
«La mia vera professione? Agitatrice culturale». Risponde così, ridacchiando, Patrizia Biaghetti, 70 anni, genovese. Una vita attraversata da percorsi diversi ma tenuti insieme da un medesimo fil rouge: essere libera («o il tentativo di esserlo», si schernisce lei). «Ne ho fatte tante di cose – dice-. Penso all’arte, alla cultura e al lavoro concreto». Un percorso articolato in molteplici fasi: dalla natura – «ho lavorato nel rimboschimento» – alla fotografia, con uno studio costruito a partire dalla passione per la pellicola e la camera oscura, fino alla comunicazione, che oggi la vede impegnata anche nella promozione del Teatro Sociale di Camogli. E poi c’è quello che fa adesso, ritagliando tempo ed energie: l’agitazione culturale.
A ben vedere, si tratta di un agire che può significare tutto e niente. Ma come si riempiono di contenuto simili vocaboli?
Per me agitatore culturale – sottolinea Biaghetti – è dapprima provocazione, perché la provocazione è sempre il punto di partenza. Serve a rompere gli schemi e attirare attenzione. Ma è anche cura della comunità. È stare insieme, condividere, creare appartenenza. Qualcosa che fa bene sia al gruppo che al singolo. Una condizione essenziale, in questi tempi bui di guerra e violenza, che consente di veicolare messaggi di pace e solidarietà. Infine, è atto politico, nel senso che il personale è politico: quando metti in comune i tuoi pesi e ti accorgi che non sei solo, qualcosa cambia davvero.
Già, qualcosa cambia d’avvero. Ma l’obiettivo diventa ancora più difficile se, come nel suo caso, si è scelto di abitare e fare cultura a Sussisa. Una piccola frazione di circa 100 abitanti nell’entroterra di Sori, nel Levante ligure. Un posto dove, certamente, non ci si aspetta di trovare l’agitatore culturale…
Non sono d’accordo. Io ho scelto Sussisa! L’ho fortemente voluta. Qui devi volerci arrivare, fare un piccolo sforzo. E proprio per questo, l’impegno, l’attività, tutto diventa più intenso. Così c’è il prato, dove spesso realizziamo gli incontri. E poi: il buio, le lucciole, le letture. Il mio intento è far conoscere questi luoghi e riportare le persone anche alla lettura, e a volte il messaggio arriva in modi inaspettati.
Ma nei piccoli paesi è realmente possibile fare cultura? La situazione non è peggiorata rispetto al passato?
Certo che è possibile! Altrimenti non sarei qui. Detto ciò, non posso negarlo, la situazione è peggiorata. E’ andato svanendo il senso di comunità che una volta era fondamentale. Lo si capisce anche dai racconti degli anziani. Oggi siamo immersi in una sorta di flusso continuo tra social e televisione che dà tutto già pronto e toglie la fatica del pensare. Io, tuttavia, quella fatica continuo a cercarla anche nel mio lavoro. In questi anni ho costruito molti eventi, sempre diversi, come il Premio Scaletta, dove premiamo chi attraverso la cultura riesce a ‘curare’. Nell’ultima edizione (domenica 12 aprile, ndr), ad esempio, si “inerpica” su, fino al nostro pratone, Moni Ovadia. Penso che portare figure così importanti in un paese così piccolo sia un segnale forte.
Qual è il rischio più grande per una comunità che smette di produrre cultura?
Il pericolo è essere dimenticati e perdere memoria, quindi le radici. E senza radici si diventa fragili. Una volta qui la cultura passava attraverso il racconto, nelle stalle, negli essiccatoi, tra storie di boschi, partigiani, paure e vita quotidiana. E quelle narrazioni restavano. Oggi si va perdendo tutto questo. Il tentativo è di recuperarlo anche negli eventi. Portiamo dentro tradizioni e saperi, cercando di trasformarli in qualcosa che si possa vivere insieme.
Nei piccoli borghi si dice che “succede mai niente”: quanto è complesso cambiare una simile mentalità?
È un’impostazione dura da scardinare, ma spesso è anche una convinzione falsa, perché le cose accadono. Solo che chi vive lì non le vede o non partecipa. Lavoro sul territorio da anni, eppure il pubblico arriva quasi tutto da fuori, mentre i locali restano distanti. È un paradosso: ci si lamenta che tutto è fermo, ma poi si fa niente per cambiare le cose. In realtà bisognerebbe esporsi di più e vivere davvero il proprio territorio.
Insomma: nonostante l’immagine da Arcadia è un duro lavorare…
Beh, è così. Mancano sostegni e collaborazioni, e spesso il nostro gruppo -gli “Agitatori culturali irrequieti Gian dei Brughi” – si trova a fare molte cose da solo. Io – a dire il vero – ho scelto consapevolmente di lavorare senza troppi appoggi, cercando l’autofinanziamento. Penso che, in questo modo, è possibile essere maggiormente liberi. È una decisione faticosa, sicuramente non la più semplice, ma credo che alla base ci debba essere prima di tutto la volontà di fare.
Quanto pesa il fatto che queste attività si reggano sul volontariato?
Pesa molto, perché il lavoro è tanto e non di rado ti ritrovi a fare tutto, dall’idea alla realizzazione tecnica, imparando anche cose nuove come la fonica. È una fatica vera, ma ha anche dei momenti molto belli. Per esempio: quando qualcuno a fine serata ti chiede il titolo di un libro o vuole approfondire. Lì capisci che quello che fai arriva davvero. Adesso il desiderio è trovare persone con cui condividere almeno una parte di questo percorso.
Lei partecipa anche ad una manifestazione musicale estiva, Sori Solidale, in favore della Gigi Ghirotti. Una fondazione che dà assistenza e cure palliative gratuite a persone con malattie croniche. Cosa rappresenta questo evento?
È un momento molto forte, perché da anni riesce a mettere insieme persone, realtà, associazioni del territorio intorno a una causa importante. Sono giorni in cui si crea un’atmosfera leggera, ma allo stesso tempo significativa: artisti che partecipano gratuitamente, persone che montano stand gastronomici e che cucinano. Altri vendono produzioni artigianali e alcune aziende offrono i loro prodotti. Tutto ciò che si incassa, poi, è devoluto alla Ghirotti. Ma, ovviamente, non è solamente una questione di soldi, che pure sono importanti. È lo stare insieme, il creare una comunità che condivide dei valori di umanità, di solidarietà. Credo che – lo ripeto – in tempi così bui quali gli attuali, dove ci stiamo abituando al peggio senza reagire, sia un momento importante.
Che consiglio darebbe a un giovane che vuole diventare un agitatore culturale?
Gli ricorderei le parole di Gramsci, perché restano attualissime: istruirsi, agitarsi, organizzarsi. Poi però lo inviterei a vedere, a partecipare, a entrare dentro questo tipo di esperienza, mostrandogli soprattutto il lato bello, quello della condivisione e del fare insieme. Perché è da lì che nasce tutto, anche se poi la fatica arriva, inevitabilmente.
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