Infanzia, i progetti per contrastare la povertà educativa in Sicilia

Campania, Sicilia, Calabria e Puglia sono le regioni (in quest’ordine) in cui essere bambino è più rischioso. La classifica emerge dall’Indice Regionale sul maltrattamento all’infanzia, che combina 64 indicatori statistici aggregati e analizzati secondo parametri precisi (cura di sé e degli altri; vivere una vita sana; vivere una vita sicura; acquisire conoscenza e sapere; lavorare; accedere alle risorse e ai servizi) e scatta un’istantanea del divario territoriale cronico in Italia. Lo strumento (utilizzato sotto forma di Indice per la prima volta nel 2006 dall’International Food Policy Research Institute) restituisce l’immagine di un Paese a due velocità, dove la regione con la maggiore capacità di contrastare il fenomeno del maltrattamento infantile è il Trentino Alto Adige, seguito dall’Emilia Romagna, dal Friuli Venezia Giulia e dal Veneto.

Nel Paese i dati vanno combinati con sapienza e per capire il quadro si deve guardare anche alle rilevazioni su istruzione e prospettive dei minori. Il problema principale del Sud Italia è che mancano i servizi: mense scolastiche, classi a tempo pieno non arrivano al 15% nelle scuole dell’infanzia e nelle primarie in Sicilia e Campania (con una media della regione che non raggiunge il 25%, mentre al Centro-Nord ci si attesta sul 60%); uguale carenza riguarda i nidi che nel Meridione sono a meno del 10%, mentre al Centro-Nord si supera il 24%.

La casa del sorriso di Sicuracusa

In Sicilia, a leggere i dati, l’abbandono scolastico è al 18,1%. A questo fattore si somma il rischio mafia collegato ai fenomeni della dispersione ed evasione dell’obbligo scolastico, su cui avevamo già scritto. E il Cesvi ha deciso proprio di aprire nella regione, in particolare a Siracusa, una Casa del Sorriso, è la quinta in Italia dopo Bari, Napoli e Milano. L’inaugurazione è stata decisa per oggi in occasione Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che si celebra ogni anno il 20 di novembre.

L’area scelta coincide con una zona periferica della città, è vicina al quartiere Mazzarrona, ed è una tra quelle a maggiore fragilità economica e socioculturale. Picchi di criminalità minorile e dispersione scolastica, accentuati dalla insufficienza di spazi educativi e di aggregazione, sono il contesto su cui agire. Madrina dell’iniziativa nella città siciliana è stata Alexia. La cantante sostiene da tempo insieme ad altri personaggi noti (Amadeus, Cristina Parodi, Alessio Boni, Max Giusti, Paola Turani) il progetto del Cesvi.

«Con le Case del Sorriso vogliamo dare ai bambini un luogo sicuro dove possano sentirsi accolti, vedere rispettati i loro diritti fondamentali, creare opportunità per il futuro loro e dei loro genitori. Siamo felici di poter dare il nostro contributo anche in Sicilia a Siracusa con una Casa del Sorriso che desidera aprire le porte di un futuro ricco di possibilità per tutti i minori e le famiglie bisognose del territorio» commenta Roberto Vignola, vicedirettore generale di Cesvi.

Attiva da oltre 20 anni, all’estero la fondazione ha aperto Case del Sorriso in molte delle regioni più difficili: Brasile, Haiti, India, Sudafrica, Perù e Zimbabwe; così nelle aree del mondo flagellate dalle gravi emergenze umanitarie (Ucraina, Turchia, Libia e Marocco). Il programma è pensato per i più piccoli, in un’ottica che è quella della promozione dei diritti e della prevenzione della povertà educativa. L’offerta sul territorio è aiuto concreto: attività di sostegno psicologico e ascolto, di supporto alla genitorialità, laboratori sportivi, psicomotori, artistico-espressivi, proposte educative. In Italia l’anno scorso il Cesvi ha raggiunto quasi 2.500 beneficiari, di cui 1.660 minori; nel primo semestre del 2023 le persone aiutate sono già 1392 (968 minori).

La risposta del pubblico e il ruolo attivo degli ETS

Ma non ci sono solo le fondazioni. C’è anche il pubblico. E quando funziona riesce a produrre soluzioni e interventi, in grado di incidere sulle realtà più complesse. È di questi mesi l’avvio nel catanese di un servizio pensato dal Distretto Socio-Sanitario n. 19 che ha come capofila il comune di Gravina. Il Distretto è un ente che progetta interventi socio-sanitari e coincide con quelli che nel resto della penisola assumono la definizione di Ambiti territoriali. Si iscrive in un contesto che gli consente l’accesso a risorse regionali, nazionali e di fondi europei e trasforma quei denari in servizi per i residenti più fragili dei comuni aderenti (in questo caso si tratta di tredici comuni pedemontani nella zona etnea). La progettazione appena partita è più di una sperimentazione, è una vera e propria scommessa.

Family care, Community care e Laboratori per minori  rappresentano l’esito di una procedura che vede insieme enti locali e Terzo settore. Al tavolo della co-progettazione, si cerca di dare risposte di un certo tipo: supporto alla genitorialità, mediazione familiare, contrasto alla povertà e alla grave marginalità, sportelli di ascolto e consulenza, percorsi di re-inclusione, formazione rivolta agli operatori e alle operatrici per cogliere il disagio, riconoscerlo e affrontarlo nel modo più adeguato possibile.

Gli strumenti utilizzati sono quelli del Codice del Terzo Settore che nel 2017 ridisegnava co-progettazione, co-programmazione e accreditamento. La novella in un certo senso ha riscritto la relazione tra le Pubbliche Amministrazioni e gli enti del Terzo settore, in un quadro (si pensi alla riforma del Titolo V) che ha copertura costituzionale, affondando radici nel principio di sussidiarietà orizzontale.

Giuseppa Scalia, responsabile dell’Ufficio di Piano di Zona, parla di quel progetto che ha voluto fortemente: «Al centro dello sforzo che abbiamo fatto ci sono le famiglie anche monoparentali, con minori. Una particolare attenzione l’abbiamo rivolta ai nuclei con bambini piccolissimi, entro i mille giorni di vita. Quello che si vuole fare è aiutare e sostenere, intercettare il deficit economico e quello socio-culturale, agendo in aree che sono caratterizzate da una presenza anche importante delle organizzazioni criminali».

L’esperienza del Distretto 19 è la messa in pratica, in fondo, di un’azione di promozione del ruolo attivo degli ETS nella costruzione delle politiche sociali, decisa dal legislatore. E a leggere quel progetto un altro elemento che salta agli occhi è di tipo economico: gli enti coinvolti nel programma saranno retribuiti nella forma del rimborso spese. La sperimentazione insomma sta cercando di trovare nella collaborazione (anche nella forma della condivisione delle risorse) tra il pubblico e chi si occupa di mutualità una possibile chiave di volta, per progettare interventi e risposte efficienti.

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Se stai subendo stalking, violenza verbale o psicologica, violenza fisica puoi chiamare per avere aiuto o anche solo per chiedere un consiglio il 1522 (il numero è gratuito anche dai cellulari). Se preferisci, puoi chattare con le operatrici direttamente da qui.

Puoi rivolgerti a uno dei numerosi centri antiviolenza sul territorio nazionale, dove potrai trovare ascolto, consigli pratici e una rete di supporto concreto. La lista dei centri aderenti alla rete D.i.Re è qui.

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