Imprese alimentari domestiche: arriva il primo registro nazionale

Oltre 700 realtà già attive in Italia, per il 95% dei casi guidate da donne, tra i 25 e i 45 anni. Sono le imprese alimentari domestiche, un settore ancora poco conosciuto eppure strumento concreto di emancipazione economica, per donne (e non solo). A far luce sulla loro attività, contribuendo a distinguere chi opera in regola dal sommerso, è l’associazione IAD che ha recentemente presentato il Codice etico di settore e il primo Albo nazionale di riferimento.

Le imprese alimentari domestiche, infatti, seguono il regolamento europeo 852/2004 che consente di produrre e vendere alimenti anche a partire dalla cucina di casa, a patto di rispettare requisiti precisi: apertura della partita Iva, presentazione della Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) allo Sportello unico per le attività produttive, adeguamento degli ambienti agli standard igienico-sanitari e adozione di un piano Haccp (Hazard Analysis and Critical Control Points).

Un’impresa legale e accessibile con pochi capitali

«L’investimento iniziale medio per aprire una IAD varia tra 2mila e 4mila euro, contro i 40-60mila euro necessari per un laboratorio artigianale tradizionale. Una distanza che per molti aspiranti imprenditrici coincide con la possibilità concreta di avviare un’attività o con la rinuncia» spiega Patrizia Polito, presidente e fondatrice di IAD Italia. E aggiunge: «Quando ho scoperto che esisteva questa opportunità ho capito io stessa che sarebbe potuta diventare un modello di impresa accessibile, capace di avere un impatto concreto nella vita di molte donne».

Solo nel 2025 sono nate oltre 85 imprese alimentari domestiche, diffuse in tutta Italia: la più attiva è la Lombardia con 163 imprese, seguita da Piemonte (72), Emilia-Romagna (68), Lazio (60), Toscana (47) e Veneto (46). Alcune regioni – tra cui Veneto, Emilia-Romagna, Puglia, Abruzzo e Marche – hanno già adottato linee guida specifiche per regolamentare il settore.

«La vera sfida – spiega Polito – è distinguere chi opera in regola da chi lavora nel sommerso, senza tutele nè per il consumatore né per chi produce». È proprio per rafforzare la credibilità del settore che è nato il progetto dell’Albo nazionale, accompagnato da un Codice etico che definisce standard condivisi di qualità, trasparenza e responsabilità. «L’Albo servirà a dare visibilità a chi opera nella legalità e a fornire alle istituzioni una fotografia reale del settore» – conferma. Oggi, infatti, accanto alle imprese regolari esiste un’area informale ancora molto estesa, senza garanzie di tracciabilità degli ingredienti, etichettatura corretta o coperture assicurative in caso di danni.

Un laboratorio di impresa, non solo di cucina

Dietro l’immagine domestica si nasconde una struttura imprenditoriale complessa. Una IAD richiede competenze tecniche, organizzative e gestionali che vanno oltre la produzione alimentare. «È un vero laboratorio di impresa. Chi avvia questa attività impara a gestire clienti, fornitori, scorte, etichettatura, comunicazione e marketing. Si passa dall’essere appassionate di cucina a diventare imprenditrici/ori a tutti gli effetti» spiega Polito.

Non solo: la IAD diventa un modo per integrare il proprio reddito, per conciliare al meglio vita privata e professionale e, al contempo, per esplorare nuove opportunità lavorative. «Molte donne arrivano a questa scelta dopo esperienze di precarietà o di dipendenza economica, con la IAD trovano flessibilità ma anche autonomia, possono fare un primo passo verso modelli più strutturati come laboratori artigianali, negozi o servizi di catering. Un’ottima palestra imprenditoriale anche per chi esce dalle scuole alberghiere, perché permette di imparare a gestire un’attività prima di compiere investimenti più impegnativi».

Avviare una IAD per conciliare lavoro e famiglia

Paola Cau, titolare di ChefArt, è una delle imprenditrici che ha scelto la IAD per trasformare la propria passione in lavoro e, al contempo, per costruire un’attività che le consentisse di gestire la famiglia e il lavoro. L’investimento iniziale è stato contenuto (circa 2 mila euro), tra autorizzazioni e strumenti di comunicazione. All’inizio l’attività era integrativa rispetto a un lavoro part-time, ma la crescita delle richieste, arrivate soprattutto attraverso i social e il passaparola, ha segnato il punto di svolta.

«È stato fondamentale per me poter organizzare il lavoro in base agli impegni familiari, scegliere quando accettare gli eventi e pianificare con anticipo: serve disciplina, ma la flessibilità è un grande vantaggio, oltre al fatto che lavorando in casa la mia presenza per i miei figli è rimasta costante» conferma Cau.

Oggi, una delle attività a cui si dedica maggiormente è la realizzazione di cene a domicilio personalizzate, progettate su misura per i clienti. E per il futuro ha già diversi progetti in cantiere come aprire un piccolo laboratorio dedicato con uno spazio per i corsi di cucina per bambini e stranieri.

«Il supporto dell’associazione ha fatto la differenza – assicura – mi ha aiutata a capire gli aspetti normativi, a sentirmi meno sola, a confrontarmi con altre realtà simili alla mia. Perché non basta saper cucinare per aprire una IAD, bisogna imparare a gestire i costi, comunicare, gestire le tempistiche di produzione e consegna. Si diventa imprenditrici, ma anche commerciali, addette stampa e chef allo stesso tempo».

L’emancipazione passa (anche) da una cucina domestica

Una visione condivisa da Greta Donadello, fondatrice di Great Cakes, che ha avviato la sua impresa alimentare domestica nel 2024 mentre lavorava come dipendente in una bakery. «Sentivo l’esigenza di costruire un lavoro su misura per me, che rispecchiasse la mia visione» – racconta. Il suo investimento è stato di circa 3 mila euro per gli adempimenti burocratici, cui si sono aggiunti ulteriori costi per l’acquisto di attrezzature professionali e l’adeguamento degli spazi domestici, ma già dopo poco tempo l’attività è diventata sostenibile economicamente.

«Dopo quattro o cinque mesi ho capito che potevo vivere solo di questo lavoro». Oggi la sua produzione si distingue per le torte dipinte con buttercream, realizzate con tecniche artistiche che richiedono precisione e tempi lunghi di lavorazione. «È un po’ come dipingessi una tela a olio» – confida.

La crescita è passata anche dal digitale. «Ho dovuto imparare molto sul marketing online: la comunicazione digitale rappresenta una parte essenziale del mio lavoro, anche perché un’impresa alimentare domestica non ha una vetrina, come un bar o una pasticceria tradizionali». «Il primo anno – continua – è stata dura: ho lavorato anche 16 ore al giorno, con solo un paio di giorni liberi al mese. Con il tempo ho imparato come migliorare nella gestione, ad esempio, non accendendo mai il forno se non lo uso a capienza massima, dividendo le giornate di produzione per procedure simili, preparando le creme da abbattimento a ridosso della pausa pranzo mentre il laboratorio è “inattivo” e molto altro».

Un percorso che ha costruito passo dopo passo, in risonanza con le sue esigenze e tenendo fede a un principio che oggi condivide con le nuove aspiranti imprenditrici alimentari domestiche: «Sii curiosa dei tuoi limiti, non appoggiarti a tuo marito o ai tuoi genitori, ma cerca di capire da sola come funziona un business e applicati al massimo delle tue possibilità: le soddisfazioni – assicura – saranno solo tue e impagabili».

***

Ogni venerdì mattina Alley Oop arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana della newsletter Alleyweek.

Per iscrivervi gratuitamente cliccate qui.

Per scrivere alla redazione di Alley Oop l’indirizzo mail è alleyoop@ilsole24ore.com