Aids, il romanzo di chi è rimasto: “I grandi sognatori” di Rebecca Makkai

“I grandi sognatori” di Rebecca Makkai è uno dei romanzi americani più importanti degli ultimi anni. Finalista al Pulitzer nel 2019, nasce da un enorme e accurato lavoro documentario  sulla crisi dell’Aids a Chicago, e racconta due tempi che si parlano attraverso la stessa ferita: gli anni Ottanta, quando, in una comunità di giovani uomini gay, si comincia a sparire uno dopo l’altro, e il 2015, quando quella perdita continua a vivere dentro chi è rimasto.

Detto questo, chiamarlo semplicemente “un romanzo sull’Aids” sarebbe sbagliato, oltre che troppo comodo e riduttivo: Makkai non racconta una malattia. Racconta un mondo che si svuota. Che perde un volto dietro l’altro. Uno alla volta. Inesorabilmente. In questo libro non c’è la tragedia come evento improvviso. C’è erosione. Sottrazione.

Ma, prima di procedere, bisogna capire bene di cosa stiamo parlando davvero.

Prima della svolta terapeutica del 1996, negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, in certe comunità gay americane l’Aids non era una notizia di sfondo. Era l’aria che si respirava. A San Francisco, nel 1990, oltre il 60% delle morti tra gli uomini tra i 25 e i 44 anni era legato all’Aids. Proviamo a rendere i numeri concreti: questo poteva significare andare a uno, due, perfino tre funerali in un mese. Gente che conoscevi. Amici. Ex. Amici di amici. Facce viste la sera prima in un bar e poi sparite.

Rebecca Makkai non ci spiega tutto questo. Ci butta lì dentro.

All’inizio del romanzo Yale, giovane responsabile di una galleria d’arte a Chicago, entra in una festa organizzata dopo il funerale di Nico, uno dei primi del gruppo a morire. Gli amici bevono, scherzano, cantano, cercano ostinatamente di tenere in piedi un’idea di vita mentre intorno a loro la malattia continua a portarsi via persone.

Ed è lì che il romanzo mostra la sua immagine più feroce: una stanza piena che lentamente si svuota. Non solo in senso fisico. Si svuota di futuro, di affetti, di memoria condivisa. Gli amici continuano a parlare, a desiderare, a vivere, ma chi legge capisce presto che sta guardando la cancellazione progressiva di un intero mondo.

Qui arriva la scelta che dà profondità al libro: a quella linea negli anni Ottanta Makkai affianca il 2015, affidando la narrazione a Fiona, sorella di Nico. Anche lei è una sopravvissuta, ma in un altro senso. Non alla malattia, ma al ricordo. Fiona porta dentro di sé quella stagione come una condanna silenziosa: non quella di chi è stato colpito nel corpo, ma di chi è rimasto abbastanza a lungo da dover continuare a ricordare tutti gli altri che non sono potuti invecchiare. A cominciare da suo fratello.

Questo è il punto più vero del romanzo: attraverso la doppia linea temporale, non racconta semplicemente la morte, ma ciò che lascia dietro di sé. Spostandosi in avanti, Makkai non rende generica quella ferita degli anni Ottanta, non smussa la dimensione queer. Entra così a fondo in quella storia da far vivere un’esperienza che riguarda chiunque abbia perso qualcuno.

Che cosa resta di noi quando spariscono quelli che ci hanno conosciuti davvero? Chi tiene in piedi una vita quando non ci sono più testimoni? Chi conserva i gesti, le battute, i disegni, le fotografie, i corpi giovani che una società, per troppo tempo, ha scelto di non guardare?

La struttura su due tempi non è un trucco narrativo. È il trauma stesso.

Nel passato vediamo la perdita mentre accade.
Nel presente vediamo che cosa quella perdita ha fatto a chi è rimasto.

Fiona non è qualcuno che semplicemente ricorda. È una superstite. Qui sopravvivere non significa essere salvi, ma portarsi dentro tutti quelli che non hanno avuto il tempo di crescere con te.

Anche l’arte, nel romanzo, sta in questo meccanismo. Le fotografie, i disegni, gli archivi, le immagini non salvano davvero nessuno. Non restituiscono ciò che è stato perso, ma trattengono qualcosa. Oppongono resistenza alla cancellazione.

Ma la cosa che rende davvero questo libro così doloroso è che Makkai non trasforma mai i suoi personaggi in simboli. Non li santifica. Non li mette su un piedistallo. Non costruisce martiri. Yale, Charlie, Nico, e tutti gli altri. Restano persone. Ragazzi. Fragili, desideranti, vanitosi, intelligenti, generosi, ingenui, contraddittori. Grandi sognatori.

Ed è proprio per questo che, girata l’ultima pagina, mancano. Perché un simbolo lo guardi, studi, analizzi da lontano, protetto dal ragionamento. Una persona, quando sparisce, lascia un vuoto fisico, nudo, scoperto come un taglio.

Sono della generazione che ha avuto diciotto anni negli anni Novanta, quando le terapie cominciavano a esistere e funzionare, ma il terrore di ammalarsi era ancora lì. Ho visto diversi amici diventare sieropositivi. Non eravamo più nel buio assoluto, ma ne sentivamo ancora il freddo.

Seppure con più speranza, vivevamo ancora un’epoca in cui una malattia diventava condanna pubblica e sociale, stigma e punizione: nel corpo all’inizio, e fuori dal corpo per sempre. Nelle famiglie che sparivano. Nei compagni esclusi dai funerali. Negli amici costretti a custodire vite che il mondo scacciava, preferiva non vedere.

Forse è anche per questo che il romanzo colpisce così forte. Perché non racconta soltanto una crisi sanitaria o una stagione storica. Racconta il momento in cui una generazione capisce che la giovinezza può interrompersi. Che l’amore può essere negato perfino davanti alla morte. Che la memoria non è un gesto nobile, ma la fatica quotidiana di chi rimane.

Tutto questo si concentra in una delle scene più devastanti del romanzo: quel vecchio filmato dei ragazzi davanti alla loro discoteca il giorno della demolizione. Sono vivi. Ridono. Scherzano. Come se anche quella distruzione facesse parte del gioco. Anzi, vedono mescolati a quelle macerie i glitter delle loro migliori serate.

Si muovono dentro il tempo come se il tempo appartenesse ancora a loro.

Ma noi li guardiamo da dopo. Anni dopo. E guardandoli sappiamo quello che loro ancora non sanno. Che una parte di quel mondo è già perduta. Che molti di quei corpi non avranno il tempo di invecchiare. Che quella leggerezza è già diventata memoria. Che la vita, quando passa, diventa un sogno nelle mani di chi sopravvive.

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Titolo: “I grandi sognatori”
Autrice: Rebecca Makkai
Traduttrice: Cristiana Mennella
Editore: Einaudi, 2021
Prezzo: 22 euro

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