
In Canada i ragazzini chiedono all’AI perfino come vestirsi la mattina per andare a scuola. I quindicenni nei Paesi Ocse trascorrono quasi 35 ore alla settimana sui social media, superando il tempo dedicato ai compiti e alle lezioni scolastiche. La navigazione sui social media è l’attività di svago digitale più diffusa tra le ragazze, mentre i ragazzi dedicano più tempo ai videogiochi. Nel complesso, le ragazze trascorrono in media 37,2 ore a settimana sui social media, contro le 31,8 ore dei ragazzi. Ci sono inoltre dati generalizzati che testimoniano il calo delle capacità cognitive dei più giovani.
Sono tutti concetti apparentemente tra loro slegati, ma il problema di fondo è unico: qual è la Generazione AI e Social, tra uso e abuso di social e nuove tecnologie, che avremo un domani ormai molto vicino? Quale sarà la capacità cognitiva e di discernimento di questa generazione? Si amplierà o ridurrà il divario tra i sessi? Se le tendenze del Nord America spesso anticipano quanto succede in Italia, l’AI diventerà presumibilmente molto più pervasiva di quanto non sia già oggi nella vita degli adolescenti italiani. E sul suo uso e abuso, sugli effetti su vita sociale e capacità cognitive, occorre farci i conti fin da adesso.
Giovani che scambiano l’AI per una persona e le chiedono come vestirsi
Dal suo punto di vista di osservazione privilegiato, di docente di un liceo del centro di Roma con una profonda conoscenza ed esperienza in Canada, Sciltian Gastaldi, spiega: «Mi sto specializzando per insegnare in Ontario e ho frequentato dei corsi. Ho riscontrato numeri crescenti di 13enni dipendenti dall’AI che dormono poche ore e che chiedono all’intelligenza artificiale anche quale outfit indossare al mattino. Ragazzi giovanissini, 12-13enni che scambiano l’AI per una persona ed eliminano dalle loro vite l’amichetto del cuore o lo sport all’aria aperta. Il rischio è una sorta di hikikomori, occorrerebbe coniare un nuovo termine per questa dipendenza e questo tipo di isolamento legati all’intelligenza artificiale. In Italia ancora non ci siamo arrivati, c’è minor abuso della tecnologia, ma temo che nel giro di poco tempo ci arriveremo. Non sono assolutamente un neoluddista, ma per la prima volta, alla luce della mia esperienza e delle letture che ho fatto in materia, sono davvero preoccupato».
Differenze di genere e divario socio-economico
Ragazzi e ragazze sono coinvolti nella tecnologia in maniera molto differente. Mentre le ragazze spendono più tempo scrollando e comunicando sui social media, i ragazzi spendono più tempo giocando. «Le ragazze – spiega il rapporto Ocse ‘Growning up in the social media era’ – sono particolarmente esposte ai rischi legati all’uso dei social media, tra cui una percezione negativa della propria immagine corporea e fenomeni di isolamento ed esclusione online all’interno delle comunità virtuali. Ragazze e ragazzi appartenenti al quartile socio-economico più basso dichiarano di trascorrere sui social media, in media, rispettivamente otto e cinque ore in più a settimana rispetto ai coetanei del quartile socio-economico più alto».
Sara Bernardini, docente all’università La Sapienza e all’università di Oxford intravede nel diverso utilizzo dei social media una delle cause che vedono una minor presenza di ragazze nei corsi di studi Stem: «Penso che i social media – afferma Bernardini nell’intervista contenuta nel libro ‘Nessuna fuori dal codice’ – abbiano accentuato le differenze di genere. Ragazzi e ragazze usano il telefonino in maniera diversa. I ragazzi amano soprattutto i videogames, le ragazze stanno sui social, fanno foto e video. Si alimentano fissazioni per l’aspetto fisico, attribuendovi un’importanza esagerata, con conseguenti effetti negativi. Se passa il preconcetto che la donna abbia valore solo per il suo aspetto fisico chi glielo fa fare alle ragazze di studiare ingegneria invece di andare in palestra e puntare tutto sul fisico?»
Il contesto dove vivono i ragazzi non è neutrale. Giovani provenienti da contesti svantaggiati passano molto più tempo sulle piattaforme rispetto ai coetanei più abbienti. Nello specifico, le ragazze appartenenti al quartile socio-economico più basso navigano in media 8 ore in più a settimana rispetto alle coetanee benestanti, mentre per i ragazzi la differenza è di 5 ore in più.
Capacità cognitiva a rischio
Un rischio generalizzato è quello che riguarda la capacità cognitiva. Gli stessi quindicenni che trascorrono oltre 30 ore settimanali sui social media, sono i peggiori per capacità di lettura, matematica e scienze da quando sono disponibili dati confrontabili per tutte e tre le materie, ovvero dal 2006. Nell’area Ocse il 20% dei quindicenni non raggiunge il livello minimo in nessuna delle tre materie, contro il 16% della precedente rilevazione del 2022. In Italia (che per la prima volta fa meglio della media Ocse, ma per un peggioramento degli altri Paesi) il 45,9% degli studenti conclude il percorso con competenze insufficienti in italiano, per la matematica la percentuale sale al 47,9 per cento. Il rapporto Ocse nell’uso sempre più frequente di social media e strumenti digitali, con il relativo calo dell’attenzione, una delle cause del declino.
Un uso massivo e superficiale dell’intelligenza artificiale per risolvere problemi, equazioni, o tradurre versioni di greco e latino – è facile prevedere – non potrebbe che far peggiorare la situazione. «Le intelligenze artificiali – sottolinea Daniele Bonacorsi, docente all’Università degli Studi di Bologna e ricercatore INFN – ci impongono domande molto difficile sulla nostra intelligenza biologica: se non ti confronti con questo strumento mettendoti in gioco e ti limiti ad usarlo con un po’ di leggerezza, i danni che fai ad altri a te stesso li vedrai, probabilmente tra qualche anno, ma in un certo senso gli effetti potrebbero essere paragonabili a quelli di una “droga”».
Occorre un cambiamento nella didattica, tutelare il pensiero critico
I cambiamenti in corso non possono non riflettersi anche sull’insegnamento di ogni grado. Si parla ormai in tanti Paesi del modo di come vietare i social media e l’abuso dell’AI. Ma vietare non basta, quello che importa oggi è educare al discernimento, all’uso che aiuta le capacità cognitive e critiche. Anche perché, rivela sempre il rapporto Ocse, un uso moderato degli strumenti digitali è benefico. Ancora una volta scuola e università sono chiamate, dunque, a farsi carico di una riflessione e un diverso approccio, pur senza demonizzare la tecnologia. Non è un caso se in alcune università americane in alcuni casi si è tornati all’uso della carta e della penna. Alcuni corsi sono diventati esplicitamente “no technology”, con studenti che lavorano principalmente su carta.
A livello universitario, prosegue Daniele Bonacorsi, «c’è senza dubbio, una grande discussione in ambito accademico su come rivoluzionare il sistema educativo con la presenza pervasiva delle intelligenze artificiali: sono rivoluzionate le modalità d’esame, sono cambiati completamente gli homework che in alcuni corsi si assegnano, è obbligatorio dichiarare l’uso dell’AI che si fa nel materiale delle lezioni. Ogni corso e docente (chi più chi meno) ha dovuto fare o sta facendo una profonda riflessione su come cambia la propria attività didattica in un mondo che sta mutando molto velocemente. Senza dubbio, la preoccupazione di tutti è molto concentrata sul fatto che si debba riuscire a mantenere lo spirito critico e a lottare contro segnali di evidente declino cognitivo».
Il quadro, scrive Enrico Giovannini, oggi, tra l’altro, docente all’Univerisità di Tor Vergata e co-fondatore di Asvis, è complesso e le direzioni incerte, ma occorre tener presente che «dall’educazione delle giovani generazioni che passa il nostro futuro. E ignorare i problemi – scrive su Greenreport.it significa comprometterlo».
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