Violenza sulle donne, il racconto dei media tra passi avanti e il nodo dell’hympathy

Qualche passo in avanti si comincia a contare, con una rappresentazione più corretta del femminicida e della vittima, ma le criticità a livello generale restano, dall’hympathy per il carnefice alla colpevolizzazione della donna. Parliamo del racconto della violenza maschile sulle donne, come emerge dai dati dell’Osservatorio Step Roma, un termometro che misura come evolve la cultura e quanto giornaliste e giornalisti riescano a distaccarsi da stereotipi e pregiudizi nati con noi. La millenaria cultura patriarcale portava solo un decennio fa a trovare in tantissimi casi inconsce giustificazioni per il carnefice  (“è stato colto da un raptus, da un momento di follia,  lo ha fatto per troppo amore, l’ha uccisa il fidanzatino per troppo amore”), colpe e responsabilità nel comportamento della vittima (si pensi alle descrizioni sull’abbigliamento o i costumi delle vittime di stupro).

L’Osservatorio Step Roma – Le parole giuste dedicato alla stampa locale, un progetto di Sapienza Università e Comune di Roma, coordinato dalla professoressa Flaminia Saccà, ordinaria di sociologia dei Fenomeni Politici e docente di sociologia della violenza di genere al dipartimento di Psicologia dei Processi di Sviluppo e Socializzazione di Sapienza, vede la partecipazione delle Cpo di Stampa Romana e Ordine dei Giornalisti del Lazio, Usigrai Roma e Giulia Giornaliste Lazio. Un progetto voluto e finanziato dall’Assessorato per le pari opportunità del Comune di Roma che ha visto tra i partner nella formazione l’associazione Differenza Donna, presieduta da Elisa Ercoli.

Le criticità non cambiano ma inizia un racconto diverso

Rispetto a 10 anni fa il racconto non è ancora libero da pregiudizi e stereotipi: i vulnus riscontrati negli articoli presi in esame restano i soliti: l’himpathy, la forma di empatia per lui, il carnefice; la rappresentazione della vittima che diventa anche lei responsabile della violenza (victim blaming); l’elevata attenzione  tra le forme di violenza al solo femminicidio mentre i maltrattamenti, che sono i più frequenti, si parla ben poco; la scelta a chi dare la parola, spesso a lui o all’entourage di lui, con esiti ben diversi rispetto a quando si dà parola a lei o ai suoi familiari.

Per non parlare dei cosiddetti femminicidi ‘altruistici’, quando cioè la donna è anziana o disabile e l’hympathy raggiunge le vette, o degli esempi in cui la violenza è derubricata a lite domestica.  Ma quello che è cambiato è che proprio negli stessi aspetti dove l’errore era ed è più frequente, si comincia a intravedere il cambiamento, cominciano a notarsi i miglioramenti. «Si comincia a intravedere – racconta Saccà – una visione più sfaccettata. Rispetto al 2017, quando erano definiti soprattutto per l’etnia, oggi gli offender sono finalmente definiti in maniera netta come violenti, rei, pericolosi. Al contempo permane una modalità narrativa per cui lui viene talvolta descritto disperato, pentito, un uomo tranquillo, gentile.  Il massimo della schizofrenia nel racconto tra le varie testate si è registrato nel caso della nostra studentessa Ilaria Sula. Nella stessa narrazione, il femminicida a volte era descritto come un tenero bambolotto, altre come un lucido calcolatore». Miglioramenti anche nella rappresentazione della donna, «prima descritta solo come giovane o per la sua età, adesso viene fuori un racconto più sfaccettato, si comincia a vederla nella sua realtà e complessità».

Elevata attenzione al femminicidio

Numeri alla mano, i femminicidi in linea con le tendenze della stampa nazionale, occupano nella stampa romana il maggiore spazio (26%), seguiti dalla violenza sessuale (19%) e dalle lesioni personali (15%). Solo in quarta battuta compare la violenza domestica (13%), quasi sempre in connessione con altre tipologie di reato (come già riscontrato per il 2024). «I maltrattamenti – commenta Saccà – sono aumentati ma sulla stampa la violenza domestica è sotto dimensionata».

L’elevata attenzione al femminicidio – il reato meno frequente nel nostro Paese tra le forme di violenza – può essere parzialmente spiegata dal fatto che nel 2025 vi sono stati alcuni casi di cronaca che hanno ricevuto particolare rilevanza nel dibattito pubblico: il femminicidio di Sara Campanella a fine marzo e quello di Ilaria Sula a inizio aprile; si tratta di due studentesse, entrambe molto giovani, brutalmente uccise da uomini incapaci di accettare un rifiuto.

Scegliere a chi dare la parola non è neutrale

La scelta che il giornalista compie sulle persone da intervistare presenta ancora delle criticità: scegliere a chi dare la parola non è neutrale. Dall’analisi dell’Osservatorio è emerso come circa la metà degli articoli (49%) dia voce a fonti diverse rispetto a chi compie violenza e chi la subisce (si tratta, ad esempio, di forze dell’ordine, testimoni, la voce del giornalista che firma l’articolo, esponenti politici e/o delle istituzioni ecc.); il 27% degli articoli, poi, riporta il punto di vista della donna e/o ai suoi rappresentanti e il 24% anche o solo quello dell’offender e/o suoi rappresentanti. Per quanto riguarda gli articoli che danno voce (anche o solo) alla vittima nel 47% sono le parole della vittima in prima persona ad essere riportate – in modo diretto utilizzando il virgolettato o indirettamente utilizzando espressioni come “ha raccontato” –, nel 27%, invece, sono i familiari a parlare e, in maniera minore, i legali (16%). Nei 346 articoli in cui si riporta (anche o solo) il punto di visto dell’offender, si tratta nel 65% della voce dell’uomo in prima persona e, sebbene con numeri più contenuti, dei suoi legali (24%). Le parole dei familiari si ritrovano nell’8% degli articoli e quelle degli amici solo nel 2 per cento.

Sperequazione tra vittima e offender: 18 punti pro offender

La sperequazione tra le volte in cui è l’offender a parlare e quelle in cui è la vittima è notevole; di 18 punti percentuali a favore dell’offender. Il risultato è che sulla violenza maschile alle donne continuiamo a sentire più frequentemente non solo la voce degli uomini in generale (ad esempio di magistrati, avvocati, politici, poliziotti) ma anche quella degli uomini violenti. Dare loro diritto di parola più frequentemente delle loro vittime, spesso fin dai titoli, di fatto vuol dire demandare a loro il framing della situazione, la sua cornice interpretativa. Questo aspetto emerge con ancora maggiore forza se si considera che, nel caso dell’offender, oltre a riportare la voce dell’uomo in prima persona, gli articoli tendono a dare spazio ai legali (24%) che, facendo il loro mestiere, difendono il proprio assistito.

Cosa cambia se si dà la parola alla vittima o al colpevole

Quando è la donna a parlare, lui viene inquadrato correttamente come un violento e al centro c’è la sofferenza della vittima. Un esempio: “La turista, interrogata dalla polizia del commissariato Monte Mario ha raccontato: «È stato mio marito a ridurmi così, è un violento e alcolista. È un hooligan del West Ham   United ed è stato anche arrestato per gli scontri sugli spalti».

Quando è lui a parlare tenderà a mostrarsi innamorato, dispiaciuto, innocuo, quasi innocente. O vittima delle sue stesse emozioni. L’avvocato poi, inizierà a utilizzare lo spazio concessogli per avviare la sua strategia difensiva. Basti un esempio: «Chiedo scusa ai genitori di Ilaria, chiedo perdono, voglio scrivergli una lettera» . È Mark Somson in lacrime, a parlare dal carcere di Regina Coeli con il suo difensore. Il 23 enne filippino si «dispera e piange ogni sera perché è pentito per l’omicidio», continua il suo legale (articolo del 10 aprile 2025).

I casi di victim  blaming

Strettamente legati ai casi di himpathy per il carnefice ci sono quelli di victim blaming, quando la responsabilità della violenza viene surrettiziamente, anche se inconsapevolmente, addebitata a lei e non a lui. I casi sono eloquenti: Lui la voleva ancora. Lei invece «si sentiva con un altro ragazzo». Lui non si rassegnava e minacciava il suicidio se l’avesse lasciato. Lei gli rispondeva: «Sei appiccicoso». Ma lui insisteva […] Poi lui l’ha accoltellata, «12-13 volte» (In riferimento al femminicidio di Giulia Cecchettin – articolo del 23/06/2024).

Femminicidio altruistico

Un caso dove le criticità riscontrate generalmente si acuiscono è quello del racconto del femminicidio di una donna anziana, disabile, depressa.  In generale, in questi articoli la violenza viene rappresentata come un atto altruistico e di compassione, volto a “liberare la moglie” dalla sofferenza. Le strategie di empatia verso l’uomo appaiono particolarmente evidenti e rafforzate, con l’offender che viene rappresentato come disperato per le condizioni della donna e come una povera anima che non riusciva più a gestire la situazione mentre la donna viene rivittimizzata, finendo per essere parzialmente “incolpata” per la sua condizione.  Un esempio: “Spara alla moglie e si costituisce «Era depressa»”. (In riferimento femminicidio di Cristina Marini – articolo del 20/09/2024).

Tra le parole più frequenti inizia a intravedersi il colpevole

Se permangono le criticità, eppure qualcosa di positivo emerge dal rapporto Step. Analizziamo le wordcloud,  rappresentazioni grafiche che mostrano le parole che appaiono con più frequenza in un testo:  si conferma ed estende la tendenza già riscontrata per il 2024,  si iniziano a vedere anche riferimenti all’uomo violento che ha commesso il reato, non solo alle donne. Inizia, in sostanza, a intravedersi il colpevole. Piccoli passi in avanti che lasciano ben sperare nel cambiamento. Per il resto, al centro della wordcloud relativa ai titoli compare la parola “Ex” perché è proprio dagli ex partner che deriva molta violenza. Al centro del racconto giornalistico troviamo ancora le donne. Tra i termini più frequenti compaiono “donna”, “vittima”, “ragazza”, “moglie”, “figlia”, insieme al nome proprio “Ilaria” che si riferisce al femminicidio di Ilaria Sula, avvenuto a Roma ad aprile 2025.

In conclusione, se piccoli passi avanti si cominciano a intravedere, il cammino da fare, in termini di cultura e formazione delle giornaliste e dei giornalista, resta ancora lungo.

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