Volley: azzurre da record, ma ancora non sono professioniste

foto IPP/zumapress/adam ihse – Goteborg 21/08/2026

Debutto con vittoria per 3 set a zero per le azzurre contro la Croazia nel Campionato Europeo di pallavolo femminile, il torneo distribuito tra Svezia, Azerbaijan, Repubblica Ceca e Turchia che assegna alla squadra vincitrice il pass per i Giochi Olimpici di Los Angeles 2028. Per l’Italia non si tratta solo di difendere la leadership internazionale, ma di tentare un’impresa mai riuscita prima nella storia del volley italiano: conquistare, nel giro di un solo triennio, il titolo Olimpico, quello Mondiale e quello Europeo.

Un cammino straordinario iniziato con l’oro alle Olimpiadi di Parigi 2024, proseguito con il trionfo ai Mondiali di Bangkok nel 2025 e condito dalla doppia vittoria consecutiva nella Volleyball Nations League (VNL) nel 2024 e nel 2025. Un filotto di successi che ha proiettato la Nazionale nell’Olimpo dello sport globale e che ha fatto sognare un Paese intero.

Un movimento da record

foto IPP/zumapress/adam ihse – Goteborg 21/08/2026

I risultati del campo hanno trascinato l’intero movimento femminile verso un’esplosione di popolarità senza precedenti. I numeri della stagione 2025/2026 raccontano un seguito mediatico travolgente: oltre 13,3 milioni di utenti e telespettatori hanno seguito le sfide dei campionati italiani in tv e in streaming, con una fortissima trazione anche all’estero, in particolare in Brasile, Thailandia e Stati Uniti.

Nei palazzetti della Serie A si sono registrati circa 600mila spettatori dal vivo, mentre sui social la Lega Volley Femminile ha superato quota 1,2 milioni di follower, posizionandosi come seconda forza mediatica nello sport italiano dietro soltanto alla Lega Calcio maschile.

Icone oltre il campo

foto IPP/zumapress/adam ihse – Goteborg 21/08/2026

Insieme alle vittorie di squadra si è consolidata la centralità delle sue grandi protagoniste. Nomi come Paola Egonu, Ekaterina Antropova, Myriam Sylla ed Alessia Orro sono ormai icone che valicano i confini della rete, affiancate da giovani talenti emergenti come Stella Nervini, recentemente inserita nella prestigiosa classifica Under 30 di Forbes Italia.

La nazionale e la Serie A1 sono palcoscenici capaci di forgiare personaggi mediatici in grado di attrarre grandi sponsor e percepire ingaggi importanti. Eppure, dietro i riflettori delle grandi sfide e il luccichio delle medaglie, attorno al movimento resta aperto un dibattito profondo che riguarda la reale tutela giuridica ed economica delle giocatrici.

Il paradosso economico

Quando si parla di divario salariale nello sport, la pallavolo femminile presenta un’eccezione singolare ai vertici del movimento. In Serie A1, le stelle internazionali percepiscono ingaggi paragonabili o persino superiori a quelli della SuperLega maschile: Paola Egonu sfiora il milione di euro a stagione in Italia, mentre campionesse come Myriam Sylla ed Alessia Orro toccano i 600mila euro nei campionati esteri.

I casi medi, tuttavia, raccontano una realtà ben diversa e dimostrano come i grandi nomi rappresentino solo la punta dell’iceberg. In Italia, se un titolare della Serie A1 maschile guadagna in media circa 250mila euro a stagione, la media degli stipendi delle giocatrici che militano nella stessa categoria femminile si attesta tra i 20mila e i 50mila euro: un divario di genere ancora molto netto, sebbene il volley femminile registri più popolarità di quello maschile.

foto IPP/zumapress/adam ihse – Goteborg 21/08/2026

A questo gap si aggiunge un paradosso formale condiviso con i colleghi uomini: nonostante compensi da top player, le pallavoliste non sono inquadrate come professioniste nel senso tradizionale del termine, a differenza di quanto avvenuto nel calcio femminile con lo storico passaggio al professionismo del 2022 tramite l’estensione della storica Legge 91/1981.

Tuttavia, con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 36/2021, il mondo della pallavolo e dello sport dilettantistico ha registrato un fondamentale cambio di marcia nel riconoscimento dei diritti dei lavoratori sportivi.

Le falle del passato

Prima della recente Riforma dello Sport, attiva a tutti gli effetti dal 1° luglio 2023, la quotidianità di noi atlete si fondava esclusivamente su “scritture private”, accordi di natura meramente civilistica sprovvisti di qualsiasi garanzia di lavoro. I compensi venivano erogati sotto forma di compensi, rimborsi spese o premi, sfruttando una soglia di esenzione fiscale fissata a 10.000 euro. Senza alcun versamento contributivo, gli anni trascorsi sui parquet non contavano ai fini pensionistici, cancellando l’anzianità lavorativa durante i migliori anni della nostra vita giovanile.

In questo sistema, la maternità non era considerata un diritto tutelato ma veniva parificata a una vera e propria inidoneità fisica o a un inadempimento contrattuale per “impossibilità della prestazione”. In concreto, le clausole prevedevano la risoluzione immediata del contratto, l’azzeramento dello stipendio e la perdita di tutti i compensi maturandi o arretrati, oltre all’accusa implicita di aver arrecato un danno tecnico ed economico al club.

È un’esperienza che ho vissuto direttamente sulla mia pelle mente giocavo in Azerbaijan con il Lokomotiv Baku: quando scoprii e comunicai la mia gravidanza a sole due settimane dalla fine del campionato, la risposta della società fu la rescissione immediata del contratto, con la conseguente perdita delle ultime due mensilità che mi spettavano. In Italia un caso simile accadde nel 2019 alla pallavolista Lara Lugli, che ebbe il coraggio di denunciare una situazione che perdurava da anni e che era accettata implicitamente da tutti come un dato di fatto.

Le tutele attuali sulla maternità

Oggi, con l’entrata in vigore della Riforma del Lavoro Sportivo (D.Lgs. 36/2021), il quadro è radicalmente cambiato. Le pallavoliste contrattualizzate in collaborazione coordinata e continuativa sono iscritte alla Gestione Separata INPS e dunque beneficiano della possibilità di maturare una vera e propria anzianità contributiva e pensionistica. Per accedere alla tutela di maternità è sufficiente aver maturato i requisiti contributivi richiesti dall’istituto (almeno un mese di contribuzione versata nei dodici mesi precedenti), ottenendo così l’indennità economica erogata dall’INPS per un totale di cinque mesi: due precedenti la data presunta del parto e tre successivi.

Per quanto riguarda i restanti mesi della stagione, la copertura economica è disciplinata direttamente dagli accordi contrattuali sottoscritti tra l’atleta e la società sportiva. Al termine del contratto — che nel mondo della pallavolo ha solitamente durata annuale — l’atleta si ritrova a ri-contrattare il proprio ingaggio con la medesima società o con un nuovo club, esattamente come avviene per qualsiasi altra giocatrice al termine della stagione.
Anche se la riforma è appena entrata in vigore, uno dei suoi traguardi culturali più grandi è l’aver reso la maternità un evento finalmente possibile e tutelato, affinché la gravidanza non rappresenti mai più uno stigma o un motivo di discriminazione.

La voce federale

Per comprendere da vicino come il movimento stia affrontando la profonda trasformazione normativa introdotta dalla Riforma dello Sport – avviata con la legge delega n. 86/2019 e attuata dal Decreto Legislativo 36/2021 con i successivi decreti correttivi – Ally Oop ha interpelalto la consigliera FIPAV Giusi Cenedese. Biellese, laureata in economia e commercialista specializzata nella fiscalità dello sport e del Terzo Settore, Cenedese è una figura di riferimento per la gestione amministrativa delle associazioni e società sportive.

Docente della Scuola dello Sport del CONI Piemonte, ha maturato sul campo un’esperienza trentennale come dirigente nel mondo del volley. Giusi è un’amica di vecchia data che mi ha sostenuta a lungo durante la mia carriera nel beach volley. Nel 2025 è stata eletta nel consiglio federale FIPAV, risultando la più votata tra le donne presenti, grazie alle sua presenza capillare sul territorio da molti anni e all’introduzione delle nuove norme sulle quote di genere.

«La Riforma del Lavoro Sportivo (D.Lgs. 36/2021) ha rappresentato un passo da gigante» mi spiega Giusi Cenedese, aggiungendo:«Siamo passati da una situazione in cui i compensi venivano considerati redditi residuali o rimborsi a un riconoscimento lavorativo vero e proprio. Dal 1° luglio 2023 le atlete beneficiano di tutele previdenziali INPS, indennità di malattia, maternità e della copertura per la disoccupazione al termine dei contratti stagionali».

Professionismo e sostenibilità

Ma perché allora la pallavolo non ha compiuto il salto verso il professionismo formale come il calcio? La risposta risiede nella sostenibilità complessiva dell’ecosistema. Il passaggio al professionismo imporrebbe alle società di Serie A di trasformarsi in S.p.A. o S.R.L. con scopo di lucro, raddoppiando di fatto i costi di gestione.

«Oggi l’obiettivo primario è consolidare la Riforma dello Sport. Attualmente le società beneficiano di una fase transitoria con la base imponibile contributiva ed IRPEF ridotta al 50%, che passerà al 100% dal 1° gennaio 2028. Bisogna accompagnare i club in questa transizione senza strangolarli. La Federazione deve formare e informare i dirigenti, trasformandoli in veri e propri manager capaci di gestire le nuove responsabilità datoriali, molti di loro erano volontari e necessitano di supporto» chiosa Cenedese.

Ripartire dalle basi

foto IPP/zumapress/adam ihse – Goteborg 21/08/2026

La grande sfida della pallavolo italiana non riguarda solo il vertice, ma la tenuta delle società di base. Con l’abolizione del vincolo sportivo decennale, il famoso “cartellino” che dai 14 ai 24 anni legava un’atleta a una società (art. 31 D.Lgs. 36/2021), limitandone fortemente la libertà di scelta professionale, i giovani atleti possono cambiare società ogni anno. Un cambiamento che garantisce piena libertà alle giocatrici e ai giocatori, ma che richiede nuovi strumenti di sostenibilità per tutelare i club che investono nei settori giovanili.

«Dobbiamo costruire una Federazione a misura di società – conclude Giusi Cenedese -.Le vittorie della Nazionale devono portare linfa al territorio. Senza il lavoro quotidiano dei piccoli club non ci sarebbero le Egonu o le Sylla. Serve capillarità, formazione per i quadri tecnici e supporto gestionale per far sì che la dignità del lavoro sportivo cammini di pari passo con la crescita di tutto il movimento».

***

La newsletter di Alley Oop

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscrivervi cliccate qui.
Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com