
Bisogna capire che cosa c’è dietro quella violenza. Dietro le immagini di giovanissimi che corrono per le strade del centro di Milano, devastano e saccheggiano negozi, accanto a chi è sceso in piazza per protestare e manifestare. «Quando abbiamo chiesto loro se sapessero perché fossero state convocate le manifestazioni, non hanno saputo rispondere», ha spiegato a Radio 24 Luca Villa, procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Milano. Tra i 36 ragazzi fermati, circa la metà sono figli di italiani, non risultano minori stranieri non accompagnati e soltanto tre hanno precedenti penali. «Gli altri sono ragazzi che vanno a scuola, che non avevano denunce – continua Villa – non sono i cosiddetti maranza», che sembrano essere diventati il capro espiatorio di ogni episodio di violenza giovanile.
Certamente, dietro questi comportamenti ci sono forme di disagio e di abbandono educativo, ma il malessere giovanile attraversa oggi contesti sociali molto diversi. Ci sono adolescenti che non vogliono uscire dalle loro stanze e altri che non rispettano le regole. Ragazzi definiti “di buona famiglia”, che escono di casa con un coltello in tasca, spacciano o fanno uso di psicofarmaci e droghe. Altri che crescono in quartieri difficili, con poche opportunità. Storie diverse che non possono essere sovrapposte, ma nelle quali ritornano spesso gli stessi desideri: fare soldi, avere scarpe e vestiti di marca, raggiungere quel successo che sui social sembra arrivare senza fatica. Un’immagine che si scontra con realtà dove, soprattutto per chi vive in città, persino trovare una casa diventa proibitivo.
Il futuro che non è più una promessa
Alcuni dei ragazzi che incontriamo in comunità o nelle carceri minorili raccontano che, se avessero avuto più opportunità, la loro vita sarebbe stata diversa. Spesso arrivano da periferie e da situazioni di difficoltà economica. Altri da famiglie che cercano di non far mancare loro nulla, ma non basta. Sui social vedono un mondo fatto di lusso, soldi facili e successo. E così perdono di vista il presente. Chi compie reati va fermato? Sì, certamente. Ma poi devono essere ascoltati, per cercare di capire che cosa vogliono davvero. Servono presidi educativi nelle periferie, persone capaci di entrare in relazione con loro, non adulti che si limitino a comandare e impartire ordini.
Tornano in mente le parole di Daniel Zaccaro, ragazzo che ha conosciuto il carcere e che ha poi intrapreso un percorso di cambiamento. Oggi è educatore nella comunità Kayrós e alla sua storia è ispirato il film Figli perduti, presentato a Roma il 18 ottobre. «È una generazione di ragazzi senza sogni e prospettive, che vedono il futuro come una minaccia e non una promessa com’era per le vecchie generazioni. Per loro conta solo il presente, l’importante è viverlo senza pensare alle conseguenze e se devono trasgredire lo fanno. Il vuoto che i ragazzi provano viene riempito con il male, l’unica risposta forte, visto che il bene non riesce a proporre qualcosa di diretto e concreto». Una riflessione che sembra attraversare anche quanto accaduto a Milano, senza pretendere di spiegare con una sola chiave le azioni di decine di adolescenti.
Dagli appelli sui social agli scontri in piazza
Ma chi sono davvero questi ragazzi? E perché hanno partecipato a quelle violenze? A incontrarne alcuni è stato il procuratore Villa, che ha voluto ascoltarli personalmente dopo i fermi. «Non sapevano perché erano lì». Alcuni erano arrivati per l’eccitazione dello scontro, altri perché avevano intuito la possibilità di rubare qualcosa nei negozi. Ma molti volevano soprattutto esserci, filmare, condividere con gli amici e sui social quello che stava accadendo. Villa non esclude il disagio sociale e la fragilità educativa e richiama gli adulti sull’uso dei social network. «I genitori hanno deciso di delegare ai social l’educazione dei figli, regalando loro uno smartphone già alle elementari», osserva il procuratore. Una responsabilità che, precisa, non riguarda soltanto le famiglie, ma il mondo adulto nel suo insieme. Ma così, senza una rivendicazione, un obiettivo riconoscibile, una prospettiva, i social rischiano di diventare il principale riferimento di adolescenti che cercano appartenenza, riconoscimento e visibilità.
Le pene più severe non bastano
«La pena è l’ultima cosa che un ragazzo prende in considerazione». Per questo, secondo Villa, aumentare le sanzioni non basta a prevenire comportamenti simili. Occorre intervenire prima. In merito alle nuove regole relative all’imputabilità dei minorenni, Villa spiega: «Sento dire da altissimi esponenti del Governo che finalmente i sedicenni risponderanno delle loro azioni. Ma i ragazzi vengono già praticamente tutti ritenuti maturi. A Milano, lo scorso anno, su cinquemila procedimenti, soltanto quattro minori sono stati dichiarati immaturi. Con la nuova norma si inverte la presunzione: deve essere il ragazzo o il suo difensore a chiedere gli accertamenti sulla maturità. Dal punto di vista degli effetti pratici cambia pochissimo, ma si va contro le convenzioni internazionali, secondo le quali la prima cosa da valutare, quando si ha a che fare con un minore, è proprio la maturità».
Ragazzi totalmente spaesati
Anche don Claudio Burgio, presidente della comunità Kayrós e cappellano del carcere minorile Beccaria, ha incontrato alcuni dei ragazzi coinvolti negli scontri. Racconta di adolescenti profondamente disorientati, incapaci di spiegare quello che è successo. «Sono totalmente spaesati, non riescono neanche a trovare le parole», ha spiegato sempre a Radio24. Alcuni piangevano, altri sostenevano di essersi trovati lì per caso. «L’ambiente del carcere li ha riportati improvvisamente sul piano della realtà». «È chiaro che vanno innanzitutto fermati, perché sono fuori controllo e soprattutto hanno una grande incoscienza di quello che mettono in atto. Ma certamente vanno anche ascoltati e capiti. Quello che mi ha colpito, incontrando molti di questi ragazzi al Beccaria, è che non si tratta soltanto di giovani di seconda generazione, che vivono situazioni di povertà e fragilità nei loro quartieri. Ho incontrato anche liceali, ragazzi di famiglie benestanti. È un fenomeno trasversale. C’è una rabbia esplosiva che forse non è ancora stata compresa fino in fondo da noi adulti e dalle istituzioni».
Il bisogno di riconoscimento
Una rabbia che si intreccia con il bisogno di riconoscimento e con i modelli proposti dalla società dei consumi. «Questi ragazzi non hanno altro attraverso cui identificarsi e riconoscersi. Ed è una società che abbiamo prodotto noi». Scarpe, giubbotti, oggetti costosi diventano strumenti per affermare la propria identità e ottenere visibilità. Ma, rispetto alle proteste delle generazioni precedenti, Burgio individua anche un’altra differenza: «Oggi quello che sconcerta è che questi episodi sembrano fondati sul nulla». «C’è bisogno di adulti, nella famiglia e nella scuola, che sappiano far comprendere loro che cosa significa vivere all’interno di una società e rispettarne i limiti, senza ricorrere alla violenza». E avverte: «Non è soltanto a forza di decreti che possiamo contrastare questi fenomeni».
Sono sempre di più i ragazzi tra i 14 e i 24 anni in carico ai servizi della giustizia minorile, secondo i dati del dipartimento. Al 30 settembre 2026 sono oltre 18mila, contro i 16mila di un anno fa e i 15mila del 2024. Crescono i giovani in messa alla prova: più di 3.300 nel 2026. Sono 1.300 quelli accolti nelle comunità private, mentre 557 si trovano negli istituti penali minorili, sostanzialmente stabili rispetto a un anno fa.
La Generazione Z e le ragioni della protesta
«Lo scorso weekend nelle piazze c’erano ragazzi e ragazze davvero giovanissimi. Le nostre manifestazioni sono un appello a chi governa di prestare attenzione a ciò che ci serve in questo momento», spiega Emma Citterio del collettivo Deriva, che riunisce giovani della Generazione Z, tra universitari, studenti delle scuole superiori e lavoratori. Giovedì 22 ottobre i ragazzi e le ragazze dei collettivi studenteschi si sono riuniti in assemblea ai giardini di Porta Venezia, a Milano, per trovare una maggiore coesione e definire obiettivi comuni in vista delle prossime manifestazioni, in particolare quella del 30 ottobre. Sabato scorso erano in piazza per protestare contro il carovita, la guerra e la scarsa attenzione alla scuola. Domenica non c’erano, ma vogliono interrogarsi sulle ragioni della rabbia e della violenza esplose tra i giovani. «Il tessuto sociale della nostra città è tesissimo, ci sono delle disuguaglianze evidenti a tutti che noi continuiamo a mettere sotto lo zerbino», sottolinea Giano, sempre del collettivo Deriva. «Quello che è successo ha sorpreso anche noi, ma va preso come dato di fatto. Piuttosto che concentrarsi sulle azioni in sé, bisogna domandarsi sulle cause». E al centro della riflessione torna il tema dell’assenza di futuro e di ascolto da parte degli adulti.
Il vuoto educativo e l’assenza di sogni
E così senza una rivendicazione, un obiettivo riconoscibile, una prospettiva, i social diventano il principale riferimento di adolescenti che cercano appartenenza, riconoscimento e visibilità. Ed è da qui che dobbiamo ripartire. Noi adulti siamo chiamati a interrogarci sul nostro ruolo e sul tempo che dedichiamo ai ragazzi. Le giornate sono scandite da impegni scolastici, attività sportive, opportunità che cerchiamo di offrire loro. Ma quanto spazio rimane per l’ascolto? Quanto siamo realmente disponibili a comprendere i loro bisogni, le loro difficoltà, anche quando emergono pensieri e comportamenti che fatichiamo ad accettare? Comprendere le ragioni della violenza non significa giustificarla, né sottrarre i ragazzi alle proprie responsabilità. Significa riconoscere i segnali di disagio prima che si trasformino in comportamenti violenti, quando esistono ancora le possibilità e gli strumenti per intervenire.
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