Donne ai vertici: 2025 tra numeri record e calo della fiducia nella leadership femminile

Donne ai vertici 2025

Prime volte e nuovi record, ma anche numeri in stallo e tendenze che minano il progresso degli ultimi anni. Per quanto abbia conosciuto primati indubbi, il 2025 per la leadership femminile è stato un anno di spinte opposte. Da una parte, cresce, seppur lentamente, la loro rappresentanza. Dall’altra, alcune tendenze rischiano di cancellare i traguardi raggiunti e rendere ancora più arduo il cammino verso la parità.

Guardando alla politica, importante è stata, per esempio, l’elezione di Sanae Takaichi, da ottobre prima donna premier del Giappone. O l’inizio del mandato di Netumbo Nandi-Ndaitwah, da marzo presidentessa della Namibia. Insieme alla vittoria di Catherine Connolly alle presidenziali irlandesi di novembre (non un primato ma evento che ha fatto notizia avendo visto due candidate contendersi il ruolo), questi risultati portano a 30 il numero di Paesi a guida femminile.

Altro record, poi è il numero delle elette che siedono nei Parlamenti nazionali: secondo le ultime rilevazioni, superano il 27%. Allo stesso tempo però, oggi solo sei Stati hanno una rappresentanza paritaria nelle loro assemblee. E tre nazioni non presentano nemmeno una donna deputata o senatrice.

Anche in ambito economico, negli ultimi dodici mesi si sono scritti nuovi picchi: mai così tante le donne a capo delle maggiori imprese statunitensi ed europee.

Ma, nemmeno in questo caso, l’aumento arriva a definire un cambio di passo epocale. Da una parte, infatti, la quota statunitense è di un solo punto superiore ai livelli, stagnanti, del 2023 e 2024. Dall’altra, in Europa le percentuali di leader al top hanno fluttuato durante il corso dell’anno. Se a fine ottobre erano 38 le grandi aziende del continente guidate da un’amministratrice delegata, il primato è destinato a ridimensionarsi a breve. Quattro di queste ceo, infatti, hanno già annunciato la loro prossima uscita. A sostituirle sono stati già chiamati altrettanti uomini.

La fiducia nelle leader

Quello che sta per finire è stato un anno di progressi piuttosto lenti – tra l’altro, in generale, spesso temporanei. Inoltre, al ristagno dei numeri, si è affiancato un chiaro indebolimento della fiducia nella leadership femminile. A confermarlo sono i risultati preliminari dell’annuale Reykjavik Index for Leadership.

Secondo questo indice, che dal 2018 misura come la società percepisce l’idoneità di donne e uomini a coprire posizioni di guida, il giudizio dato alle leader nei Paesi del G7[1] è rimasto stabile al livello del 2024. Siamo a 68 punti su una scala dove il massimo è 100. Oltre a essere in stallo, questo numero ribadisce il minimo storico. Oggi, meno della metà degli intervistati sostiene che sarebbe “molto felice” di avere una donna leader a guida del proprio Paese, o un’amministratrice delegata al timone di una società importante.

La maggior parte crede, poi, che a ricoprire posizioni di comando siano più adatti gli uomini. Stando alle rilevazioni del report, sarebbe questa un’opinione particolarmente condivisa se si considerano i settori di difesa e polizia e produzione automobilistica. Coloro che ritengono sia più adatto un leader a ricoprire un ruolo decisionale in questi ambiti sono sei volte di più rispetto a quanti sostengono, invece, il contrario[2].

“Per questi settori o industrie, pensi che sia più adatto a ricoprire posizioni di leadership, un uomo o una donna?”, Reykjavik Index 2025

A ridurre la fiducia nella capacità delle donne di occupare posizioni di potere non è certo la carenza oggettiva di competenze. Bensì una serie di fattori spesso influenzati da stereotipi culturali persistenti. Non siamo (ancora) abituati a vedere una leader ai vertici e, un po’ conseguenza di questo, facciamo fatica ad averne un giudizio positivo. O, se vogliamo metterla in altri termini, dato che per secoli il comando è stato in mano soprattutto a uomini (bianchi), riteniamo questi profili più adatti a gestire situazioni complesse.

Le leader inoltre sarebbero vittime del cosiddetto “glass cliff phenomenon”, una teoria secondo cui le donne raggiungono posizioni di vertice in periodi di crisi, quando il rischio di fallimento è più elevato. Pensiamo a Kamala Harris, scelta come candidata alle presidenziali americane contro Trump a soli 107 giorni dalle elezioni. O Sue Gove, diventata ad di Bed Bath & Beyond nel 2023 con le azioni della società in calo del 50%.

Per quanto i critici di questo pensiero ritengono si tratti di una visione parziale – dato che anche tanti leader sono arrivati ai vertici in momenti complessi – è innegabile che una buona fetta di donne raggiunge posti di comando proprio quando la situazione appare particolarmente difficile. Altrettanto evidente è che, rispetto agli uomini in ruoli simili, quando fanno carriera e arrivano al top, le leader finiscono molto più attentamente (e duramente) scrutinate in ogni loro azione.

Ai vertici della politica

Messe sotto la lente di ingrandimento ogni volta che intraprendono la scalata del potere, finiscono sotto pressioni estreme, critiche sessiste e attacchi violenti che minano la loro incolumità appena diventano personaggi pubblici. Specialmente se si impegnano in politica. Eppure, anche se con grandi difficoltà e ancora, in certi casi, con numeri molto bassi, continuano a candidarsi per posizioni anche di rilievo nazionale. E, in parte in conseguenza di questo, continua a cresce il numero di quante siedono nelle assemblee – seppure debolmente, non dappertutto con gli stessi numeri né sempre con la stessa efficacia.

Lo ricordavamo prima: oggi nel mondo si contano un numero record di elette nei Parlamenti. Erano l’11,3% nel 1995, trent’anni dopo sono arrivate a superare il 27%. In termini numerici, stando alle rilevazioni di novembre dell’Unione interparlamentare (IPU, acronimo del nome inglese), organizzazione che riunisce i membri dei diversi Parlamenti nazionali[3]), si tratta di quasi 12 mila seggi su un totale di 44mila. Le percentuali massime si registrano in Australia e Nuova Zelanda, dove le deputate superano il 48%. A seguire, i Paesi nordici, con medie che arrivano al 44%, e gli Stati caraibici, qui siamo quasi al 41%. In situazione opposte invece si trovano le assemblee delle Isole del Pacifico, dove le rappresentanti sono meno dell’8%. E negli Stati dell’Asia meridionale. Qui superano di poco il 13%.

Ad oggi, poi, continuano le rilevazioni IPU, la parità di genere tra gli eletti si raggiunge in sette nazioni. Si tratta di Rwanda (63,8%), Cuba (55,7%), Nicaragua (55%), Bolivia (50,8%), Messico (50,2%), Andorra e Emirati arabi uniti (entrambi al 50%). Mentre, all’estremo opposto, nessun seggio è occupato da una donna in Oman, a Tuvalu e nello Yemen. E le elette sono meno del 5% in Iran, Bhutan, Nigeria, nelle Maldive, in Papua Nuova Guinea e Vanuatu.

Paesi che presentano la parità di genere tra gli eletti, dati IPU, novembre 2025

Ai vertici delle imprese

Ritornando a guardare a che punto è arrivata la leadership femminile nelle grandi imprese, il 2025 ribadisce una costante: negli Stati Uniti come in Europa, i vertici delle maggiori aziende si confermano a prevalenza maschile. Quest’anno, poi, negli Stati Uniti è riemersa la tendenza chiara a preferire gli uomini già nel momento di rinnovare i board. Per la prima volta del 2017 infatti, a coprire le poltrone vacanti, in questi mesi sono stati scelti soprattutto leader (bianchi). Secondo la testata online Axios, al 24 settembre rappresentavano circa il 55% dei 400 nuovi ingressi nei cda delle imprese Standard & Poor’s 500 – principale indice azionario statunitense.

Questo andamento, per quanto osservato da una prospettiva opposta, è stato rilevato anche dallo Spencer Stuart Board Index 2025. Secondo l’indice, infatti, negli ultimi mesi sono calate di quattro punti percentuali le nuove nomine al femminile – dal 42% registrato nel 2024, oggi siamo arrivati a quota 38%. Una linea al ribasso che, tra l’altro, è ininterrotta dal 2020. I dati indicano anche la diminuzione dei cda che si sono allargati per inserire una consigliera al loro interno. Negli ultimi cinque anni lo aveva fatto annualmente circa il 15-17% delle grandi aziende, ma da gennaio, ha scelto questa via solo il 10% di loro.

In apparente lieve controtendenza rispetto a quanto successo nei consigli di amministrazione, le rilevazioni sugli Stati Uniti segnalano una timida crescita nel numero delle ceo delle aziende inserite nella lista Fortune 500. Sono passate dalle 28 del 2018 alle 55 di oggi. Ma il record di quest’anno è il primo passo in avanti dopo lo stallo che era iniziato nel 2023. E, comunque, stiamo parlando di appena tre amministratrici in più rispetto alle rilevazioni dei scorsi due anni.

Non è troppo diversa la situazione in Europa. Da questa parte dell’Atlantico infatti il numero di aziende Fortune 500 a guida femminile è anche qui arrivato ai suoi massimi – sono oggi 38, cioè il 7,6%. Questo record però è già destinato a calare e a tornare appena sopra il minimo registrato nel 2024, quando le ceo arrivavano al 6,2%. Quattro amministratrici delegate, infatti, hanno annunciato la loro uscita e a sostituirle sono stati scelti altrettanti uomini.

Da una parte all’altra dell’oceano, per trovare una quota più consistente di donne leader bisogna “scendere” al livello dirigenziale nelle grandi aziende. Anche in questo caso gli Stati Uniti si mostrano più avanti rispetto al vecchio continente, con il 40% di imprese che presentano un senior management paritario – cioè composto almeno per il 40% da donne. In Europa la media si attesta al 25%, seppure con grandi differenze tra i singoli Stati. Stando alle rilevazioni dell’“EIB Investment Survey 2025” della Banca europea degli investimenti, si va dai massimi della Lettonia (dove sono il 47% le aziende con una dirigenza equilibrata per genere) ai minimi dei Paesi Bassi (12%). Con Italia e Germania ad apparire nel gruppo di coda.

% di società dell’Ue con almeno il 40% di donne executive, EIB Investment Survey, 2025

Le italiane ai vertici

Nel panorama internazionale e a confronto con i “vicini” europei, l’Italia rappresenta un caso particolare.

Guidata dalla sua prima premier e con una donna a capo del maggior partito di opposizione, oggi il Paese vede ancora solo un terzo di elette tra i parlamentari – 134 deputate e 75 senatrici. E solo 7 ministre su 24 dicasteri.

In ambito economico, poi, nonostante l’importante crescita del numero delle consigliere di amministrazione nei cda delle imprese quotate e partecipate – grazie alla legge Golfo-Mosca per le quote di genere -, la percentuale delle amministratrici delegate resta ancora inchiodata al 7%. Un numero bassissimo che non si discosta troppo, però, dalle medie degli altri Stati dell’Unione Europea.

A distanziare l’Italia dagli altri europei sono le percentuali delle donne con ruoli dirigenziali: secondo i dati dell’Osservatorio Donne executive della Sda Bocconi, in ottobre le executive erano il 18%, in crescita ma di un solo punto percentuale rispetto al 2024. Siamo ancora lontani dai livelli di Francia (al 32%), Belgio (25%) e Germania (23%).

Nonostante questo però, guardando alle rilevazioni del Reykjavik Index for Leadership, insieme al Giappone, l’Italia è l’unica nazione a mostrare un’inversione di tendenza per quanto riguarda la fiducia nella leadership femminile. Seppure resti sotto la media del G7, dal 2024 è in aumento il numero di italiani che ritengono uomini e donne parimenti idonei a occupare posizioni di vertice.

La fiducia nella leadership femminile nei Paesi del G7, Reykjavik Index, 2025


[1] Fanno parte del Gruppo dei sette (G7) i Paesi avanzati dal peso politico, economico, industriale e militare ritenuto centrale su scala globale. I membri sono: Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti.
[2] Secondo il 36% dei rispondenti gli uomini sono leader più adatti nella difesa e il 33% nell’automotive. Le donne sono viste idonee alla guida di questi settori solo dal 6% e dal 5% rispettivamente.
[3] L’Unione interparlamentare (IPU) è un’organizzazione internazionale composta da membri di parlamenti nazionali che si occupa, tra le altre cose, della promozione delle forme di governo democratiche, l’uguaglianza di genere e la partecipazione dei giovani alla politica. I dati sulla composizione dei parlamenti e le statistiche sono aggiornati mensilmente.

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