
Un canone letterario tutto al maschile: la scrittura, agli esami di maturità e nei programmi scolastici, continua a somigliare sempre più a un club per soli uomini. La parola degli uomini, presunta “neutra”, assume significato universale: gli scrittori scrivono per tutti, le scrittrici per altre donne. In questi giorni, oltre 527mila studenti, stanno affrontando gli esami di maturità: anche quest’anno, come negli ultimi 27 anni, nessuna autrice è stata selezionata per l’analisi del testo.
Escludere la scrittura delle donne dai percorsi scolastici, e rimuoverle dal prestigio di essere prova di confronto per maturandi e maturande, è una rimozione storica e una privazione per le giovani generazioni: il mutamento del mondo nella storia viene raccontato e interpretato dagli uomini. L’altra metà della popolazione mondiale viene sistematicamente esclusa: in questa sessione d’esame ci sono Cesare Pavese e Vitaliano Brancati. Mentre, a detenere il primato di apparizioni in quasi tre decenni di maturità, è Giuseppe Ungaretti con cinque testi proposti. L’unica risicata presenza femminile, nelle tracce 2026, è quella della giornalista tedesca Wenke Husmann, inserita nella tipologia C con un articolo tradotto per la rivista Internazionale.
In 27 anni nessuna autrice
La rimozione delle scrittrici non riguarda solo la maturità, ma tutto il percorso scolastico e accademico: la necessità di «rifondare i saperi», come indicava l’appello raccolto da Alley Oop all’Università Sapienza, parla anche attraverso i numeri. Come sottolinea la ricercatrice Marianna Orsi nel saggio Fading Away: Women Disappearing from Literature Textbooks, le donne scompaiono dai libri di testo man mano che si sale di livello di istruzione, riflettendo i modelli di segregazione verticale che caratterizzano il mondo accademico italiano. Eppure le autrici non mancano.
La banca dati online Donne in Arcadia, dell’Università di Zurigo, censisce oltre 450 socie attive all’Accademia dell’Arcadia solo tra il 1690 e il 1800: un numero che da solo smentisce l’idea di un’eccezionalità femminile nella scrittura. Caterina da Siena, Sibilla Aleramo, Goliarda Sapienza, Alba de Céspedes, Anna Maria Ortese, Matilde Serao, Natalia Ginzburg, Alda Merini, Patrizia Cavalli: pur essendo note al pubblico, sono tutte rimosse dai programmi scolastici.
Perché il canone letterario non è neutro
La quasi totale assenza delle autrici dai manuali di letteratura italiana non è un vuoto casuale o una semplice dimenticanza storica. Johnny L. Bertolio, docente di letteratura italiana all’Università di Torino, nel saggio “L’ha scritto lei, ma… Perché a scuola non si studiano le autrici” (Tlon, 2026), spiega che si tratta di una scelta precisa, nata dopo l’unificazione del Regno d’Italia nel 1861 con le riforme della pubblica istruzione di De Sanctis, Croce e Gentile.
«All’indomani dell’unificazione nazionale, la necessità di formare i “nuovi italiani” e le “nuove italiane” spinse i padri fondatori a trovare nella storia della letteratura italiana un forte strumento di coesione nazionale – sottolinea l’autore ad Alley Oop – Ecco allora salire sul piedistallo dei programmi e anche dei monumenti quella sequenza di nomi, da Dante a Manzoni, che ancora oggi risultano imprescindibili. In una società che promuoveva una visione escludente e limitante dei talenti, dei mestieri, delle aspirazioni delle donne, proporre autrici emancipate, divorziate, femministe risultava impensabile, immorale».
Ripercorrendo la storia con rigore filologico, il mito di un canone neutro si sgretola: gli autori che studiamo sono il risultato di scelte precise, correlate a contesti sociali e ideologici. Le indicazioni nazionali e le linee guida continuano a influenzare i contenuti delle lezioni e i libri di testo. Sebbene l’81,5% del personale docente sia donna, la visione della letteratura che continua a essere trasmessa nei banchi di scuola è quasi esclusivamente ancorata al maschile: «In certi ambienti si continua a pensare che la letteratura alta, la vera letteratura, sia appannaggio degli autori (maschi), gli unici capaci di trasmettere messaggi e valori universali», osserva Bertolio, che aggiunge: «Sembra che debbano uscire non so quanti scrittori all’esame, anche più volte, prima di poter vedere Deledda, Morante o Ginzburg, che solo nelle ultime bozze delle Indicazioni nazionali compaiono citate».
Cosa significa crescere senza modelli di scrittrici
Non riscontrare nessun’autrice – o pochissime – nel percorso scolastico vuole dire crescere pensando che le scrittrici abbiano un ruolo di secondo piano rispetto agli scrittori. La storia maschile rischia di essere l’unica storia. Non avere modelli di scrittrici significa pensare che non esistano o non siano esistite: in mancanza di modelli, le giovani ragazze avranno maggiori difficoltà nell’immaginarsi come “future” donne che scrivono. I racconti in cui a parlare sono le donne vengono definiti “femminili”, nel senso di “secondario”: come se quello che dicessero le donne sia unicamente sentimentale, di “poco conto”, incapace di parlare di altro.
«Femminile e maschile sono degli aggettivi qualificativi, cioè indicano delle qualità – argomenta la scrittrice Maria Rosa Cutrufelli nel suo “Scrivere con l’inchiostro bianco” (Iacobelli editore, 2018) – Queste qualità sono variabili nel tempo e nello spazio, valgono per noi e non per altri popoli, valgono oggi e non domani, oppure non erano valide ieri. Molto diverso è invece parlare di scrittura delle donne, questo rimanda al soggetto, al corpo». Essere una donna, un uomo, significa avere un corpo e questo corpo porta inevitabilmente nel racconto il suo punto di vista: «La mano di chi scrive non è mai una mano neutra – continua Cutrufelli – Ha un sesso, una classe, una razza. È una mano che si porta dietro una storia, che è la storia di chi scrive». Non leggere o studiare le parole delle donne, dunque, significa ignorarne le storie.
Da Deledda a Ginzburg: sei scrittrici che avrebbero potuto esserci
Nel 1926 la scrittrice Grazia Deledda è la prima donna italiana a vincere il Premio Nobel per la Letteratura: ad oggi, rimane l’unica italiana. E per altro l’unica, fra i Nobel italiani, ad averlo avuto per la narrativa (gli altri sono per poesia e commedia). Insieme a lei, dal 1909, altre 17 scrittrici insignite del premio a livello internazionale. L’ultima, nel 2024, è Han Kang. Cento anni fa, l’Accademia di Svezia scelse Deledda «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».
Non è bastato il centenario del suo Nobel per vederla tra i nomi della maturità, nonostante il suo nome circolasse con insistenza nel toto-tracce. La sua opera, ambientata nella Sardegna arcaica e appartata in cui è cresciuta, affronta con forza tragica temi universali come il destino, la colpa, il desiderio, la marginalità: materiale che si sarebbe prestato perfettamente a un’analisi del testo, e che invece resta, ancora una volta, fuori dall’aula. Un destino comune a tante altre scrittrici, italiane e non. Elsa Morante, ad esempio, è un’altra grande assente: “La Storia” intreccia la vicenda di Ida Ramundo e del figlio Useppe con la grande storia del Novecento, in una delle prove più potenti della letteratura italiana sulla guerra vista dal basso, dagli ultimi, dagli innocenti.
Una guerra che anche Renata Viganò ha raccontato, da un’angolazione altrettanto scomoda in “L’Agnese va a morire”: la Resistenza partigiana vista attraverso lo sguardo di una donna del popolo – lavandaia poi staffetta partigiana – che rovescia la retorica eroica tradizionale per restituire il conflitto nella sua durezza quotidiana e concreta. Una marginalità diversa, ma altrettanto segnante, attraversa la vita e l’opera di Sibilla Aleramo. Femminista ante litteram, già agli inizi del ‘900 anticipa la necessità di costruire la propria individualità fuori dai modelli tradizionali imposti dalla società. «La mia vita, la vita di una donna, è un perenne sacrificio: è una vita che s’immerge in quella dell’altro, finisce in quella dell’altro, come un guanto in una mano»: il suo romanzo “Una donna” è una denuncia lucidissima della condizione di subalternità e sottomissione che l’ideologia del sacrificio imponeva alle donne. La rimozione del suo sguardo dai programmi scolastici è un’opportunità mancata per scoprire, già tra i banchi di scuola. il potere della libertà di amare e della propria indipendenza.
Una libertà rivoluzionaria che, qualche decennio più tardi, Goliarda Sapienza racconta in “L’arte della gioia”: romanzo scritto nel 1976 e pubblicato postumo solo nel 1998, dopo essere stato rifiutato da numerosi editori. «Si poteva amare un uomo, una donna, un albero e forse anche un asino, come dice Shakespeare. Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire»: attraverso la voce di Modesta, donna che attraversa il Novecento rivendicando una libertà sentimentale, sessuale ed esistenziale fuori dagli schemi tradizionali, il romanzo offre un terreno fertilissimo per un’analisi del testo da maturità. La critica al linguaggio come strumento di controllo morale, la relativizzazione dell’amore romantico tradizionale, il rapporto tra parola e verità sono tutti nuclei tematici di assoluta attualità, oltre che di forte impatto stilistico. U
n’urgenza simile di dire il proprio corpo e la propria storia, sia pure con accenti diversi, percorre anche la poetica di Natalia Ginzburg: “Stagioni”, ad esempio, è un testo a forte matrice autobiografica, scritto negli anni del confino in Abruzzo al fianco del marito Leone, in cui la voce poetica intreccia memoria e identità, libertà individuale e conformismo sociale, maternità e trasmissione intergenerazionale. Versi come «Chi ha dimenticato l’inverno / Non merita la primavera» mostrano una scrittura capace di affermazioni gnomiche di portata universale, mentre il ritratto fisico e gestuale della «ragazza che fumava, sdraiata sul divano» apre a una riflessione tutt’altro che scontata sull’identità femminile e sul rapporto tra il ruolo di madre e la libertà individuale. Sei proposte non esaustive del vasto patrimonio letterario delle scrittrici, sei opere, sei possibili esami di maturità che avrebbero potuto raccontare il Novecento – e l’oggi – da un punto di vista che resta, ogni anno, fuori dall’aula.
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Già alla vigilia di quest’anno, la redazione di Alley Oop augurava ai suoi lettori e alle sue lettrici di «riscoprire le “cerchie” delle donne e dei loro saperi antichi, il filo delle rivoluzioni personali che si fanno collettive, la magia delle mani tese per sostenersi le une con le altre»: qui i consigli di lettura della redazione, tutti al femminile.
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