Disabilità, la vera inclusione non nasce da gesti straordinari

Ilaria Parlanti nel corso del suo talk nella Sala della Regina a Montecitorio. Foto di Paolo Poce

Parlare oggi di inclusione delle persone con disabilità significa parlare di qualità democratica. Significa misurare quanto una società sia capace di riconoscere il valore di tutte le sue cittadine e di tutti i suoi cittadini, non solo di coloro che rientrano nello standard.

Negli ultimi anni, molto è cambiato. In Italia abbiamo finalmente introdotto il Garante nazionale sulla disabilità, stiamo lavorando a una riforma complessiva del sistema di accertamento e, grazie al lavoro di tante realtà – tra cui Alley Oop – la narrazione sta diventando più matura. È un passo avanti essenziale: perché essere raccontati significa essere riconosciuti. In questo, Alley Oop, di cui oggi festeggiamo i 10 anni, è da sempre stata un faro di innovazione, negli intenti, nelle parole, nei gesti.

Ho conosciuto Monica D’Ascenzo a una presentazione del mio libro, un lavoro di autofinzione che ha al centro la mia vita con la malattia. Sì, perché tra i 3 milioni di persone con disabilità grave che vivono in Italia, ci sono anch’io, portatrice di una sindrome da esito infausto chiamata sindrome di Jarcho Levin. Combatto, tutti i giorni, per ritagliarmi uno spazio nel mondo. Combatto per vivere ogni volta 24 ore in più, insieme a quel dolore cronico che mi pervade la schiena e le gambe, alle 27 cicatrici che mi segnano il corpo, a una paraplegia incompleta da lesione midollare che non mi permette più di muovermi come un tempo.

Eppure, quando Monica mi ha proposto di entrare nel team di Alley Oop, tutte le mie colleghe non hanno visto la malattia come l’unica qualità che mi descrive. Hanno visto l’amore per le parole, per l’arte, per la cultura, hanno visto la complessità della mia persona, in quanto essere umano. Questo è il potere che Alley Oop mette in ogni suo pezzo: una sensibilità unica nel trattare anche argomenti complessi.
E se Alley è portavoce di cambiamento, mi auguro ci siano molte più realtà a seguirne l’esempio. Perché, purtroppo, la responsabilità di uno solo non può bastare.

Nel mondo del lavoro, ancora oggi, la distanza tra norme e realtà è troppo ampia. Abbiamo leggi che parlano di collocamento mirato, ma troppe aziende continuano a considerare la disabilità come un adempimento e non come una risorsa. Mancano ambienti accessibili, percorsi di carriera inclusivi, strumenti di flessibilità che non siano concessioni ma diritti. E soprattutto manca una cultura organizzativa che non si limiti a “integrare” la persona, ma sia disposta a cambiare insieme a lei.

Nella sfera privata e relazionale, la situazione è simile. Abbiamo ottenuto visibilità, sì. Abbiamo ottenuto parole nuove, più rispettose. Ma nella quotidianità persiste ancora il pregiudizio sottile, quello che decide se sei percepita come competente, desiderabile, credibile. La vera inclusione non riguarda solo l’accesso agli spazi, ma anche l’accesso alle relazioni: affettive, sociali, familiari.

Quello che chiediamo non è special treatment. È equità. È poter esistere senza dover spiegare continuamente la nostra presenza. È essere messi nelle condizioni di contribuire alla società con i nostri talenti, le nostre competenze, le nostre storie.
L’inclusione non nasce dai gesti straordinari: nasce dalle scelte quotidiane delle istituzioni, delle imprese, dei media e dei cittadini. Scelte che trasformano la disabilità da problema individuale a responsabilità collettiva.

Oggi siamo qui per ribadirlo con forza: la piena partecipazione delle persone con disabilità non è un tema settoriale. È un indicatore di civiltà. È ciò che rende un Paese non solo più giusto, ma anche più ricco, più innovativo, più capace.
Ecco perché continuiamo a chiedere politiche concrete, narrazioni autentiche e spazi reali. Perché tutto ciò che serve, davvero, è permetterci di essere parte. Non nonostante la disabilità, ma insieme ad essa, e insieme agli altri.

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Alley Oop ha compiuto 10 anni il 15 febbraio e ha festeggiato con un evento nella sede della Sala della Regina a Montecitorio, il 3 marzo 2026. All’interno del gruppo dei lavori che si sono susseguiti, gli Alley Talk sono stati i panel che hanno unito i valori di Alley con le esperienze personali delle sue autrici. Ognuno ha scelto una parola chiave per scrivere il proprio talk. Ne pubblichiamo una selezione.

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