Dieci anni di lotta alla violenza sulle donne: ecco che cosa resta da fare

Maggiore consapevolezza, maggiore capacità di riconoscere cosa è un atto violento e anche maggiore capacità di interrompere le relazioni violente. Tuttavia, le forme più gravi di violenza sulle donne – a partire dal femminicidio, la più tragica – non arretrano. E i numeri lo dimostrano, con una preoccupazione: quella che riguarda la fascia delle ragazze più giovani, che si trovano a vivere ancora troppe situazioni di violenza con il partner. Il quadro degli ultimi 10 anni è un quadro in chiaroscuro, che per certi aspetti lascia aperti tanti interrogativi: in questi ultimi 10 anni, da quando è nato Alley Oop e da quando abbiamo iniziato a occuparci di violenza sulle donne, possiamo dire che tutto è cambiato in Italia per quello che riguarda la violenza sulle donne ma che, se guardiamo più a fondo, tutto è rimasto uguale.

Cosa è successo in questi 10 anni? Abbiamo visto un quadro legislativo sempre più ampio (ma troppo spesso improntato solo alla punizione e ancora troppo poco alla prevenzione) tra passi avanti (fino alla definizione di un reato di femminicidio) e passi indietro (come il vergognoso teatrino politico sul consenso), un grande lavoro di sensibilizzazione partito dai centri antiviolenza e di alcuni tra magistrati e giudici esperti che ha portato il tema in primo piano nel dibattito pubblico e ha contribuito all’aumento della conoscenza di un fenomeno strutturale e alla presa di consapevolezza di tante donne e ragazze, un aumento delle impegno degli attori sociali (aziende incluse) e la nascita di nuove associazioni e organizzazioni impegnate a lottare.

Ma abbiamo visto anche l’era del MeToo e, subito dopo, quella della sua negazione, il Covid che ha chiuso anche le donne in casa esponendole così alla violenza domestica, mentre ha segnato ragazzi e ragazze con una ferita che ancora non riusciamo bene a misurare, abbiamo visto e letto sentenze aberranti infarcite di stereotipi e pregiudizi che hanno portato l’Italia ad essere più volte condannata dalla Cedu (Corte europea dei diritti dell’uomo), abbiamo visto un prima e un dopo nella narrazione della violenza col femminicidio di Giulia Cecchettin, che per la prima volta (e l’unica) ha smosso la coscienza sociale e portato in piazza ragazze e ragazzi per dire no alla violenza.

Non bastano 10 anni di leggi avanzate per cancellare una cultura di 4mila anni

Una cosa, però, resta costante: i numeri. I numeri, sottolinea Paola Di Nicola Travaglini, magistrata in prima linea a livello internazionale nella lotta al fenomeno, non cambiano ma non bisogna farsi scoraggiare. Ci sono segnali positivi: donne e ragazze più consapevoli, che non accettano nessuna restrizione come invece avveniva passato e la possibilità che dietro i numeri della violenza (femminicidi esclusi) che in alcuni casi peggiorano ci sia però  un fenomeno di emersione del sommerso, dettato proprio dalla maggiore consapevolezza. D’altronde, va considerato, prosegue Travaglini, che «la violenza maschile contro le donne è un fenomeno strutturale. I numeri non cambiano in modo significativo perché questa violenza ha alle spalle una storia di circa quattromila anni: non possono bastare dieci anni di leggi, pur avanzate, per rompere una struttura culturale così radicata e pervasiva. Le riforme legislative sono state importanti e hanno dimostrato che esiste un Parlamento capace di individuare strumenti sempre più adeguati sotto il profilo del contrasto penale. Tuttavia la struttura culturale di fondo non è cambiata in modo profondo».

Muratore (Istat): «Non è un’emergenza ma un’urgenza strutturale»

L’ultima indagine Istat è molto chiara da questo punto di vista: «In dieci anni registriamo più consapevolezza, ma la violenza grave non arretra». Giusy Muratore lavora all’Istat dal 1994 e, praticamente da sempre, si occupa di violenza di genere, di raccogliere numeri e dati, di dare un senso a questa raccolta e di comprendere un fenomeno drammatico che ancora non si riesce a scardinare. Nell’Istat è dirigente di ricerca e responsabile del gruppo di lavoro sullla violenza di genere. L’ultima importantissima indagine (la prima parte) è stata pubblicata in occasione del 25 novembre 2025, a distanza di undici anni dalla precedente, quella del 2014.

«I dati dell’indagine confermano un elemento che negli anni abbiamo imparato a leggere con cautela: non c’è un peggioramento complessivo del fenomeno, ma nemmeno un miglioramento strutturale, spiega Muratore. «Negli ultimi anni sono aumentate le chiamate al 1522 e gli accessi ai centri antiviolenza. Le denunce, invece, crescono solo marginalmente. È la domanda che ci siamo sempre poste: aumenta il fenomeno o aumenta la consapevolezza?». Ne dà una lettura con sfumature più ottimistiche la giudice Di Nicola: «Un aumento delle denunce può indicare una maggiore consapevolezza e una più forte intolleranza verso la violenza — economica, sessuale, psicologica — più che un aumento reale del fenomeno. Non bisogna farsi scoraggiare dai numeri. La Svezia, ad esempio, risulta tra i Paesi con il più alto numero di violenze sessuali registrate, ma questo è legato anche a un’elevata fiducia nelle istituzioni e a una maggiore propensione alla denuncia».

Per uscire dal dubbio, secondo Muratore, serve il confronto con un indicatore oggettivo, come quello dei femminicidi, che «ci restituisce un quadro sostanzialmente statico e drammatico. Non siamo di fronte a un’esplosione, ma a una stagnazione ad alto livello». Per questo, prosegue Muratore, «continuo a dire che non è un’emergenza: è un’urgenza strutturale. E non la si affronta con strumenti emergenziali o solo repressivi».

Guadiamoli, i numeri: una donna su tre ha subìto una qualche forma di violenza nella sua vita e le donne – quando muoiono – lo fanno prevalentemente in casa e per mano maschile. I dati registrano l’aumento della violenza tra le giovani e le giovanissime. «L’ultima rilevazione — per ora riferita alle sole donne italiane — conferma un dato che non cambia: una donna su tre ha subito nel corso della vita una qualche forma di violenza. È un numero stabile nel tempo, uguale a quello del 2014. Anche nell’ultimo quinquennio il dato resta sostanzialmente stazionario. Alcune forme diminuiscono, ma le violenze più gravi non arretrano: violenza fisica grave, strangolamenti, stupri, omicidi sono sostanzialmente fermi. Ed è questo l’elemento più preoccupante», sottolinea l’esperta.

 Nei 10 anni femminicidi stabili

Non arretrano neanche i numeri più drammatici, quelli dei femminicidi, la punta dell’iceberg della violenza.  Un tema, quello dei numeri dei femminicidi, che appassiona chi vorrebbe negare un problema di violenza maschile sulle donne. Un femminicidio è l’uccisione di una donna in quanto tale. Una donna uccisa durante una rapina, per capirsi, non è un femminicidio. Gli omicidi di uomini, pur essendo di più di quelli delle donne, per la stragrande maggioranza sono slegati da questioni di genere.  Una cosa è bene dirla, al di là delle possibili discettazioni sul numero dei femminicidi: non è importante inserirne in questa categoria qualcuno in più o in meno. Anche se ci fossero solo poche uccise in quanto donne, ci sarebbe un problema grave a livello culturale, da stigmatizzare con forza da parte della collettività.

Ma anche guardando ai numeri dei femminicidi, e anche allungando lo sguardo a quanto successo negli ultimi 10 anni, la verità è che i dati restano stabili. «Per quanto riguarda gli omicidi, negli ultimi dieci anni – spiega Viviana Vassura, ricercatrice Eures -mentre il numero delle vittime tra gli uomini è diminuito di circa il 50%, tra le vittime femminili tale riduzione è stata del 28%, quindi decisamente più contenuta.  Il femminicidio — inteso in senso stretto come uccisione di una donna da parte del partner o ex partner in quanto donna — rappresenta circa il 60% delle donne uccise. In un senso più ampio, quasi sempre l’uccisione è legata alla condizione di genere. Diversamente dagli omicidi di uomini, che spesso hanno altre motivazioni a monte, il femminicidio è fortemente radicato nella dinamica relazionale e nel possesso».

Restringendo il campo sul femminicidio in senso stretto, «i dati risultano quindi sostanzialmente stabili. L’immaginario collettivo tende a identificare il fenomeno con la donna giovane uccisa per gelosia estrema, ma oltre il 30% dei casi avviene all’interno di coppie anziane. In questi casi si tratta spesso di omicidi-suicidi: uomini che non riescono a gestire la malattia della compagna o la solitudine della coppia. Con l’aumento dell’età media e l’isolamento delle coppie anziane, questo fenomeno è in crescita. Culturalmente, il ruolo di cura è più interiorizzato dalle donne; quando tocca all’uomo, emergono maggiori difficoltà. Negli ultimi anni si registra anche un aumento degli omicidi commessi da ex partner, segno di una crescente difficoltà ad accettare la fine di una relazione. Questo riguarda anche i giovanissimi ed è legato a una scarsa capacità di gestire la frustrazione e il rifiuto. Non si osservano miglioramenti significativi sotto questo profilo».

Cosa è cambiato dentro la coppia?

Ci sono, per fortuna, segnali di miglioramento. Per esempio, diminuisce la violenza da partner attuale: «Questo può significare che le donne intercettano prima la situazione critica e riescono a uscire prima dalla relazione». Aumenta però la violenza da ex partner: «è coerente con l’idea che molte violenze emergano o vengano nominate quando la relazione finisce, quando la donna riesce finalmente a dire “basta”», spiega Giusy Muratore dell’Istat. E un punto chiave: più la violenza è grave, meno strumenti si hanno per uscirne. «Eppure aumentano le donne che si rivolgono ai centri antiviolenza. Segno che qualcosa, sul piano della consapevolezza e della rete di supporto, è cambiato», sottolinea Muratore. Per l’esperta, la sostanziale stabilità delle denunce negli ultimi cinque anni può essere letta come il fatto che le donne, oggi, hanno strumenti diversi oltre alla denuncia penale per uscire dalla violenza.

«La percezione della gravità delle violenze è maggiore»

«Il dato che rompe la linearità riguarda le giovani», osserva Giusy Muratore. «Tra il 2006 e il 2014 si registrava una diminuzione delle violenze denunciate dalle ragazze più giovani. Oggi, invece, la fascia 16-24 segnala un aumento: più violenza in generale, più molestie da non partner, più molestie e violenze da partner o ex». Se si guarda al totale delle donne, il dato resta stabile, «ma nelle giovani c’è una crescita evidente». Non si tratta, precisa, di un aggravamento delle lesioni: «Non emergono più ferite rispetto al passato. Ma le ragazze le nominano di più. Riconoscono di più le violenze e le molestie. Definiscono come reato ciò che prima non veniva chiamato così». Anche la percezione della gravità «è maggiore, ed è forse questo il cambiamento più significativo dell’ultimo decennio». Ed è questo l’unico dato positivo che si registra tra le giovani generazioni.

Gli stereotipi: i passi avanti delle ragazze, più lento il cambiamenti per i ragazzi

Il quadro appena descritto è confermato da un’altra indagine importante, quella sugli stereotipi di genere, pubblicata dall’Istat nel novembre 2023. Tra il 2018 e il 2023 il cambiamento appare «asimmetrico»: «Sono soprattutto le donne ad aver modificato il proprio sguardo, diminuisce la quota di donne che aderisce a stereotipi sessisti. «Soprattutto le ragazze, ma anche alcuni ragazzi, hanno assunto posizioni molto avanzate sul tema della violenza e delle questioni di genere. Utilizzano – spiega Di Nicola – un linguaggio inclusivo, impiegano il femminile anche in modo sovraesteso, non tollerano modalità patriarcali tipiche delle generazioni precedenti e contestano sistematicamente atteggiamenti sessisti. Le ragazze rivendicano la propria libertà come un valore da proteggere e non accettano limitazioni».

Sul versante maschile, invece, il cambiamento è molto più debole. Dai dati pubblicati a luglio 2025 sugli stereotipi di cui sono portatori i ragazzi e le ragazze emerge che il divario tra ragazzi e ragazze è evidente», osserva Muratore. In altre parole, «le donne stanno facendo un percorso culturale, il lato maschile appare più fermo». Senza un investimento serio in formazione ed educazione, avverte, «è difficile pensare che i ragazzi possano modificare comportamenti e rappresentazioni senza uno stimolo strutturato».

Il cambiamento culturale, insiste, «non è astratto. Si trasmette. Spesso sono le madri a veicolare abitudini, modelli, costumi: la socializzazione primaria passa da lì. Ma questo non può diventare un carico esclusivamente femminile». Se si mettono in relazione dati sulla violenza, stereotipi e formazione, «emerge un quadro chiaro: senza un investimento culturale sistemico, i dati resteranno stagnanti».

E questo si allaccia a un altro dato, «particolarmente allarmante: il tema dei reati di specie tra minori. Un segnale che, conclude Muratore, «la questione non riguarda solo la tutela delle vittime, ma la qualità delle relazioni tra i giovani e la costruzione dell’identità maschile». Il quadro complessivo «non racconta un’escalation incontrollata, ma un blocco strutturale: le forme più gravi non diminuiscono, le giovani segnalano di più le molestie, la consapevolezza cresce soprattutto tra le donne, mentre il cambiamento culturale maschile è più lento. È una situazione ferma, ma non neutra. È una stagnazione che continua a produrre danno. E per smuoverla servono strumenti culturali, educativi e relazionali molto più profondi di quelli messi in campo finora.

Di Nicola:«C’è un paradosso giovani»

Tra aumento di alcuni reati, maggiore determinazione e consapevolezza e una sorta di ‘spaesamento’ che a volte dimostrano i maschi rispetto alle relazioni con l’altro sesso, si può dire che siamo proprio di fronte a un paradosso giovani. Allo stesso tempo, prosegue Di Nicola, «le generazioni più giovani sono strette (vedi anche il libro In TRAPpola, edito dal Sole 24 Ore, ndr) tra modelli arcaici maschilisti e aspirazione a un futuro diverso. Si osservano fenomeni estremi che non si vedevano da decenni: aumento degli stupri, anche di gruppo, e una dimensione drammatica di violenza sui social, dove emerge un controllo eccessivo sulle compagne. Ci sono ragazze che arrivano a interpretare come forma d’amore il controllo o perfino la violenza. Ci troviamo quindi di fronte a due estremi: da una parte una grande consapevolezza e avanzamento culturale, dall’altra una recrudescenza di comportamenti violenti e possessivi». In questo quadro manca, quindi,  un serio progetto strutturale di ricostruzione di una nuova maschilità, di una nuova identità maschile.«I modelli sembrano polarizzati: o una maschilità “anni ’50”, tradizionale e patriarcale, oppure posizioni molto avanzate. Manca uno spazio intermedio, un terreno comune condiviso».

Biaggioni: «C’è una generazione che forse non stiamo ascoltando»

«I dati li abbiamo visti. E fanno male», premette Elena Biaggioni, avvocata penalista esperta di violenza sulle donne,  nella rete delle avvocate D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. «Se da un lato possiamo registrare qualche segnale positivo – alcune forme di violenza stanno lentamente calando, in modo diverso tra loro, e qualche indicatore incoraggiante esiste – dall’altro non possiamo accontentarci. Quei segnali sono il risultato di anni di sensibilizzazione e formazione che qualcosa hanno prodotto. Ma non basta».

La situazione che va maggiormente osservata «è la fascia 16-24 anni. È lì che dobbiamo fermarci, interrogarci e soprattutto ascoltare». Perché se da un lato i dati mostrano l’aumento della consapevolezza, è anche vero che i reati di specie tra giovanissimi sono un tema da non sottovalutare. Secondo Biaggioni, questa generazione «rischia di sfuggire all’interlocuzione di molte realtà che lavorano su questi temi. Con la fine della scuola dell’obbligo si interrompe anche quel canale privilegiato in cui tante attività di prevenzione vengono svolte. E allora dobbiamo chiederci: come li raggiungiamo? Quando li ascoltiamo? Cosa sappiamo davvero di loro? Riusciamo a metterci in ascolto e in relazione con questa fascia d’età?».

Il consenso è la base per educazione e prevenzione

In Italia, osserva l’avvocata, «la discussione pubblica si è concentrata molto sulla violenza in generale, o su quella domestica. Molto meno si è parlato in modo specifico di violenza sessuale, che resta un grande tabù».  Da noi non c’è mai stata una grande campagna sulla violenza sessuale, per esempio. Anche il dibattito politico, «penso alle polemiche sulla prima versione del disegno di legge sul consenso», ha contribuito a «seminare in un terreno già fragile. C’è ancora un deserto di consapevolezza su cosa sia davvero la violenza sessuale». Il consenso, insiste, «non dovrebbe essere soltanto il perimetro giuridico del reato, che è complesso e articolato. Dovrebbe essere la base dell’educazione e della prevenzione. Il consenso è l’antidoto alla sessualità predatoria». Ma è la sessualità in generale «che è un tabù, in modo particolare la sessualità e il piacere femminile».

Anche il dibattito politico, «penso alle polemiche sulla prima versione del disegno di legge sul consenso», ha contribuito a «seminare in un terreno già fragile. C’è ancora un deserto di consapevolezza su cosa sia davvero la violenza sessuale». A livello normativo, aggiunge Di Nicola, il mancato inserimento del consenso nella fattispecie di reato «rappresenta un’occasione in parte mancata. Sarebbe necessario inserire in modo chiaro la parola “consenso” all’interno della definizione, in linea con la Convenzione di Istanbul e con le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo. Una maggiore consapevolezza diffusa potrebbe favorire un dibattito capace di alzare l’asticella delle tutele».

Il consenso, aggiunge Biaggioni, «non dovrebbe essere soltanto il perimetro giuridico del reato, che è complesso e articolato. Dovrebbe essere la base dell’educazione e della prevenzione. Il consenso è l’antidoto alla sessualità predatoria».

«Entrare in relazione è necessario, anche nel sesso occasionale. C’è una differenza profonda tra un rapporto occasionale pacifico e condiviso e l’idea di “cogliere ogni occasione” per ottenere un rapporto sessuale. Se non affrontiamo questo nodo, non tocchiamo i veri punti: come si sta insieme? Come si costruiscono relazioni sane?». Molte ragazze, aggiunge, «raccontano ancora aree grigie: fatica, difficoltà a dire no, contesti non sicuri nello stare con altri ragazzi. È qui che il consenso deve diventare una dimensione educativa. Altro è la violenza sessuale: lì non c’è fraintendimento, non è “non hai capito”, non è ambiguità. È violenza». E non basta ridurre tutto a una formula: «Non possiamo limitarci a “sì è sì, no è no” come slogan astratto. Dobbiamo andare alla radice delle asimmetrie e delle dinamiche di potere».

«C’è ancora moltissimo da fare. L’arrivo della direttiva europea sulla violenza imporrà un grande lavoro di sensibilizzazione, anche sul tema della violenza sessuale e, più in generale, sulle relazioni e le asimmetrie di potere». Perché, conclude, «non diciamo abbastanza quanto la violenza sia funzionale a tenere le donne in stand-by, a depotenziare, ad affossare. La violenza mantiene l’asimmetria, è strumento di oppressione, L’educazione non è fine a se stessa: serve a rivendicare parità e ad aprire diritti». Nella pratica forense, racconta, «vedo un aumento nell’area dei reati sessuali, e sono reati poco intercettati. C’è poca capacità di nominarli. È ancora un tabù degli adulti, e questo rischia di creare un cul-de-sac. Il problema c’è. È in aumento. Ed è sottostimato». Per questo «dobbiamo ascoltare. Creare spazi sicuri per le ragazze e giovani donne perché parlino, perché chiedano aiuto. Togliere sovrastrutture, metterci davvero in ascolto».

In questi ultimi dieci anni possiamo dire che tutto è cambiato, ma le donne continuano ad essere tenute un passo indietro ancora troppo spesso. E sono ancora troppi quegli uomini (e i ragazzi, ma anche le ragazze) che pensano che possesso e controllo siano parte di una relazione.

Non possiamo più permettere che ci siano ancora troppe ragazze che non si sentono libere di essere quello che vorrebbero.

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