Allegra Baistrocchi, la console che fa ponte tra le imprese italiane e il mondo

Mi imbatto in “The perfect Pitch”, un ‘reality’ televisivo nato da un concorso organizzato da Retimpresa – Confindustria in cui si sfidano startup italiane della mobilità sostenibile. I tre finalisti guadagnano la possibilità di volare nel Michigan, a Detroit, storicamente la capitale mondiale dell’automotive, la città sulla quale si è abbattuta un decennio fa una crisi micidiale (dalla quale è riemersa più forte che mai). Qui, gli startupper di casa nostra, hanno l’occasione di incontrare incubatori, acceleratori di impresa, potenziali finanziatori e i manager delle più grandi case automobilistiche. La sceneggiatura di questa avventura imprenditoriale e televisiva allo stesso tempo porta le imprese in gara a incontrare la Console italiana Paola Allegra Baistrocchi.

Sappiamo molto poco delle donne protagoniste della diplomazia italiana, pur avendo una organizzazione che le rappresenta (www.donnediplomatiche.it): proprio dal sito leggiamo come alla Farnesina vi sia “un rilevante squilibrio di genere, che segue un andamento generalmente proporzionale ai gradi e all’anzianità per quanto riguarda la carriera diplomatica e dirigenziale. Infatti, l’84% degli ambasciatori di grado è di sesso maschile (21 sul totale di 25), percentuale che sale all’88% per i ministri plenipotenziari (174 sul totale di 198). È di sesso maschile il 78% dei consiglieri di ambasciata (219 sul totale di 279) e il 76% dei consiglieri di legazione (121 sul totale di 159). La percentuale scende al 69% fra i segretari di legazione (233 uomini e 106 donne).”

Ne approfitto per approfondire la conoscenza della console, per capire meglio che vocazione ci sia dietro a questa professione, che impegno, che storia. Mentre scrivo questo pezzo, tra l’altro, Allegra Baistrocchi è rientrata in Italia. A Detroit è rimasta quattro anni, in una attività di supervisione diplomatica molto estesa e che ha riguardato la giurisdizione su cinque Stati: Michigan, Indiana, Kentucky, Ohio e Tennessee.

Diplomatica per scelta o per caso? Il sogno di ragazzina o, come spesso capita, un treno arrivato nella vita sulla quale è salita immediatamente senza averlo mai immaginato prima?
Per scelta. Una scelta consapevole, pensata e anche combattuta. A sette anni dicevo già che avrei fatto la diplomatica — probabilmente più per amore verso mio padre che per reale consapevolezza di cosa fosse. Eppure fu proprio lui a dissuadermi. Mi diceva che è una professione straordinaria, ma difficile da conciliare con la vita personale e sapeva del mio forte desiderio di famiglia. Così ho fatto altro: volontariato, settore privato, creato mie società. Esperienze bellissime, che mi hanno formata. Ma il richiamo era troppo forte. Quando cresci con l’idea di metterti al servizio del tuo Paese, tutto il resto diventa una tappa. A un certo punto ho capito che era la mia strada e – dopo un concorso durissimo – l’ho scelta.

Le tappe professionali prima di Detroit?
Sono entrata alla Farnesina nella cooperazione allo sviluppo in due uffici diversi, poi una breve esperienza a Londra e quindi lo Sri Lanka come Vice Capo Missione. Abbiamo vissuto due momenti difficili, gli attentati del 2019 e poi la pandemia, ed è li che comprendi realmente quanto sia fondamentale il nostro lavoro. Poi Detroit, come Console: un contesto completamente diverso, più economico, più industriale. La cosa più bella di questa carriera è proprio questa: ti costringe a reinventarti continuamente.

Come ricordava, è arrivata a Detroit nel settembre del 2021, quando il mondo stava ancora gestendo l’emergenza Covid. Più entusiasmo o più preoccupazione?
Solo entusiasmo. Era una sede che ho fortemente voluto, perché ci vedevo un grandissimo potenziale per le nostre aziende e per il sistema Italia. Avevo la sensazione che ci fosse molto spazio per creare connessioni nuove e generare un impatto reale.

Detroit qualche anno fa era letteralmente una città fantasma. Cosa si aspettava quando è arrivata?
Ho visto soprattutto il bello. Detroit ha certamente attraversato momenti difficili, ma quando sono arrivata ho trovato una città con un’energia straordinaria e una grande voglia di reinventarsi sugli strascichi della pandemia. Mi ha colpito lo spirito di resilienza, molto vicino a quello italiano. Più che le cicatrici del passato, ho visto il fermento del futuro.

E’ stato difficile tenere le redini dei 5 Stati nella sua giurisdizione?
Più che difficile, faticoso. Solo il Michigan è grande quasi quanto l’Italia, e il Consolato è una struttura relativamente piccola. Questo significa molto lavoro, molti chilometri (quasi sempre da sola) e una grande organizzazione.

Tornando al suo lavoro, come funziona in questi contesti: che compiti sono assegnati ad un Console? E qual è la quotidianità?
La bellezza del nostro lavoro all’estero è che ogni giorno è diverso. Il lavoro del Console si articola essenzialmente su due grandi filoni. Da un lato c’è il servizio alla comunità italiana e a chi si rivolge al nostro Paese: passaporti, assistenza ai cittadini, visti, cittadinanza. Dall’altro c’è una dimensione sempre più centrale: la promozione dell’Italia. Significa creare occasioni di incontro, costruire relazioni, organizzare iniziative che facciano conoscere le nostre capacità industriali, tecnologiche e culturali, contribuendo così ad aumentare il nostro export e ad attrarre investimenti verso l’Italia.

Nella nostra testa quella del diplomatico è una figura molto ‘ingessata’, obbligata a mantenere distanza o, almeno, equilibrio nelle relazioni. Abbiamo un pregiudizio?
C’è sicuramente chi è più formale e chi più diretto e io appartengo sicuramente alla seconda categoria. E non mi sento sola, perché nella mia Direzione trovo che vi siano moltissimi colleghi brillanti, persone con grandi qualità umane, oltre che professionali. Equilibrio e misura restano comunque fondamentali. Una cosa è la propria personalità e una cosa è rappresentare le istituzioni. Bisogna sempre trovare il modo giusto di essere accessibili senza perdere il ruolo che rappresentiamo.

Che doti personali occorre avere per svolgere questa professione?
Curiosità, prima di tutto. Per il mondo, per le persone, per culture diverse dalla propria. Poi capacità di adattamento, perché questa è una carriera che ti porta a cambiare spesso contesto, Paese, squadra, e ogni volta devi essere pronta a ricominciare. E direi anche una certa stabilità emotiva. Il nostro lavoro richiede responsabilità, decisioni rapide e spesso situazioni impreviste. Bisogna saper mantenere lucidità e senso delle proporzioni. Infine, una vera passione per il servizio pubblico. Perché, al di là di tutto, questo rimane il cuore della professione: rappresentare il proprio Paese e cercare ogni giorno di costruire un ponte in più tra l’Italia e il mondo. È una responsabilità grande, ma anche uno straordinario privilegio.

Entrando nello spirito della testata che ci ospita… il suo lavoro si combina facilmente con la vita personale? O è una questione che lei non si è mai dovuta porre?
Mio padre temeva proprio questo: una carriera totalizzante, difficile (e non solo, ma soprattutto, per una donna) da conciliare con la famiglia. Aveva ragione… fino a un certo punto. Come in tutte le carriere impegnative, è una questione di scelte e consapevolezza. La perfezione non esiste. Quando lo accetti, trovi un modo più autentico di tenere insieme tutto. Certo, nel nostro lavoro c’è una complessità in più: gli spostamenti continui, con tutto lo stress e le sfide che questo comporta anche per la vita familiare. Per questo è fondamentale la persona che hai accanto. E io, sotto questo aspetto, sono molto fortunata. Anche se, in fondo, credo che questo valga a prescindere dalla carriera.

In Italia, come sa, abbiamo una partecipazione delle donne al mercato del lavoro decisamente insoddisfacente, un pay – gap rilevante, un ricorso massiccio da parte delle donne al part-time, il serio problema del ‘lavoro di cura’ (famiglia, figli e anziani, lavoro ovviamente non retribuito) che ricade in via quasi esclusiva sulle spalle delle donne: cosa ne pensa di questa situazione che, forse, non è solo Italiana ma comunque nel nostro paese è significativamente pesante?
Fortunatamente nel mio mestiere non può esistere il pay-gap, che francamente trovo poco etico. In Farnesina, grazie anche al lavoro dell’associazione DID – Donne Italiane Diplomatiche e Dirigenti, c’è una crescente attenzione su questi temi. Sicuramente molte di più è atteso dalle donne, e questo è un tema reale e complesso che non riguarda solo l’Italia. Poi c’è la dimensione personale: nel mio caso ho avuto accanto un marito che ha fatto una scelta controcorrente, mettendo in pausa la propria carriera per supportare la famiglia. Non è ancora la norma, ma qualcosa sta cambiando. Questo è un passaggio fondamentale per permettere alle donne di esprimere pienamente il proprio potenziale nel mondo del lavoro.

Le donne che lavorano non raggiungono spesso i ruoli apicali che meriterebbero. Colpa nostra, che abbiamo la ‘sindrome dell’impostore’ e pensiamo di non meritarli o colpa dell’ostinato contesto culturale che facciamo fatica a combattere?
Entrambi i fattori contano: contesto e percezione. Le donne partecipano più numerose al concorso diplomatico, ma sono meno quelle che arrivano fino in fondo (perché si autoeliminano non consegnando tutte le prove). Ritengo sia dovuta ad una maggiore autocritica e meno spavalderia. Eppure, una volta dentro, non vedo limiti strutturali. La vera differenza la farà il tempo: semplicemente, prima eravamo meno. Fortunatamente di colleghe in posizioni apicali ne possiamo attualmente citare sempre di più, ed io ne ho avuto degli esempi straordinari lungo il mio percorso professionale.

Molte donne non danno neanche troppa importanza alla propria autonomia finanziaria: si calcola che in Italia una donna su tre non detenga un conto corrente personale e autonomo dal partner. Era a conoscenza di questa situazione? Come la giudica?L’autonomia economica è una componente importante dell’autonomia personale: non riguarda solo la gestione delle finanze, ma soprattutto la libertà di scelta e la sicurezza nel lungo periodo. Credo sia importante non affrontare il tema in modo moralistico. Quello che però è fondamentale è che ogni donna abbia la possibilità — reale — di essere economicamente autonoma e di non trovarsi in una situazione di dipendenza per mancanza di opportunità o di consapevolezza.

In questo momento esattamente in che cosa consiste il suo impegno professionale al ministero degli Esteri?
Oggi lavoro alla Direzione Generale per la crescita e la promozione delle esportazioni, dove mi occupo di promuovere le eccellenze italiane nel mondo (l’ufficio si chiama proprio così). In fondo è una continuazione naturale di quello che facevo a Detroit, ma su una scala più ampia.

Consiglierebbe alle giovani donne di cimentarsi nella carriera diplomatica?
Assolutamente! Credete in voi stesse. Fate il concorso. Non vi pentirete. È il lavoro più bello del mondo. E come tutte le cose belle, va conquistato con fatica e poi custodito con dedizione. Non c’è orgoglio più grande che rappresentare il proprio Paese. E quando il Paese è l’Italia, non è solo un dovere: è un privilegio straordinario.

Quali sono (o sono stati/e) i ‘role model’ di Allegra Baistrocchi?
Su questo sarò assolutamente banale. Il primo è stato mio padre, che mi ha insegnato la dedizione al servizio ma nella libertà di costruire il proprio percorso, e – prima di lui – i miei nonni, che hanno vissuto il campo di concentramento per non aver rinunciato alla propria patria e ai propri valori. Questa è l’abnegazione. E poi mia madre, che mi ha insegnato il “possibilismo”. Tutto è possibile — se lo vuoi davvero, se lo immagini prima di tutto nella tua mente e poi lo costruisci, passo dopo passo. Nel mio percorso professionale ho poi avuto la fortuna di incontrare colleghe straordinarie, chi mi ha dimostrato che si possono rompere tutti i “glass ceilings” e chi mi ha insegnato che si può “rise by lifting others”. Si cresce così: imparando dagli altri e portando con sé il meglio di ciò che si incontra.

Come e dove si vede ‘domani’?
Nel breve periodo, esattamente dove sono. Sono nell’ufficio in cui voglio essere, nella direzione che ho scelto, con un capo che stimo moltissimo. È una fase in cui sento di poter dare molto. Poi, per natura della nostra carriera, il lavoro si esprime pienamente all’estero. Ed è una dimensione che mi appartiene molto. Ho amato profondamente l’esperienza da Console, quindi non escludo affatto di tornarci in futuro. Dove? Chi lo può dire. Sarà il nostro superiore Ministero a sceglierlo.

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