
Le banche commerciali, le banche centrali, i fondi pensione e quelli sovrani hanno un problema di promozione dei profili femminili. Per quanto in tutto il mondo si sia raggiunta quest’anno la quota record di professioniste in ruoli senior, in queste organizzazioni persistono ovunque barriere strutturali che impediscono alle donne di salire sulla scala della leadership. E di arrivare ai vertici. Insomma, non solo gli ultimi gradini della scala delle carriere per le professioniste sono rotti. Ma, seppure si sia alzato di un po’, il soffitto di cristallo rimane quasi intatto. Al punto che la grande maggioranza di quante iniziano percorsi di crescita professionale, a un certo punto si trova irrimediabilmente davanti un collo d’imbuto. E, di conseguenza, crolla drasticamente la loro presenza al top.
A indicare per il 2026 una crescita “modesta” dei livelli di parità di genere ai vertici delle istituzioni finanziarie, è l’annuale Gender Balance Index di Omfif (Official Monetary and Financial Institutions Forum). Nel compilare la sua analisi, il think tank inglese indipendente ha guardato al numero di donne in posizioni manageriali o alla guida di una delle 335 istituzioni finanziarie considerate (185 banche centrali, 50 banche commerciali, 50 fondi pensione e 50 fondi sovrani). Tra le maggiori evidenze raccolte: un aumento generale medio di due punti rispetto al 2025 – oggi l’Indice arriva complessivamente a 44 punti su una scala dove 100 rappresenta l’equilibrio raggiunto. Ma, pure a fronte di un leggero aumento della percentuale delle professioniste in ruoli senior, il persistere di una sistematica difficoltà per le leader nel raggiungere le massime posizioni disponibili nelle banche (commerciali o centrali), nei fondi pensione o fondi sovrani.
Per dare un’idea dei numeri di cui parliamo, partiamo dalle indicazioni Omfif. Attualmente è al 33% la media mondiale delle professioniste con ruoli di alta dirigenza. La percentuale di governatrici di una banca centrale si attesta al 19% – in crescita di 3 punti percentuali rispetto al 2025, grazie in particolare alla situazione negli Stati Uniti. Mentre resta ferma al 20% la quota di donne con ruoli c-suite nelle banche commerciali. In 21 delle 50 dell’indice non ce n’è nemmeno una. Sono solo 7 quelle guidate da un’amministratrice delegata. E, per quanto rimanga stabile rispetto allo scorso anno, arriva al 37% la quota delle poltrone al femminile in uno di questi board.

Anche considerando i fondi pensione, è evidente un blocco al top. Rispetto allo scorso anno, qui le ceo oggi sono 11 su 50 – in calo di una. Tra queste organizzazioni, migliora invece la quantità delle leader in posizioni senior e, in generale, la rappresentazione femminile a tutti i livelli di leadership sottostanti. Ma se le donne occupano circa la metà dei ruoli amministrativi, solo il 34% ha posizioni operative. Sono il 53% le direttrici finanziarie (Cfo) e il 44% le direttrici operative (Coo). E restano al 29% le professioniste a capo degli investimenti (Cio).
La strada resta ancora lunga
L’analisi Omfif non lascia troppi dubbi. Per quanto con differenze tra settori e aree, la partecipazione femminile ai vertici delle istituzioni finanziarie mondiali rimane una sfida aperta. Anche perché seppure nel facilitare il percorso verso la parità, sia riconosciuta da molte parti l’efficacia di azioni positive (dalle politiche per la parità salariale a quelle per la cura dell’infanzia alla trasparenza nei processi di assunzione), la loro adozione non è ancora diffusa. Tanto che, alla velocità attuale, dovremo aspettare più di un ventennio prima che la media dell’Indice del think tank possa arrivare a quota 100 – cioè l’equilibrio.
Nonostante il timore che le pressioni politiche recenti potessero rallentare drasticamente il progresso in questo senso, è interessante notare che stando alle rilevazioni, in un anno difficile per la parità di genere, i passi indietro sono stati circoscritti. A dimostrazione del fatto che su scala globale, al momento, continuano a registrarsi segnali di un impegno per l’uguaglianza che resiste.
Per quanto parliamo di piccole quantità, intanto nel 2026, nelle banche commerciali per esempio, è salito di sei punti percentuali il numero degli istituti che raggiungono almeno 80 punti sulla scala del Gender Balance Index (passate dal 2% del 2025 all’8% quest’anno). Sono poi aumentate le donne in posizioni senior e nei board – al momento rispettivamente al 34% e al 37%. Di contro, a conferma di quel problema di promozione citato all’inizio, non è invece cambiata troppo a livello mondiale la presenza delle leader in posizioni c-suite.
Le rilevazioni Omfif indicano che il 42% delle banche commerciali non ha nessuna donna in questi ruoli. Il 40% ne ha meno del 50%. E solo il 18% arriva alla parità.

A prescindere che si guardi alle banche commerciali o centrali, ai fondi pensione o a quelli sovrani, poi, a livello mondiale le amministratrici delegate restano ancora solo il 14% del totale. Percentuale che sale, anche se poco, tra i fondi sovrani. Incrementata di 4 punti percentuali rispetto al 2025, oggi si attesta al 18%. Questo gruppo di organizzazioni ha, tra l’altro, visto una crescita dei punteggi in tutte le aree del mondo. Con l’Europa a registrare i miglioramenti più significativi. Tra l’altro, la regione nell’indice Omfif è passata da una quota di 49 a 54, superando così, nel 2026, il Nord America, e arrivando ad avere il valore più alto.
Il caso americano
Seppure siamo davanti a una situazione che continua a rimanere sbilanciata e a chiare spinte contrarie, su tutte merita una menzione la situazione emblematica degli Stati Uniti. Intanto con un punteggio medio di 82, in generale il Nord America si conferma anche quest’anno in cima all’indice generale per la parità di genere. Nel 2026, inoltre, la regione si è distinta per aver registrato l’avanzamento maggiore nel GBI di Omfif (+25 punti).

Andando a vedere il dettaglio alcuni casi esemplari, sono statunitensi alcuni dei punteggi massimi registrati quest’anno. Intanto, JP Morgan raggiunge la prima posizione tra le banche commerciali arrivando a 97 punti. La banca con sede a New York, si distingue anche per essere l’unica, insieme al Banco do Brazil, a superare i novanta punti*. Inoltre, il New York State Common Retirement Fund, con 98 punti è al primo posto del Gender Balance Index 2026 tra i fondi pensione. Lo seguono a brevissima distanza il Caisse des Dépôts et Consignations francese (97 punti) e il norvegese Kommunal Landspensjonskasse (96).
Primati specifici a parte, i numeri rilevati negli Stati Uniti sono particolarmente significativi proprio perché arrivano dopo mesi di forti preoccupazioni rispetto all’impegno in tema di gender balance. Avevano sollevato grandi timori a inizio 2025 le scelte dell’allora neo-eletto presidente, che dall’inizio del suo mandato aveva annunciato e avviato procedure volte alla cancellazione (o, nel migliore dei casi, a una profonda riduzione) delle iniziative di diversity&inclusion a livello nazionale.
Un anno e mezzo dopo, l’Omfif segnala una situazione particolarmente interessante oltreoceano. A partire già, per esempio, dalle banche centrali. Il numero record mondiale di governatrici (35 quest’anno) è spinto dalle sei a guida di una Fed (Federal Reserve Banks) regionale statunitense. Mai prima in Usa altrettante donne avevano occupato contemporaneamente queste posizioni. Nel 2026, Anna Paulson, alla guida della Fed di Philadelphia, e Cheryl Venable, Federal Reserve Bank of Atlanta, si sono infatti unite a Susan Collins (Boston), Beth Hammack (Cleveland), Lorie Logan (Dallas) e Mary Daly (San Francisco), salite alla massima carica tra il 2018 e il 2024.
Il soffitto di cristallo è ancora intatto (e gli ultimi gradini della scala sono rotti)
Avanzamenti lenti e piccole conquiste non permettono ancora di affermare che a breve la situazione si ribalterà. Negli anni la portata della disparità di genere nella leadership delle imprese in generale e nel settore delle banche e fondi in particolare, ha smesso di essere solo una quesitone di ingresso delle professioniste alla base delle carriere. Non possiamo infatti più giustificare gli squilibri con una mancanza di profili di giovani professioniste pronte ad affrontare i percorsi verso i vertici.
All’aumento delle professioniste preparate, però, non è corrisposto un livellamento delle difficoltà. Il problema più che risolto sembra allora essersi spostato più in alto. La partecipazione femminile infatti si riduce drasticamente quando dall’entry level si passa ai luoghi di comando. E, come conferma il report, se almeno nei ruoli dirigenziali le donne sono presenti in percentuali al “minimo dell’adeguatezza”, sul cammino verso la leadership «la barriera decisiva (resta) l’uscita da questi (per salire a) posizioni superiori. Senza un cambiamento di attenzione verso questa ultima fase di carriera, un numero crescente di donne in posizioni dirigenziali continuerà a scontrarsi con il soffitto di cristallo». Di fatto, alla velocità di progresso attuale la parità ai vertici delle istituzioni finanziarie mondiali si vedrà solo nel 2050. Forse.
Perché per quanto qualcosa si sia mosso e siano noti gli interventi efficaci nel consolidare il progresso, le opportunità per le leader non sono ancora affatto consolidate. «Dato che le istituzioni hanno scarsi incentivi a riformarsi, non si può dare per scontato un progresso lineare», si legge sul Gender Balance Index Omfif. In altre parole, senza politiche opportunamente disegnate per risolvere il “promotion problem”, la situazione può stagnare facilmente. E la presenza delle donne nelle istituzioni finanziarie mondiali rimanere ancora a lungo come quella attuale. Cioè il 33% nelle posizioni dirigenziali. Meno del 20% nei ruoli c-suite.
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* Rispetto al 2025, la banca brasiliana, che era allora stata la prima a superare quota 80, è salita a 92 punti quest’anno grazie all’arrivo di Anelize Lenzi Ruas de Almeida come chair del consiglio di amministrazione.
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