Turismo sostenibile, la sfida dell’APT Dolomiti Paganella

Fino a poco più di un decennio fa, in Italia, pedalare in mountain bike (MTB) su sentieri tracciati era riservato ai soli appassionati che, grazie a qualche rara eccezione a livello regionale, potevano raggiungere aree outdoor dotate di un’offerta turistica che coniugasse divertimento, servizi, relax e natura.

Negli ultimi anni, però, il ruolo della bicicletta è cambiato. Da semplice mezzo per la pratica sportiva base e le sue discipline, è diventato strumento per sviluppare nuove forme di turismo sostenibile e aiutare operatori e istituzioni locali a far fronte a problemi come la stagionalità, il cambiamento climatico, la mancanza di infrastrutture e lo sfruttamento eccessivo di aree specifiche. Il turismo, infatti, non è soltanto un industria ma soprattutto un fenomeno sociale che include e connette tre grandi attori: le comunità ospitanti, gli ospiti che le visitano e l’ambiente. Solo quando i flussi tra questi tre protagonisti sono bilanciati, condivisi ed equilibrati, si può parlare di una destinazione fiorente e sostenibile.

Di questo, e molto altro, si è parlato di recente ad Andalo, durante la terza edizione dell’MTB Talks, l’unico convegno internazionale sul turismo in mountain bike che si svolge in Italia dal 2020 e che in soli tre anni è diventato un riferimento del settore dove poter raccontare storie di successo di destinazioni outdoor e scambiarsi opinioni, idee ed esperienze, senza dimenticare le realtà turistiche che vogliono abbracciare il mondo a due ruote.

Un appuntamento cult per il mondo della MTB internazionale

MTB Talks è un format di Dolomiti Paganella Bike – bike resort trentino – pensato come una scuola di formazione che fornisce un sostegno concreto alle bike area, in particolare quelle emergenti in Italia e in Europa, raccogliendo, di volta in volta, strategie attuabili per rendere il mountain biking e le sue strutture sempre più sostenibili a livello ambientale ed accessibili per il più ampio bacino d’utenza. Un obiettivo ancor più delicato se si considera il periodo storico attuale dove la fruibilità di sentieri e località sta mutando rapidamente anche a causa del cambiamento climatico in atto.

MTB Talks si svolge in due giorni, il primo dedicato alla teoria (con una serie di conferenze presiedute da relatori provenienti da diversi Paesi del mondo) e il secondo alla pratica, sui percorsi della Dolomiti Paganella Bike Area. E non potrebbe essere altrimenti vista la natura outdoor del convegno. Anche perché, le migliori idee nascono soprattutto quando si pedala, condividendo la stessa passione tra un passaggio tecnico nel bosco o una discesa mozzafiato.

L’edizione 2023 ha ospitato un panel di relatori provenienti da Canada, Italia, Germania ed Austria, che hanno presentato le loro storie di successo: dal know-how italiano per legalizzare e porre a sistema le fitte reti di sentieri frequentate da migliaia di appassionati di Bologna e dintorni, all’evoluzione del Crankworx, uno dei più importanti appuntamenti del mondo MTB che si svolge in Canada (con una serie di eventi distribuiti su tre continenti), passando per le enormi possibilità offerte dalla mappatura digitale di bike park e trail area tra le quali l’implementazione delle funzioni di monetizzazione diretta per i gestori dei sentieri con la creazione di un bike pass digitale.

Non è mancato nemmeno il confronto sulla prospettiva dell’industria della bici nel medio-lungo periodo. In particolare, è stato presentato un progetto con un fondo di finanziamento per iniziative non-profit di costruzione e manutenzione di sentieri e percorsi off-road, dove l’obiettivo è l’evoluzione dell’offerta nel pieno rispetto della natura. A completare la due giorni, un workshop in sella e la visita, in anteprima assoluta, al cantiere di costruzione dei nuovi tracciati Interstellar e Supernatural che saranno inaugurati nella primavera del 2024 all’interno della Dolomiti Paganella Bike Area. Un momento di forte community che ha guidato i partecipanti alla scoperta delle recenti tecniche innovative adottate per favorire divertimento e sostenibilità.

Turismo sostenibile e in equilibrio

L’Altopiano della Paganella conta una comunità di 5000 residenti. Immersa tra le Dolomiti di Brenta (Patrimonio UNESCO), il Parco Naturale Adamello Brenta, il lago di Molveno e il massiccio Paganella, accoglie in media circa 2 milioni di presenze turistiche all’anno. Parliamo, dunque, di una comunità in cui il turismo rappresenta il motore di sviluppo e di sostentamento principale. Lasciare le cose in questo modo sarebbe stata la scelta più semplice, ma già prima della pandemia stavano emergendo segnali di una nuova sensibilità e un nuovo modo di osservare i flussi turistici e i suoi impatti sulla comunità. “Saetta previsa vien più lenta”, scriveva Dante nel XVII Canto del Paradiso. Ed è proprio con questo spirito che tutti gli attori della comunità trentina stanno lavorando per rendere la propria destinazione turistica un vero ecosistema vivente. Per saperne di più abbiamo intervistato Luca D’Angelo, direttore dell’APT Dolomiti Paganella e anima dell’MTB Talks.

Dall’Abruzzo al Trentino. Qual è stato il percorso che ti ha portato a confrontarti con una realtà turistica che ha sempre guardato al futuro?
Ho lasciato l’Abruzzo subito dopo la laurea in Economia del Turismo e sono andato in Nuova Zelanda per fare un’esperienza all’estero, per poi rientrare a Trento ed iscrivermi al Master in Destination Management. A chiusura di questo secondo ciclo di studi ho deciso di rimanere in Trentino, occupandomi prima di turismo enogastronomico e poi assumendo il ruolo di Direttore dell’APT Valsugana. Con lo stesso ruolo, nove anni fa sono approdato in APT Paganella, un posto molto dinamico dove si riescono a mettere in atto delle innovazioni importanti. Mi sento fortunato perché il mio percorso è stato abbastanza coerente con gli studi che ho fatto e non sempre questo accade.

Rispetto a dieci anni fa, com’è cambiata dal tuo punto di vista la percezione della MTB in Italia?
Direi che è cambiata drasticamente. Intanto sono cambiate le bici e le strutture, e di conseguenza è cambiata anche l’offerta. Parliamo di un cambiamento trainato in parte dall’industria MTB, che ha prodotto mezzi più facili da guidare e che ora vive anche l’exploit del mercato delle bici elettriche che ne ha aumentato la popolarità. Ma c’è stato anche un grande lavoro fatto da molte destinazioni. Dieci anni fa la MTB era rivolta ad uno specifico pubblico di esperti, in particolare del mondo gravity. Oggi, invece, con le infrastrutture, i percorsi adatti anche a chi vuole iniziare e i vari servizi collegati (noleggi, maestri, etc.), la MTB è diventata ancora più popolare. In particolare per le famiglie che stanno scoprendo un modo diverso di vivere la stessa destinazione che prima visitavano solo per relax. Inoltre, sta aumentando anche la percentuale di persone che vuole provare la bici, inclusi i bambini per i quali abbiamo creato strutture adeguate.

Com’è l’accesso delle donne a questo sport?
A livello europeo la Germania ha già una posizione consolidata, mentre l’Italia sta crescendo molto bene di anno in anno.

Com’è stato il percorso che vi ha portati a diventare uno dei punti di riferimento in Europa per il mountain biking e per il turismo in bicicletta?
Abbiamo strutturato un piano di sviluppo in due fasi. Nella prima abbiamo creato il nucleo originale del bike park – FAI ZONE – con percorsi legati a discipline più tecniche come il downhill e l’enduro. Poi dal 2014 è iniziata la vera storia della Dolomiti Paganella Bike. Da allora, insieme alle società degli impianti di risalita, alle amministrazioni pubbliche, all’azienda per il turismo che ha preso in carico il masterplan di sviluppo e a Trail Zone, abbiamo disegnato le tre aree attuali: FAI ZONE, MOLVENO ZONE (percorsi più facili e accessibili ai principianti) e ANDALO ZONE, una via di mezzo. Lo sviluppo è stato graduale ma guidato da un masterplan unico con l’ATP in cambia di regia. Questo modus operandi ha permesso di mantenere una grande diversità dei tracciati (tra bike park e naturali) che oggi ci viene riconosciuta da tanti bikers, italiani ed internazionali, che vengono da noi per acquisire una pratica di guida migliore.

Avete dimostrato che si può praticare il mountain biking rispettando il territorio e attuando una politica sostenibile. Come possono, le altre regioni italiane a vocazione outdoor, replicare nel loro piccolo il vostro modello?
Replicare i modelli non è mai facilissimo perchè quello che accade in ogni destinazione è frutto di tante variabili come la tipologia di persone e di territorio, il Dna della comunità e la vicinanza geografica ad eventuali bacini. Quindi non esiste una ricetta magica. Quello che però abbiamo visto funzionare da noi, è stata la capacità di mettere insieme più attori intorno a un obiettivo comune, avendo qualcuno che prendesse la leadership dello sviluppo e la portasse avanti negli anni. Spesso, purtroppo, si assiste alla nascita di belle progettualità che poi difettano nella governance, ovvero di chi le metta in pratica. In questo caso il consiglio è quello di strutturare prima una governance adeguata e poi la fase di sviluppo.

Quali sono le difficoltà che, a tuo parere, riscontrano maggiormente le piccole realtà della MTB in Italia?
Le piccole realtà italiane soffrono una serie di problematiche legate soprattutto alla difficoltà nella gestione dei tracciati, perché ogni Regione ha una sua legislazione in materia e gli Enti Parco in molti casi amministrano alcune zone, quindi l’accesso ai trail esistenti e/o la costruzione di nuovi, è uno degli aspetti più difficili da gestire. In particolare per le piccole destinazioni che vogliono approcciarsi al mondo della MTB. Inoltre, bisogna considerare i problemi legati alla governance e ai fondi a cui accedere. Nel caso di grandi bike park, come può essere il nostro, c’è una revenue che arriva direttamente dall’incasso del bike pass, unico per tutti i percorsi, mentre nelle piccole destinazioni spesso non si riesce a far riconoscerne economicamente l’utilizzo. In questi casi, i bikers italiani e stranieri non sono ancora abituati a versare una piccola quota per l’utilizzo dei tracciati. Penso che si possa lavorare in questa direzione in modo da avere solidità e costanza nel tempo, che permettano di strutturarsi ed ottenere risorse da investire nella segnaletica, nella manutenzione dei percorsi esistenti e nello sviluppo di nuovi, fornendo così servizi che possano produrre un prodotto turistico di qualità.

Che tipo di know-how esportate e quale invece assorbite dall’estero?
Lo spirito che ha animato la Dolomiti Paganella Bike e che ha dato il via anche all’MTB Talks, è stato quello di voler creare una cultura intorno allo sviluppo delle destinazioni MTB, cultura che in Italia è molto poco sviluppata. Se si guarda all’estero, Austria in particolare, ma anche Svizzera, Inghilterra e Scozia, la storia è leggermente diversa. Internamente vogliamo costruire un network culturale tra i bike park sfruttando le tante attività che portiamo avanti, mentre all’estero guardiamo con molta attenzione il panorama austriaco per quanto riguarda le strutture, e al modello scozzese per i percorsi. Quest’ultimo, tra gli aspetti interessanti, ha anche quello di non avere bisogno di impianti di risalita. A noi piace confrontarci con persone che operano in maniera diversa proprio per capire dove possiamo migliorare, sapendo che tante cose non si possono replicare in toto. Ma prendendo spunto dagli altri si può creare qualcosa di nuovo e funzionale. L’ambizione, in Italia, è arrivare ad avere un network più forte e strutturato.

Quanto contano le relazioni con il mondo della MTB oltre confine per imparare a fare cultura sostenibile? E qual è il gap che vedi al momento l’Italia e l’Europa?
Le relazioni contano moltissimo. In questi tre anni di MTB Talks abbiamo ospitato destinazioni turistiche provenienti da Svizzera, Scozia, Inghilterra, Canada e Stati Uniti. Credo che da noi ci sia molto da lavorare sulla capacità delle destinazioni, degli attori locali e di chi prende le decisioni, di comprendere come lo sviluppo di una destinazione MTB sia una cosa seria. Serve un know-how importante che comprenda esperienze dirette sul campo e uno studio approfondito, sia dal lato della costruzione e manutenzione dei sentieri e della segnaletica, sia dal lato gestionale. Creare una destinazione MTB non è così facile come possa sembrare, bisogna rispettare alcuni parametri e concetti. E lo si può fare solo insieme. Il tema della sostenibilità è cruciale, perché spesso si assiste alla nascita di nuovi trail e destinazioni, anche di buon livello, che poi non hanno sostenibilità sia nel tempo sia a livello ambientale, perché mancano di criteri avanzati che permettono stabilità e rispetto degli spazi naturali nel meglio lungo periodo. Il gap in Italia è ancora presente, credo che lo si possa colmare solo incontrandoci, parlando e condividendo dati ed esperienze. Senza gelosie, come facciamo durante le edizioni dell’MTB Talks.

Proprio in quest’ultima edizione avete presentato in anteprima i due nuovi percorsi che verranno inaugurati nel 2024: quali sono le tecniche che avete impiegato per realizzarli?
Si tratta di due percorsi che partiranno dalla Cima Paganella (2125 mt) per arrivare ad Andalo (1000 mt) che abbiamo chiamato “Interstellar” e “Supernatural”. Per noi saranno fondamentali perché, con l’apertura ufficiale della stagione 2024, ci permetteranno di avere due trail dedicati esclusivamente ai bikers, senza pedoni. Per quanto riguarda le due tipologie di trail, abbiamo costruito dei tracciati con una larghezza più contenuta, proprio essere rispettosi dell’habitat naturale a quell’altitudine e per rispecchiare il più possibile l’anatomia di un tracciato naturale. Ovviamente parliamo sempre di percorsi che rientrano nella categoria dei flow trial, realizzati utilizzando la presenza di avvallamenti naturali e materiale locale come pietre, sassi, alberi e cippato. L’impatto è diverso così come lo stile di guida, meno veloce e più guidabile, tecnicamente più importante ma comunque accessibile a chi ha una discreta esperienza di guida. Nel caso di bikers più esperti, l’interpretazione del percorso cambia perchè cambia la velocità. Noi cerchiamo sempre di mantenere una certa diversità nella costruzione dei percorsi, che per noi rappresenta la parola chiave per ottenere il miglior risultato possibile.

Disciplina preferita della MTB?
All Mountain. Di solito giro nel bike park dove conosco tutti i trail quasi a memoria e spazio tra i flow trail e i tracciati naturali. Fuori dal lavoro, però, preferisco andare su tracciati alpinistici, anche con qualche ostacolo, di solito più lunghi ma che mi permettono di godere di spazi silenziosi e rimanere a contatto con la natura in modo più intimo. E ricaricare meglio le batterie.

Recovery post ride: birra artigianale o vino abruzzese?
Entrambi, così non faccio torto a nessuno. Una Radler dopo una giornata in bici e un bel bicchiere di Montepulciano d’Abruzzo a cena.

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