
C’è ottimismo tra i lavoratori europei. Chiamati a valutare le prospettive occupazionali della loro area, il 57% di loro afferma che considera questo un buon momento per (eventualmente) cambiare lavoro. Se sono questi indubbiamente livelli da record, di contro l’Europa registra però la quota più bassa al mondo di coinvolgimento degli occupati stessi nella loro professione.
Da una parte nel continente, quindi, allora è positiva la tendenza in continua cresciuta rispetto alle opportunità occupazionali. Ma dall’altra si evidenzia un “engagement” particolarmente scarso. Dato importante questo, perché di fatto rappresenta uno dei fattori in grado di intaccare produttività e crescita delle imprese.
A fare il quadro della situazione è il recente “State of the Workplace” di Gallup. Considerando i dati mondiali scorporati poi per macro-regioni, questo rapporto guarda alle prospettive del lavoro attraverso gli occhi degli occupati. E per farlo ha analizzato il clima generale del mercato e, insieme, il coinvolgimento dei singoli registeando i livelli percepiti di stress, le sensazioni di solitudine e tristezza quotidiana vissuti dai lavoratori.
Dal confronto con la situazione globale e tra macro-regioni, l’Europa si distingue per i livelli record di ottimismo rispetto alla potenziale vivacità occupazionale. E registra buone auto-valutazioni della vita da parte dei partecipanti coinvolti che, in generale, indicano quote relativamente basse di rabbia o solitudine giornaliere. Allo stesso tempo però, nel vecchio continente si attesta al 12% – il minimo mondiale – il coinvolgimento degli occupati. Per capire la portata della situazione, la media delle altre situazioni registrate da Gallup in questo senso arriva al 20%. Con un picco massimo sulle dieci aree* considerate del 31% registrato in nord America (Stati Uniti e Canada).
La percentuale europea, peggiore di tutte, è inferiore anche a quella rilevata in Medio oriente e Africa settentrionale (14%) e nei Paesi dell’Asia orientale (18%).
Clima lavorativo, stress o solitudine: cosa dicono i lavoratori europei?
Allo scarso coinvolgimento registrato, dicevamo, si contrappone però una valutazione positiva dei lavoratori europei rispetto alla propria vita. Un’evidenza rimasta solida nel tempo. Su un limite medio globale del 34%, l’Europa si distacca da molte altre regioni: alla domanda su come considerano la loro esperienza personale, il 49% degli europei risponde “fiorente”. Si tratta di una quota poco più bassa di quella calcolata in Usa e Canada (51%) e sette punti percentuali inferiore ai livelli massimi registrati in America latina e Caraibi (56%).

Resta generalmente positiva anche la valutazione sulla diffusione di stress, tristezza o solitudine. Secondo l’analisi Gallup hanno indicato condizioni stressanti il 39% degli occupati – un punto percentuale sotto la media globale del 40%. Molti meno poi hanno affermato di vivere quotidianamente una condizione di tristezza (17%, rispetto al 23% su scala mondiale), solitudine (13% contro 22%) o rabbia (rispettivamente 15% e 22%).
Passando a osservare le risposte sotto una lente di genere, in Europa come in gran parte del mondo, le differenze tra le risposte date da lavoratori e lavoratrici non sono profonde. A livello regionale, le forbici più ampie tra europei ed europee rispetto a certe emozioni percepite, si attestano a un massimo di 3 punti percentuali. Si sentono stressate il 40% delle rispondenti contro il 37% dei rispondenti. Indicano, poi, di aver vissuto tristezza quotidiana il 19% delle donne e il 16% degli uomini. Per il resto delle voci analizzate, le discrepanze rimangono al massimo entro il punto percentuale: il clima di lavoro è buono per il 56% delle occupate e per il 57% degli occupati. A prescindere dal genere di appartenenza, sensazioni di solitudine sono indicate dal 13% dei partecipanti all’analisi. E la valutazione della propria vita è buona per il 49% di tutti i rispondenti.
Dove c’è ottimismo?
Nel tracciare lo stato del lavoro, la società americana di analisi e consulenza, mette in evidenza l’ottimismo percepito in Europa. Ma di quanto stiamo parlando? Secondo i dati, il 57% degli intervistati ritiene che questo sia un buon momento per cercare un altro lavoro. Percentuale da record questa che, tra l’altro, conferma anche per quest’anno la tendenza in crescita registrata a partire dal 2011. Quell’anno si era registrato il limite minimo del 17%**. Un picco negativo legato alle conseguenze della crisi finanziaria appena passata. Da quel momento in poi però, la linea è andata praticamente sempre a salire. Tanto che oggi la regione emerge per aver effettuato il salto in avanti più significativo tra tutti in questo senso. Nel 2025 la media continentale è infatti 40 punti percentuali superiore rispetto a quindici anni fa.
A contribuire a questi risultati, non è difficile immaginarlo, ha chiaramente contribuito anche un clima favorevole in termini di sviluppo del mercato del lavoro. Basti ricordare, per esempio come la disoccupazione sia passata dal 7,2% registrato prima del crash finanziario del 2008, al record massimo del 11,4% di tre anni dopo. Per poi attestarsi a dicembre 2025 al 6,2% nell’area Euro (ultimi dati Eurostat).

Mancanza di coinvolgimento
A queste rilevazioni positive, il rapporto Gallup evidenzia la contrapposizione netta dei livelli di coinvolgimento dei lavoratori nel vecchio continente. Per quanto, parlando di medie regionali, certo non manchino alcuni segnali positive e situazioni ideali di supporto da parte di specifiche imprese, l’esperienza quotidiana dei lavoratori europei nell’ultimo decennio non sembra andare migliorando. Tanto che i numeri attuali oltre a essere molto inferiori rispetto alle quote mondiali sono tendenzialmente stabili almeno dal 2012.
Perché considerare il livello di coinvolgimento dei lavoratori è uno sforzo cruciale per le aziende? Prima di tutto perché bassi livelli di engagement sono correlati a una minore produttività dei dipendenti, maggiore astensionismo e più elevato turnover. Per avere un’idea, secondo le analisi pubblicate poche settimane fa sulle rilevazioni sullo scorso anno, scrivono gli analisti Gallup stessi, «il basso coinvolgimento dei dipendenti è costato all’economia mondiale circa 10 trilioni di dollari in termini di perdita di produttività, pari al 9% del PIL».
Stando ai dati, specialmente in Europa, seppure i lavoratori sono fiduciosi di poter trovare un nuovo lavoro, non trovano al momento molta motivazione in quello che fanno. Specifica meglio l’organizzazione americana presentando lo studio: «Il basso coinvolgimento sul posto si lavoro ha conseguenze negative sulla produttività e sulla crescita, entrambe stagnanti in Europa negli ultimi anni. L’economia europea» da qui in avanti, «dovrà affrontare numerose sfide derivanti da tendenze del mercato del lavoro come la concorrenza estera, l’intelligenza artificiale e l’invecchiamento della forza lavoro. Affrontarle, significherà risanare i luoghi di lavoro in crisi del continente».
Anche visto che, oggi, gli europei “attivamente disimpegnati” (cioè coloro ce sono psicologicamente distaccati dal proprio datore di lavoro) sono il 15%. Certo sono meno del 21% registrato 15 anni fa circa. Ma comunque sopra la media, a livello regionale, dei lavoratori che si sentono, al contrario, “coinvolti” (pari al 12%). E, a livello mondiale, delle percentuali registrate nel sudest-asiatico (8%) e in America latina e Paesi caraibici (11%)***.

Il quadro tratteggiato da Eurofound
Per dare uno sguardo completo dello stato dell’occupazione in Europa, è interessante riferirsi anche ai dati analizzati da Eurofound, pubblicati in aprile. Nel suo più recente “European Working Conditions Survey”, l’agenzia europea che si occupa del miglioramento delle condizioni di vita e lavoro nell’Unione intanto conferma: una migliore qualità di lavoro è benefica sia per gli occupati che le imprese. E, poi – segnale da tenere sotto osservazione -, punta il dito sul profondo cambiamento demografico che sta investendo il continente. A una popolazione sempre più anziana, si affianca certo la crescita della forza lavoro europea dovuta all’ingresso nel mercato occupazionale per esempio di donne e migranti. Ma nel manifestarsi, questo fenomeno solleva e approfondisce allo stesso tempo alcune criticità.
Segnala infatti lo stesso Eurofound che i miglioramenti nella qualità del lavoro non riguardano equamente tutti. Persistono profonde differenze basate sul genere, l’età, l’etnia a cui si appartiene. E anche tra specifici settori di riferimento. In generale, per esempio, gli uomini continuano a registrare livelli migliori in quasi tutte gli aspetti considerati. E addirittura registrano un gap in crescita in tema di intensità del lavoro: migliora per i lavoratori, mentre è peggiorata per le lavoratrici.
Questa differenza specificamente di genere torna anche se si guarda alla diversità di composizione dei luoghi del lavoro. Secondo le rilevazioni, solo il 23% degli occupati in Europa dice di svolgere le proprie attività in ambienti equilibrati per genere. A questo si aggiunge il persistere di una presenza limitata di donne in posizioni manageriali e ancora più bassa ai vertici delle imprese.
Anche l’indagine Eurofound come i rapporto Gallup si sofferma sull’importanza del coinvolgimento dei dipendenti come elemento cruciale nel sostenere la competitività delle aziende. L’agenzia europea specifica: «Una migliore qualità del lavoro apporta benefici sia ai lavoratori che alle aziende. È correlata a una migliore salute e benessere, a una maggiore motivazione e a livelli di coinvolgimento più elevati, ed è essenziale per sostenere la competitività». Insomma, in altre parole, sottolinea «la correlazione positiva di alcuni indici di qualità del lavoro con il coinvolgimento, la motivazione, la fiducia e la cooperazione, e la correlazione negativa con l’intenzione dei dipendenti di lasciare il proprio lavoro».
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* Le altre regioni, dalla seconda alla nona posizione per livello di “engagement”: America latina e Caraibi, sud-est asiatico, Eurasia post-sovietica, Australia e Nuova Zelanda, Asia meridionale, Africa sub-sahariana, Asia orientale, medio Oriente e Africa settentrionale.
** Quello era stato anche l’anno in cui per la prima volta si iniziarono a valutare dati simili al livello globale da poter confrontare tra loro.
*** Peggio di tutti in termini di “active disengagement”, disimpegno attivo, sono gli occupati che vivono nelle regioni del Medio oriente e Africa settentrionale (25%). A seguire l’Asia meridionale (20%) e l’Africa sub-sahariana (18%). Da segnalare è che è di poco inferiore la percentuale registrate lo scorso anno negli Stati Uniti e Canada (17%).
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