
C’è una parola che negli ultimi anni è entrata con forza nel vocabolario delle politiche sanitarie italiane: equità. È una parola che il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) ha usato spesso, accostandola a concetti come genere, personalizzazione delle cure, riduzione delle disuguaglianze territoriali. Ma a fine 2025, mentre il Servizio sanitario nazionale attraversa una delle crisi più profonde dalla sua istituzione, quella parola rischia di restare incompiuta.
La domanda che attraversa il bilancio di fine 2025 è allora semplice e insieme scomoda: la sanità pubblica italiana sta davvero diventando più equa, oppure le disuguaglianze si stanno semplicemente ridefinendo, spostando il peso su chi ha meno risorse e meno voce?
E dentro questa domanda ce n’è un’altra, spesso rimossa: le donne stanno pagando un prezzo troppo alto?
Per rispondere bisogna tenere insieme più piani: i numeri, le riforme, le promesse del Pnrr, ma anche la pratica clinica quotidiana, il rapporto medico-paziente, la storia lunga di una medicina costruita su un modello apparentemente neutro. È su questo che si colloca il lavoro e la ricerca di Valeria Raparelli, professoressa associata di Medicina Interna alla Sapienza Università di Roma, da anni impegnata nello sviluppo e nella diffusione della medicina di genere.
Il Pnrr come spartiacque culturale
Per comprendere cosa stia realmente accadendo alla sanità pubblica italiana Raparelli, in dialogo con AlleyOop Il Sole 24 Ore, invita a non ridurre il Pnrr a un semplice contenitore di fondi. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza è, prima di tutto, una cornice politica e culturale, costruita per rispondere alla crisi economica e sociale generata dalla pandemia attraverso il programma europeo Next Generation EU. La sua struttura si articola in sei grandi aree di intervento, definite “missioni”, che rappresentano le priorità strategiche su cui l’Italia ha deciso di investire.
Queste 6 missioni riguardano la digitalizzazione e l’innovazione, la transizione ecologica, le infrastrutture per la mobilità sostenibile, l’istruzione e la ricerca, l’inclusione e la coesione sociale e, infine, la salute. La sanità è dunque una missione autonoma, ma, come sottolinea Raparelli, il tema del genere non è confinato a questo ambito specifico. «Nel documento Pnrr il termine genere compare ben 67 volte ed è presente trasversalmente in tutte le sei missioni» osserva, spiegando che questo dato segnala un cambio di paradigma importante: il riconoscimento istituzionale del fatto che i divari di genere condizionano lo sviluppo del Paese nel suo complesso.
«Il Pnrr ha avuto il merito di mettere nero su bianco quanto i divari di genere siano pervasivi nel nostro Paese e ne condizionino lo sviluppo», afferma Raparelli. «È un punto di partenza fondamentale, perché sposta il discorso dalla buona volontà alla responsabilità istituzionale». Da qui la spinta verso la digitalizzazione, la telemedicina, il rafforzamento dell’assistenza territoriale, la creazione delle case e degli ospedali di comunità, l’integrazione tra servizi sanitari e sociali.
Tuttavia, Raparelli insiste su un punto che attraversa tutta la sua analisi: l’infrastruttura, da sola, non basta. «Il motore è partito», riconosce, «ma la strada da percorrere è ancora in salita». La riforma dell’organizzazione non garantisce infatti automaticamente un cambiamento negli esiti di salute, soprattutto se non viene accompagnata da una trasformazione culturale e clinica profonda.
Gli obiettivi dell’Agenda Onu e il rischio dell’autocompiacimento
Nel monitoraggio del Pnrr, l’Italia utilizza anche gli indicatori dell’Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile, un quadro di riferimento globale che individua 17 obiettivi, i cosiddetti Sustainable development goals. Tra questi, due sono particolarmente rilevanti per il discorso sulla sanità e sulla medicina di genere.
Il Goal 3 riguarda la salute e il benessere e punta a garantire una vita sana e promuovere il benessere per tutte le persone, a tutte le età. Il Goal 5 è dedicato all’uguaglianza di genere e all’emancipazione di donne e ragazze. Secondo i dati di monitoraggio aggiornati al 20 ottobre 2025, diversi indicatori associati a questi obiettivi risultano formalmente raggiunti in Italia, un risultato che viene spesso presentato come segnale di successo delle politiche avviate. Raparelli, però, invita a una lettura più cauta.
«Siamo soddisfatte e soddisfatti? Ancora no», afferma, spiegando che il raggiungimento di alcuni indicatori non coincide necessariamente con una trasformazione reale delle condizioni di vita e di salute delle persone. Il rischio, secondo lei, è quello dell’autocompiacimento: confondere il rispetto formale di obiettivi quantitativi con il superamento delle disuguaglianze strutturali.
Governance, formazione e accesso: tre livelli che non avanzano allo stesso ritmo
Analizzando l’impatto del Pnrr sul sistema sanitario, Raparelli distingue chiaramente tra diversi livelli di intervento. Sul piano della governance, osserva come negli ultimi anni sia cresciuta l’attenzione al tema della parità di genere nelle aziende sanitarie, anche attraverso l’adozione di certificazioni e la creazione di tavoli tecnici dedicati. Ma mette in guardia dal rischio che questi strumenti restino confinati a una dimensione formale. «Quanto questo aspetto si traduca poi in scelte sostanziali, solo il tempo saprà testimoniarlo», afferma. «Dobbiamo evitare che tutto questo resti una scatola bella ma vuota di contenuti».
Sul piano della formazione, il quadro appare più avanzato. Raparelli ricorda che l’Italia ha iniziato a investire nella medicina di genere già prima del Pnrr. «Dal 2016 la Conferenza permanente dei corsi di laurea magistrale in Medicina e Chirurgia ha promosso l’integrazione di tematiche di medicina di genere nei percorsi formativi» spiega.
Una survey nazionale del 2021 ha mostrato che il 76% dei corsi di laurea si è adeguato, mentre dal 2020 la medicina di genere è stata riconosciuta come tematica di interesse nazionale per la formazione continua in medicina. Ma è quando si passa dall’organizzazione e dalla formazione alla vita reale delle persone che emergono le criticità più profonde. Ed è qui che Raparelli colloca il nodo centrale del suo ragionamento: l’accesso alle cure.
Privatizzazione, vulnerabilità e diritto alla salute
Secondo Raparelli, la crescente privatizzazione della sanità rappresenta una minaccia diretta all’equità. «Il dilagare della privatizzazione rema in direzione opposta al conseguimento dell’equità in salute», afferma. Il Servizio sanitario nazionale, ricorda, è un bene inestimabile, fondato su un principio costituzionale che garantisce il diritto alla salute indipendentemente dal reddito.
La vulnerabilità sociale, sottolinea Raparelli, è uno dei principali determinanti di salute. E la vulnerabilità non è distribuita in modo uniforme. Le donne, in media, hanno redditi più bassi, carriere più frammentate, un carico maggiore di lavoro di cura non retribuito. In un sistema che spinge sempre più verso il privato, questi fattori si traducono in una minore possibilità di accedere alle cure. Raparelli utilizza i dati Istat come strumento di analisi critica. Nel Rapporto annuale 2025, l’Istat mostra che nel 2024 il 9,9 per cento della popolazione ha rinunciato a visite mediche, o accertamenti diagnostici ritenuti necessari, a causa di problemi economici o organizzativi come le lunghe liste di attesa. Ma il dato cambia significativamente se disaggregato per genere: l’11,4 per cento delle donne ha rinunciato alle cure, contro l’8,3 degli uomini. La fascia più colpita è quella tra i 45 e i 54 anni, con una percentuale che sale al 15,6 per cento tra le donne. Raparelli fa notare che dietro quei numeri ci sono storie di carichi familiari, precarietà economica, responsabilità invisibili.
Credibilità delle pazienti e malattie invisibili
Accanto al problema dell’accesso, Raparelli pone con forza quello della credibilità delle pazienti. Malattie come l’endometriosi rappresentano, secondo lei, il simbolo di una medicina che per decenni ha faticato a riconoscere il dolore femminile come clinicamente rilevante. «Il problema della sotto-diagnosi e del ritardo diagnostico resta aperto», afferma. «Paradossalmente la salute delle donne viene ancora considerata un ambito di nicchia».
Questa marginalizzazione ha conseguenze concrete: ritardi diagnostici di anni, sofferenza non riconosciuta, percorsi di cura frammentati. Ma ha anche un significato più profondo, epistemologico: segnala un sapere medico costruito storicamente su un modello maschile, considerato neutro solo in apparenza. Raparelli respinge con decisione l’idea che la medicina di genere sia un lusso. «L’uguaglianza, intesa come dare tutto a tutte e tutti, non è sufficiente ed è dispendiosa», spiega. Il punto non è trattare tutti allo stesso modo, ma allocare le risorse in modo proporzionato ai bisogni reali.
In questo senso, la medicina di genere diventa una strategia di sostenibilità. L’appropriatezza diagnostica e terapeutica consente di evitare sprechi, ridurre complicanze, migliorare gli esiti. Non è un caso, osserva Raparelli citando il World economic forum, che investire nella salute delle donne sia considerato un’opportunità economica globale, con benefici stimati fino a 1.000 miliardi di dollari entro il 2040. Quando inoltre Raparelli richiama l’esempio della cardiologia, lo fa per dimostrare che la medicina di genere non è teoria astratta.
«Per decenni le donne con patologie cardiovascolari sono state considerate una “special population”», ricorda, a causa della loro sottorappresentazione negli studi clinici. Questo ha prodotto linee guida costruite su dati maschili, con esiti peggiori per le donne. Solo negli ultimi anni, grazie a una ricerca più inclusiva, le linee guida hanno iniziato a riconoscere differenze reali nella presentazione clinica e nella patogenesi delle malattie cardiovascolari. «Riconoscere queste diversità significa diagnosticare prima e trattare meglio» dichiara.
Raparelli rifiuta la narrazione della medicina di genere come battaglia identitaria. «Non si tratta di vincere o perdere – afferma – Qui parliamo di scienza, di equità, di efficienza, di sostenibilità del sistema salute». Seguendo le indicazioni dell’Osservatorio della medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità, preferisce infatti parlare di “medicina delle differenze”, un approccio che consente di stimare i reali bisogni sanitari delle persone e di erogare prestazioni in modo proporzionato.
Una priorità per il futuro
Guardando al futuro del Servizio sanitario nazionale, Valeria Raparelli invita a non separare mai la discussione sulla sostenibilità economica da quella sull’equità. «Pensare di avere un futuro senza la medicina di genere significa cancellare decenni di ricerca», afferma con nettezza.. Non si tratta di una posizione ideologica, ma della constatazione che sesso e genere influenzano profondamente la salute, la malattia, la risposta alle terapie. La priorità che indica per il 2026 è chiara: investire in una ricerca preclinica e clinica sensibile al sesso e al genere, inclusiva e rappresentativa. «Senza dati ed evidenze solide», ribadisce, «non riusciremo mai a cambiare le linee guida o a garantire percorsi equi nel Ssn».
Nel richiamare l’articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti umani, Raparelli colloca la sua riflessione su un piano ancora più ampio. Il diritto alla salute non è solo un diritto individuale, ma un indicatore del grado di civiltà di una società. Garantirlo significa impegnarsi a vedere, ascoltare e curare le persone nella loro unicità. In un tempo in cui la sanità pubblica rischia di diventare sempre più selettiva, la medicina di genere appare allora non come una rivendicazione di parte, ma come una bussola.
Una bussola che indica la direzione di un sistema capace di coniugare qualità delle cure, sostenibilità economica e giustizia sociale. Se il Pnrr sarà ricordato come l’inizio di questa trasformazione o come un’occasione mancata dipenderà dalla capacità di continuare a interrogarsi su chi resta fuori dal campo visivo della cura.
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