Giappone, l’appello di un padre italiano da un anno senza i propri figli

La fotografia originale è stata modificata con l’AI

Dodici mesi di lontananza, sofferenza, rabbia e, al tempo stesso, di determinata mobilitazione. Dal 31 ottobre 2025 Michele Dall’Arno, docente universitario di fisica teorica, vive il dramma della separazione dai suoi tre figli, oggi di otto, sei e quattro anni. Una vicenda personale che, nel corso di quest’anno, si è trasformata in una battaglia pubblica.

«In due divorzi su tre, in Giappone, i figli perdono ogni contatto con uno dei genitori. Se uno dei coniugi si allontana portandoli con sé, ottiene di fatto la patria potestà in via esclusiva. Si tratta di sottrazione minorile, ed è impunita», sottolinea Dall’Arno, raggiunto da Alley Oop con una lunga telefonata.

Secondo i dati dell’associazione Kizuna Child-Parent Reunion, ogni anno circa 150mila bambini vengono allontanati da un genitore in seguito alla decisione unilaterale del partner. Una prassi che viene denunciata sia da cittadini giapponesi sia da occidentali in coppie miste ed è stata raccontata da film e documentari come Ritrovarsi a Tokyo e Unfathered. Nel 2020 è stata anche oggetto di un appello del Parlamento europeo.

L’allontanamento della moglie con i tre figli

Dall’Arno, forlivese e in Giappone per lavoro dal 2012, si è sposato nel 2016 con quella che sarebbe diventata la madre dei suoi tre figli, che hanno la doppia cittadinanza. Quando torna a casa dopo una trasferta di lavoro, in quel giorno di fine ottobre, trova l’abitazione vuota. La coppia attraversava un periodo di difficoltà coniugali ed economiche, ma nulla, racconta, gli aveva fatto immaginare un epilogo del genere. Le uniche avvisaglie, a posteriori, le individua nei movimenti del conto corrente e in una mail molto formale nei giorni precedenti, con la quale la donna chiedeva informazioni sull’allocazione dei risparmi.

«Nonostante solo io lavorassi e lei fosse casalinga, il conto era gestito totalmente da lei, perché questa è la tradizione giapponese. Solo ora posso immaginare che, con ripetuti prelievi, si stesse preparando ad una fuga». Otto giorni dopo Dall’Arno riceve dalla moglie una richiesta economica di duemila euro. Sceglie di non acconsentire e al tempo stesso inizia a raccontare quanto accaduto aprendo un canale YouTube.

Il 16 novembre avviene l’ultimo contatto, una telefonata che gli viene concessa con la figlia più grande. «In quell’occasione i bambini erano già stati istruiti al fatto che i genitori siano mutuamente esclusivi. Mia figlia mi disse: se stiamo con te, se stessimo con te, non potremmo stare con la mamma».

Le richieste economiche e il ritorno in Italia

La denuncia di Dall’Arno ha due punti di partenza: un vuoto nel codice penale che definisca il perimetro della sottrazione di un minore e la totale assenza, in questi passaggi, di alcuna sentenza di separazione, di divorzio, di affido: «Tutto nasce e si conclude di fatto con l’atto unilaterale di un genitore che porta via i figli. Senza alcun tipo di accusa né di approfondimento».

Racconta di essersi rivolto senza successo alla mediazione presso il Tribunale di Famiglia, procedura prevista in questi casi dall’ordinamento giapponese: «Parlavano prima con me, poi alternativamente con mia moglie, cercando di mediare, però di fatto senza alcuna leva. Il genitore che ha in custodia i figli ha tutto il potere».

Si arriva al 12 marzo, giorno in cui l’uomo riceve una richiesta di carattere economico: «Senza alcuna udienza, senza l’intervento di alcun giudice, mi è stato intimato di non criticare più il sistema e di pagare una cifra mensile. Il giorno dopo ho dato le dimissioni e sono tornato in Europa. Il tribunale non mi ha più comunicato nulla nonostante io avessi lasciato i miei recapiti».

La denuncia di un sistema estorsivo

Solo lasciando il Giappone Dall’Arno sentiva di poter dare piena voce al suo appello e combattere quello che non esita a definire un sistema estorsivo: «Ci sono interessi economici diretti, compresi quelli di avvocati disonesti che si inseriscono, con secondi fini, in situazioni di fragilità delle famiglie e poi ottengono percentuali importanti di questi contributi mensili».

Accettando di pagare, ci racconta, il genitore non ottiene alcun diritto ma dipende comunque dalle concessioni dell’ex coniuge: «Vedono il figlio un’ora al mese, chiusi a chiave in una stanza, alla presenza dell’avvocato dell’altra parte. Quindi la cifra non viene versata in funzione di un accordo sul mantenimento o di un affido condiviso». Dall’Arno sottolinea come, sempre più spesso, queste distorsioni vengano denunciate apertamente da politici giapponesi in sessioni parlamentari, che documenta condividendo video e contributi sui suoi profili social.

L’affido condiviso in Giappone

Proprio da quest’anno, precisamente dal 1° aprile 2026, il Giappone ha modificato la propria normativa prevedendo una forma di affido condiviso dei figli, ma la novità è stata accolta da molti osservatori come poco efficace. Per Giorgio Colombo, professore ordinario di diritto comparato presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, la riforma riguarda soprattutto le scelte di vita relative ai figli, ma non tocca gli aspetti della convivenza, che vengono lasciati sostanzialmente all’accordo tra genitori. «In presenza di contenzioso per un divorzio, da quest’anno il giudice potrebbe intervenire prevedendo un affido congiunto, però la magistratura giapponese è abbastanza nota per la reticenza con cui entra d’imperio nelle questioni considerate private di una famiglia».

Colombo individua nella conflittualità tra i genitori un elemento che spaventa molto le autorità giapponesi, portandole ad evitare di giocare un ruolo, di prendersi una responsabilità nelle decisioni: «Vivono con estrema preoccupazione l’idea di esporre un minore a una situazione potenzialmente pericolosa. Il timore, per un giudice, di ordinare delle visite che poi espongono il minore a violenza domestica, ad esempio, è qualcosa che lo paralizza. Purtroppo, quello che succede talvolta nelle cause di divorzio è quindi l’uso strategico di una denuncia per violenza domestica, un problema che non riguarda solo le coppie miste». P

er Colombo un padre nella situazione di Michele Dall’Arno potrebbe, oggi, chiedere il divorzio e un affidamento condiviso dei figli, ma «statisticamente non sarebbe una strategia vincente, più che altro perché di solito i figli vengono affidati esclusivamente alla madre, soprattutto se sono minori e se sono molto piccoli».

Per molti decenni, di fronte alla separazione dei genitori, il Giappone ha identificato come il miglior interesse del minore la stabilità e non la bigenitorialità, come ci spiega Colombo: «i diritti di visita spesso venivano sacrificati in nome di questa stabilità, in modo da consentire al minore di avere una vita regolare, di vivere sempre nello stesso posto, di avere una quotidianità tranquilla, in una diversa interpretazione di quello che è il benessere del minore rispetto a quanto avviene in Europa». Per questo i diritti di visita sono estremamente limitati: «in circa il 50% dei casi il genitore non affidatario ha diritto di visita una volta al mese o meno di una volta al mese o non ce l’ha del tutto».

La sottrazione internazionale di minori

Il Giappone ha sottoscritto solo nel 2014 la Convenzione dell’Aia sugli effetti civili della sottrazione internazionale dei minori, che risale al 1980. «Il problema è che questa si applica solo nelle sottrazioni internazionali», ci spiega Giorgio Colombo. «La prima volta è stata applicata nel caso di due coniugi giapponesi che vivevano in Sri Lanka perché la madre aveva portato una figlia minore in Giappone contro la volontà del padre che ne ha ottenuto il ritorno nel paese di residenza abituale. Il problema è che quella di cui parliamo in questo caso è una sottrazione domestica, avvenuta all’interno del territorio del Giappone, quindi manca il presupposto dell’internazionalità e non si possono usare gli strumenti della Convenzione».

I rigidi ruoli sociali di uomini e donne

Allargando lo sguardo, Giorgio Colombo individua due principali problemi per le famiglie giapponesi in questo momento: «Il primo sono i genitori che non vedono più i propri figli, che nella stragrande maggioranza dei casi sono i padri. Poi c’è quello, speculare, delle madri single che non hanno un sostegno economico sufficiente per poter mantenere i figli, perché la cura della famiglia è ancora sproporzionalmente in capo alle donne».

Anche Michele Dall’Arno, oggi, rilegge la sua esperienza alla luce dei ruoli sociali vissuti nella coppia, percepiti come un’imposizione della tradizione locale. «Il ruolo dell’uomo è lavorare diciotto ore al giorno. Il ruolo della donna è gestire i figli e le finanze. Ci sono stati degli scontri con mia moglie, ad esempio per i problemi di salute dei bambini, quando ho insistito per farli visitare». Questo tipo di interventi, così come quelli nell’educazione dei bambini – «li portavo in biblioteca, leggevo loro i libri, li portavo allo zoo, al giardino botanico» – venivano vissuti come un’invasione di campo.

«Credo che lei sentisse questa mia presenza come un’aggressione e un’intromissione in quello che percepiva come il suo ruolo, questo forse la feriva o la faceva sentire non adeguata». Insieme a queste dinamiche ci racconta un contesto di assenza di dialogo, rispecchiato anche nella mancanza di elaborazione e condivisione sulla fine del matrimonio e sulla gestione dei figli. «Se i ruoli sociali sono così rigidi, il dialogo finisce per essere non più necessario e si annulla».

Una mobilitazione che continua

Nel corso di questi mesi Dall’Arno ha pubblicato molti video rivolgendosi direttamente ai suoi figli, nei quali racconta loro le storie della buonanotte, ricorda la quotidianità vissuta insieme e ripete che sta continuando a lottare per ritrovarli. Si è rivolto al consolato italiano a Osaka, «che ha agito e sta continuando ad agire, con i limiti e i tempi lunghissimi della diplomazia».

La sua storia ha trovato spazio su alcuni quotidiani ed è stata anche oggetto di interrogazioni parlamentari bipartisan, sia alla Camera che al Senato. Ci annuncia che a breve costituirà un’associazione con altri genitori italiani. Sarebbero circa tredici le famiglie di connazionali che vivono situazioni analoghe, per un totale di una ventina di minori. Chiede di seguire il suo racconto e i suoi appelli sui social e sui media, auspicando una sempre maggiore pressione e un interessamento della politica a livelli più alti.

Il diritto alla bigenitorialità e al pensiero critico

Ciò che, dopo un anno, sta più a cuore a Michele Dall’Arno è però l’impatto che questa separazione prolungata può avere sui piccoli: «Il primo genitore che porta via i figli sopravvive e loro rimangono di fatto orfani dell’altro genitore. Questo causa sicuramente un trauma. E sarebbe ugualmente un trauma vederlo per una volta al mese chiusi a chiave in un tribunale. Sono eventi che interrompono, di fatto, l’infanzia di un bambino».

Nella sua esperienza si è ormai consumata una frattura insanabile con il contesto sociale giapponese, in cui individua una predisposizione culturale all’obbedienza che porta ad accettare passivamente alcune convenzioni. «Per me sarebbe fondamentale continuare a fare quello che ho sempre fatto, cioè insegnare ai miei bambini il pensiero critico, l’empatia, insegnare a pensare prima di obbedire».

La sua più grande paura, ci confida, è quella di ritrovarli tra dieci o quindici anni incapaci di leggere in modo consapevole quanto accaduto, accettando come inevitabili le decisioni che hanno portato ad allontanarli. «Dietro alla determinazione, a quella che può sembrare lucidità, c’è anche molta, molta disperazione» ci dice. C’è anche il timore di non riconoscerli, di non sapere chi siano diventati nel frattempo: «Rifiuto il pensiero che abbiano già un anno in più di quando li ho visti l’ultima volta. Non so che faccia abbiano, non so come siano, perché i bambini cambiano, cambiano in fretta».

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