuto rimboccarsi le maniche per creare Roxy de Pigalle, in tutti i suoi dettagli, magari facendo tesoro degli insegnamenti sartoriali di nonna Lina. “Non ho fatto tutto da solo. Ogni Drag Queen ha due mamme, una la trovi in famiglia e, sono fortunato, nel mio caso è quella che ti capisce, ti incoraggia e ti sostiene, la mia mamma Maria. L’altra è una madre putativa, che ti insegna passo passo cosa fare per essere una vera Queen. La mia madre artistica è stata Vittorio, in arte Nanà, una voce autorevolissima nel mondo delle Drag Queen italiane, che assieme a Mimì forma il noto gruppo Le Minas. Vittorio mi ha insegnato tutto, fin dall’inizio, soprattutto quello che non si vede in scena. Perché essere una Drag Queen non è soltanto essere in grado di scegliere o crearsi dei vestiti stupendi, appariscenti, esageratamente luccicanti. Non è solo il trucco pesante e ricercato, le parrucche straordinarie, le acconciature esasperate. Una Drag Queen è una performer, deve attirare l’attenzione del pubblico attraverso strumenti propri degli attori più capaci, deve saper parlare, coinvolgere, usare ironia per prendere in giro e divertire il pubblico ma soprattutto sé stessa. Vittorio ha cercato di insegnarmi proprio questo e l’ho capito soltanto con il tempo, spettacolo dopo spettacolo”.

Una Drag Queen non si improvvisa, si costruisce dall’esterno all’interno e viceversa. “Esattamente. Ricordo ancora la mia prima esperienza alla serata Drive In di Milano. Era il 17 dicembre 2015 e dovevo salire sul palco per la prima volta assieme ad altre Drag Queen, più esperte di me ovviamente. Ero preoccupatissimo per il trucco (a vederlo ora nelle foto sembravo decisamente un Picasso) e per l’abito. Ci ho messo un mese a realizzarlo, un abito da principessa tutto tappezzato di CD luccicanti, bellissimo. Vittorio mi disse “il vestito non è tutto, non sei un manichino, studiati dentro, il palco non perdona”. Io però non ascoltavo nulla, ero solo preoccupato che tutto fosse bellissimo, esteticamente perfetto. Quando sono salito sul palco mi sono accorto subito di due cose: la prima era che l’abito era troppo rigido e per nulla pratico, la seconda che tutte le altre Drag sul palco non erano serie e preoccupate come me, non pensavano solo ad apparire. Si prendevano in giro le une con le altre e, soprattutto, usavano una buona dose di autoironia. Quando diedero il via al mio numero iniziai la mia performance sulle note di “Disco Bambina” di Heater Parisi e, dopo pochi secondi successe l’irreparabile, mi si staccò la parrucca. Fu un momento terribile, un mese di lavoro buttato dalla finestra. Fu in quel momento che ricordai le parole di Vittorio e cominciai a giocare sull’incidente lanciandola in aria e facendo acrobazie, tanto che il pubblico pensò che facesse tutto parte del numero”.

Ciò che fa la differenza è quindi la capacità di fare spettacolo, di intrattenere. Josh Kilmer Purcell, ovvero Acquadisiac, una delle più famose Drag Queen statunitensi, nel suo romanzo, best seller, “In questi giorni sono fuori di me” (Baldini Castoldi Dalai) scriveva “Per me chi si traveste a scopo di feticismo sessuale è un travestito. Chi si traveste per dare spettacolo è una Drag Queen. E, infine, chiunque pensi che, abiti a parte, il proprio corpo non gli appartenga, è un transessuale. Ovviamente talvolta si verifica qualche sovrapposizione”. “E’ vero, ciò che differenzia una Drag Queen da una travestita è il fare spettacolo, intrattenere il pubblico in un certo modo. Quello che sta dietro, invece, è una cosa non meno importante ma diversa. Tra le Drag Queen si contano omosessuali, eterosessuali e anche transessuali, ma non è l’orientamento sessuale a fare di te una Drag Queen. Io sono un uomo, gay, e mi piaccio da uomo, faccio la Drag per evadere dagli schemi e per fare uscire una parte di me e della mia creatività. Certo, quello che sei influenza necessariamente il tuo modo di esprimerti, di costruire il personaggio ma, a mio parere non devi mai dimenticare che, per quanto tu stia mostrando una parte di te, sei un intrattenitore. Una Drag Queen esiste quando è sul palco, quando si esibisce davanti a un pubblico. Se il pubblico non c’è…”.

Per Sebastiano si potrebbe dire che la “madrina” delle tue prime esibizioni è stata sua nonna. Ma come ha preso questa sua scelta? Con il mio coming out come Drag Queen posso dire di aver abbattuto una generazione assieme a un bel mucchio di pregiudizi. Come ho detto, nonna Lina è una delle mie più grandi fan, spesso è lei ad aiutarmi nella creazione dei vestiti e a consigliarmi nella scelta dei tessuti. In ogni caso non le ho mai rivolto questa domanda, dovresti chiedere direttamente a lei”. Non mancherò…

Una photo gallery di Drag Queen