Viaggio nel colorato mondo di OZ. Conversazione con Olimpia Zagnoli

scritto da il 27 Luglio 2018

Olimpia Zagnoli al lavoro nel suo studio – photo Ilaria Defilippo

“Suonare BURRO”. Dietro a un campanello così insolito, che spicca fra i cognomi del palazzo milanese nei pressi di Porta Ticinese, non può che celarsi una personalità decisamente creativa. Olimpia Zagnoli, classe 1984, illustratrice, inizia così il racconto di una vita che sin dall’infanzia si è contraddistinta per essere meno convenzionale del solito: “Sono nata a Reggio Emilia e lì ho trascorso tutta la mia infanzia. Ho frequentato uno degli asili del circuito comunale Reggio Children, ‘La Villetta’, basato sul metodo inventato dal pedagogista Loris Malaguzzi e diventato poi un caso di studio a livello internazionale. Lì i bambini potevano sperimentare cose che solitamente non si fanno fare ai più piccoli, come cucinare o fare la passata di pomodoro con i piedi, insieme ad attività più tradizionali come scrivere, disegnare o fare i collage” racconta Olimpia, che conclude spiegando come “a posteriori ho capito quanto quel metodo fosse stato formativo. È stato un momento molto vivace, dove ho iniziato a sviluppare la mia creatività davvero in anticipo tanto che ricordo i tempi dell’asilo molto meglio delle scuole medie”.

Ma gli stimoli creativi non arrivano solamente dall’asilo: “Mia mamma è pittrice, mio papà fotografo di design. Sono stata fortunata perché mi hanno sempre circondata di stimoli visivi molto interessanti, portandomi a visitare con loro molte mostre e musei. Ricordo ancora vividamente quando mi hanno portato in gita in Francia alla Fondazione Maeght, avevo solo 4 anni. Rimasi colpita da una delle fontane d’artista presenti nel parco, quella a forma di rana firmata da Mirò. Dopo 25 anni ci sono tornata, ho rivisto la fontana – che mi piace ancora moltissimo! – e ho realizzato come il gusto, in fondo, si crea quando si è ancora molto piccoli”.

Sempre nello stesso periodo, proprio durante la visita a una mostra, Olimpia ha l’opportunità di conoscere il grande artista Keith Haring (1958-1990): “I miei genitori mi portarono con loro alla prima mostra in Italia sui graffittisti di New York. Alla mostra esponeva anche Haring, che amando molto i bambini, non appena mi vide – unica bambina in quel contesto – si avvicinò a me e iniziò a parlarmi. Mi regalò una spilletta che rappresentava un omino raggiante, che ora conservo come fosse un prezioso diadema reale!”.

Olimpia Zagnoli al lavoro – photo Ilaria Defilippo

Dopo un’infanzia ricca di stimoli, Olimpia deve fare i conti con un trasferimento a Milano: “È stato il primo incontro con la metropoli, una città che all’inizio odiavo. Un contesto completamente diverso da Reggio Emilia, mi sentivo una specie di selvaggia a confronto con i miei nuovi compagni tutti vestiti uguali e alle bambine che somigliavano a piccole ‘sciurette’! L’atmosfera si era ingrigita, aveva perso per me ogni colore”. Nonostante ciò Olimpia continua a coltivare una forte passione per il disegno, che la porta a “riempire con disegni e scritte ogni quaderno, ogni muro e ogni superficie di casa”. Cresce, e quando si trova a dover scegliere cosa studiare alle superiori non ha dubbi: “Avrei voluto fare l’artistico ma mia mamma me l’ha impedito perché troppo specifico. Così ho scelto il liceo classico, che all’epoca non mi entusiasmava ma a posteriori è stata una scelta positiva, perché mi ha dato un’apertura mentale che mi ha aiutato a imparare cose nuove con più facilità” spiega la giovane illustratrice. Mentre Olimpia studia al liceo la voglia di realizzare graffiti è fortissima: “Avrei voluto fare graffiti ma avevo troppa paura. Quindi disegnavo su fogli e li attaccavo in giro per Milano. Ogni mia opera era firmata con il tag ‘Burro Gang’, una fittizia gang di ragazze graffittare della quale però ero l’unica componente!”, racconta divertita.

“Terminato il liceo non sapevo esattamente cosa fosse l’illustrazione, nessuno dei miei amici o dei conoscenti dei miei genitori era ferrato sull’argomento. Si parlava di arte, gallerie, galleristi; mi sembrava un mondo difficile e capii così che forse fare l’artista a tutto tondo non era la professione adatta a me. Scoprii invece che l’illustratore era una professione che mi permetteva di disegnare il più possibile e fondamentalmente di guadagnare facendolo!”. Olimpia dunque non ha più dubbi: “Ho cercato un corso di illustrazione a Milano, ma all’epoca c’era solo lo IED con un corso triennale. Un corso che si è rivelato molto diverso da quello che immaginavo poiché non avevo molta libertà creativa. Terminato lo IED, non mi rispecchiavo nei lavori fatti durante il triennio così ho deciso di fare tabula rasa e ricominciare da capo, alla ricerca di una mia identità. Ho preso tempo, disegnavo ogni giorno, a mano e al computer, sperimentando tecniche che ancora non avevo provato e trovando ispirazione nella mia quotidianità. Dopo mesi di tentativi ho notato che qualcosa si stava muovendo, iniziavo ad essere felice di quello che disegnavo, la mia mano iniziava a rappresentare quello che la mia testa immaginava”. Ora per Olimpia è il momento di fare sul serio: “Selezionando i miei lavori migliori ho confezionato il mio portfolio per propormi a clienti milanesi nel mondo dell’editoria e ho iniziato a disseminarlo nelle cassette delle lettere, sotto le porte, a spedirlo. Nonostante il mio entusiasmo ho ricevuto feedback moderati rispetto a quelli che speravo. Così, nel pieno dell’adrenalina post-scolastica e con la voglia di nuove opportunità ho deciso di partire per New York”.

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Era il 2008 quando la creativa arriva nella grande Mela: “Ho scelto New York per via della forte tradizione in ambito illustrazione, basti pensare al New Yorker. Ho iniziato a bussare alle porte e in poco tempo ho ottenuto alcuni colloqui. Tutti avevano accettato di incontrarmi, a differenza dell’Italia. Ho ricevuto le prime commissioni – una su tutte quella per il New York Times, una piccola illustrazione in bianco e nero – e da quel momento è stato più semplice lavorare in Italia”, precisa Olimpia.

Anno dopo anno, disegno dopo disegno, lo stile di Olimpia Zagnoli si perfeziona: “Non ho creato il mio stile a tavolino, ho cercato il più possibile di trovare un linguaggio che mi corrispondesse, simile a me caratterialmente, a come cucino e a come mi vesto. Amo comunicare in modo immediato usando pochi colori estremamente studiati, la sintesi, omaggiando la grafica anni ‘60-‘70, ma senza copiarla. Mi piace dare meno informazioni al lettore per lasciargli lo spazio di interpretare il concetto, anche se non parla la mia stessa lingua”.

Olimpia Zagnoli per Marella

Col passare degli anni anche in Italia maturano i tempi per l’illustrazione: “Negli ultimi 5 anni l’illustrazione è diventata importante, quasi di moda, anche per i clienti italiani. Si vedono illustrazioni sui tram, nei quotidiani, nei libri… Hanno capito che l’illustrazione è un ottimo modo per presentare dei prodotti, per spiegare come si utilizzano delle cose, per essere associata a un testo o a un titolo. Per questo ora mi trovo a lavorare molto in Italia, anche su progetti alternativi”. Qualche esempio? “Il primo progetto ‘speciale’ è stato la collaborazione con Mandarina Duck, per la quale ho disegnato una serie di valigie. Poi la collaborazione con il brand di moda Marella, che dura ormai da 3 stagioni. Mi hanno chiesto di disegnare una capsule, una linea intera di abiti di cui ho progettato non solo i pattern ma anche le forme lavorando a stretto contatto con l’ufficio stile. In Italia ci si mette tanto ad ingranare poi però si ha la possibilità di lavorare a progetti come questi, in cui discipline differenti interagiscono insieme, una tradizione che in altri paesi come gli USA non esiste” dichiara Olimpia. L’illustratrice oltre al lavoro quotidiano porta avanti dal 2013 un progetto parallelo con il padre Miro: “A casa era normale per noi essere circondati da oggetti belli e semplici che per noi ricoprivano un valore speciale. Per questo abbiamo deciso di creare una linea di oggetti nostri, da vendere in uno shop online. È nato così CLODOMIRO, un brand inclusivo, che parla di amore ed erotismo, un argomento che secondo mio padre non invecchia mai e al quale ho dato la mia personale interpretazione. Ne sono nati piatti, cuscini, foulard, slip, tutti realizzati in Italia nei distretti artigianali di riferimento. È un progetto piccolo che però portiamo avanti nel tempo libero con passione”.

Parte della collezione Clodomiro (photo Instagram @dearclodomiro)

Giovane, brillante, donna: quali problemi hai riscontrato negli anni? “Ormai sono riconosciuta nel mio ambito, se vedo atteggiamenti sessisti possono scegliere di abbandonare un progetto. Per alcuni brand lavorare con una donna è considerato un valore. È capitato, purtroppo, che venissi pagata meno di alcuni miei colleghi uomini per lo stesso lavoro oppure, in altri frangenti che ricevessi risposte simili a ‘Da una signorina non mi aspettavo una cifra del genere!”.

Qual è la tua routine quotidiana? “Ho lavorato per tanti anni da casa, ora invece condivido lo ‘Studio Burro’ con altri creativi. Passo la giornata alla scrivania e quando ho bisogno di sbloccarmi amo immergermi in altri contesti o frequentare il baretto sotto lo studio. Cerco ispirazione per le vie di Milano che amo attraversare con la mia Vespa bianca (ancora per poco, il progetto è quello di tappezzarla di adesivi anni ‘60) e visitare casa Boschi di Stefano oppure la zona di Città Studi con le sue belle abitazioni, le case di Portaluppi e Gio Ponti, il Planetario o il Museo di Storia Naturale. Tutti luoghi un po’ polverosi, dalle atmosfere rétro”.

Qual è il tuo rapporto con i social? “Quando ho iniziato i social ancora non esistevano. Ora grazie a Instagram – dove la seguono oltre 110 mila follower – il mio lavoro ha iniziato a girare, ho ricevuto commesse e ho conosciuto creativi da ogni parte del mondo con i quali sono nate anche delle collaborazioni, cose che raramente mi sarei aspettata da un ‘algido’ social”, conclude divertita OZ.

Olimpia Zagnoli alla finestra del suo studio milanese - photo Ilaria Defilippo

Olimpia Zagnoli alla finestra del suo studio milanese – photo Ilaria Defilippo