Sudan: negli ospedali di Emergency, dove la cura diventa resistenza

Elisabetta Maio

C’è chi cammina per due giorni per poter arrivare in ospedale, attraversando strade distrutte, posti di blocco, città senza acqua né elettricità. Siamo in Sudan, paese che dal 15 aprile 2023 è scosso da uno dei conflitti più gravi di sempre, eppure tra i meno raccontati. Più di 30 milioni di persone – oltre la metà della popolazione – hanno bisogno di assistenza umanitaria, 12 milioni sono gli sfollati, altrettante le persone colpite da malnutrizione critica (Rapporto Integrated Food Security Phase Classification IPC). Le strutture sanitarie sono al collasso e avere accesso alle cure mediche è sempre più difficile.

È in questo contesto che lavorano Elisabetta Maio e Manahel Bader, operatrici umanitarie per Emergency, organizzazione che da oltre trent’anni porta cure gratuite alle vittime di guerra in diversi Paesi del mondo, tra cui Sudan, Gaza e Ucraina.

La crisi umanitaria

Nata come una guerra civile tra le Forze armate sudanesi (Saf) e la milizia paramilitare delle Forze di supporto rapido (Rsf), quella in Sudan si è rapidamente trasformata in una crisi complessa, intrecciata con interessi regionali e internazionali, dalle conseguenze gravissime. Secondo le stime più recenti, oltre un ospedale su tre non è più operativo, molte materie prime sono diventate rare o proibitive: in alcune aree una compressa di paracetamolo può costare fino a 200 volte più del prezzo normale. Non solo: nel 2025, 3,6 milioni di bambini hanno rischiato forme acute di malnutrizione, mentre epidemie di malattie prevenibili, come morbillo e pertosse, si sono diffuse tra le fasce più vulnerabili. Per questo, le poche strutture sanitarie ancora operative, sono un punto di riferimento cruciale.

Restare quando tutto crolla

Allo scoppio del conflitto, Elisabetta Maio era già in Sudan da quasi due anni. Era arrivata a Khartoum per lavorare come perfusionista nel 2021: sarebbe dovuta restare sei mesi, sono passati quattro anni. «Prima lavoravo in un ospedale a Udine. Volevo fare un’esperienza in un Paese in via di sviluppo e contribuire con le mie competenze. Non immaginavo che avrebbe avuto un impatto così grande nella mia vita» – racconta.

Quando il conflitto è esploso, Khartoum si è trasformata rapidamente in una città fantasma. L’aeroporto è stato bombardato, i collegamenti interrotti, l’ospedale in cui lavora Elisabetta ha continuato a funzionare grazie a due generatori diesel. «Abbiamo affrontato costi altissimi e continui problemi per far arrivare il materiale necessario. Con l’aeroporto di Khartoum fuori uso, per mesi abbiamo dovuto percorrere anche più di 800 chilometri nel deserto per poter raggiungere l’ospedale da Port Sudan, punto di entrata nel Paese sia per il personale che per i rifornimenti sanitari. Ma non ho mai pensato di andare via: abbiamo pazienti in terapia intensiva, persone in condizioni critiche. Non potrei mai abbandonarli» – conferma.

Una scelta che nasce non solo dall’etica professionale, ma anche da un legame costruito nel tempo con la comunità locale. «Con il popolo sudanese abbiamo creato una relazione molto autentica: è una comunità generosa, con una grande voglia di ricostruire».

In Italia, torna circa ogni sei mesi. «Rientrare a casa è necessario per dare respiro alla mente e al cuore, anche se è difficile far comprendere queste situazioni a chi non le vive quotidianamente. Di questa guerra in Sudan si sa pochissimo, invece accedere i riflettori sarebbe fondamentale sia per capire meglio i flussi migratori che per rafforzare gli aiuti umanitari».

Manahel Bader

La salute è un diritto universale

Con Elisabetta Maio opera anche Manahel Bader, capoinfermiera sudanese. Nata a Shendi, nel nord del Paese, coordina il personale infermieristico dell’ospedale cardiologico di Emergency a Khartoum. «Ho scelto questo lavoro perché credo che la salute sia un diritto umano fondamentale. In Sudan l’accesso alle cure è molto difficile e lavorare in ambito umanitario per me è stata una scelta naturale» – confida. «La popolazione ha un immenso bisogno di aiuto: è nostro dovere garantire che le cure continuino anche in condizioni estreme».

Da quando l’esercito regolare è entrato nella capitale, molte più persone sono riuscite a chiedere aiuto. Sono pazienti spesso gravemente compromessi da anni in cui non si sono potuti curare: «Poterle assistere, dare loro le cure che meritano, è ciò che da senso al nostro lavoro, a una scelta di vita che comporta molti sacrifici: ho rinunciato alla stabilità, al tempo con i miei figli, al comfort. Questo lavoro è fisicamente ed emotivamente impegnativo, ma operare con un’organizzazione umanitaria che garantisce il diritto alla salute per tutti e tutte è un onore, qualcosa di straordinariamente arricchente».

E aggiunge: «Sono anche fiera di poterlo fare come donna sudanese. Nel mio Paese le donne portano sulle spalle un carico enorme, sono protagoniste forti e silenziose. Essere qui vuol dire resistere, anche a nome loro».

Un gesto simbolico per un sostegno reale

Per supportare Elisabetta Maio, Manahel Bader e tutto il team di Emergency, anche un gesto simbolico, come donare una colomba in occasione della Pasqua, può trasformarsi in uno strumento concreto di solidarietà. Dal 26 al 29 marzo, la colomba sarà disponibile in centinaia di piazze italiane grazie al lavoro di migliaia di volontari e volontarie, oltre che online (https://shop.emergency.it/) e nei negozi dell’organizzazione.

Per chi lavora in prima linea, il sostegno esterno non è solo un aiuto materiale, è un segnale che queste crisi non sono invisibili e che la possibilità di cura, anche nei contesti più fragili, dipende dalla responsabilità collettiva di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte.

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