Compiti sì, compiti no. Attenzione al Summer Learning Loss

scritto da il 30 Agosto 2017

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Compiti sì. Compiti no. Genitori, educatori e ricercatori continuano a discuterne mentre gli studenti iniziano a preparare il materiale scolastico per il nuovo anno dopo lunghe, lunghissime vacanze estive. Quanti dei quasi 9 milioni di alunni, dai 3 ai 18 anni, avranno saputo organizzare nel miglior modo la pausa estiva a disposizione per giocare, riposarsi, fare nuove esperienze e completare i compiti per le vacanze? I fattori che concorrono alla risposta sono variabili: dipende dall’età dello studente, dalla bontà (o severità) dell’insegnante ma soprattutto dagli stimoli che provengono dalla famiglia che è chiamata a organizzare una vera e propria tabella di marcia per gestire i mesi senza scuola.

Rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, l’Italia è infatti tra quelli con più ore sui banchi (dai 162 giorni in Francia ai 200 in Italia) ma con le vacanze estive più lunghe: dalle sei settimane di alcune regioni tedesche o del Regno Unito fino alle 13 settimane del Portogallo, la nostra pausa scolastica estiva dura 14 settimane. Meglio (o peggio) di noi solo la pausa bulgara (15 settimane per la scuola elementare). Ma come incide la mancanza di scuola (o di studio) estivo sull’apprendimento scolastico? Lasciate da parte le discussioni fantasiose di alcuni genitori. Studi alla mano, gli Stati Uniti – è proprio il caso di dirlo – fanno scuola. Anche qui la pausa estiva è particolarmente prolungata ed è proprio qui che, da anni, viene studiato il fenomeno del Summer Learning Loss, ovvero la “perdita di apprendimento estivo” che si verifica durante le vacanze e che riguarda in particolare le abilità linguistiche. Perché l’iniquità scolastica – intesa come l’insieme dei fattori socio-economici che incido sui risultati scolastici – passa anche da qui.

img_3264In Italia questo fenomeno, che negli Usa ha acceso un dibattito politico che ha prodotto l’adozione di una serie di programmi estivi in diverse realtà con significativi miglioramenti sia in termini di performance scolastiche sia di motivazione allo studio, è stato studiato e analizzato solo in anni recenti. La prima e più approfondita ricerca è stata condotta da Morena Sabella, ricercatrice all’Università La Sapienza di Roma, che nello studio “Primi della classe si nasce? Indagine longitudinale sul Summer Learning Loss nella Scuola Secondaria di I grado” conferma che questo fenomeno esiste anche in Italia. Il punto di partenza dello studio è che la vacanza estiva incide – positivamente e negativamente – soprattutto sulle capacità linguistiche dei bambini e dei ragazzi, ma non per tutti nello stesso modo.

Il tempo estivo infatti può rappresentare un fattore di rischio rispetto alla povertà educativa in particolare per gli studenti con un background socio-economico più fragile oppure per quei bambini esposti ad ambienti con esigue esperienze significative e stimolanti per l’apprendimento. Lo studio dimostra che, dopo la lunga pausa estiva, gli studenti che hanno avuto più occasioni per essere stimolati culturalmente hanno arricchito il proprio vocabolario e il proprio bagaglio culturale. Un divario che non riguarda solo l’apprendimento scolastico, ma anche il mancato sviluppo delle competenze cosiddette “non cognitive”, quali l’autostima, le relazioni sociali, la creatività, le capacità di problem solving. Il dato interessante, e parzialmente confortante, è che la scuola e gli insegnanti fungono da equilizer, hanno ciò la capacità, durante l’anno scolastico, di far recuperare agli studenti con background svantaggiato il gap perso durante l’estate. Questo però non è sufficiente perché le differenze sono comunque crescenti negli anni e l’accumulo delle perdite estive pesa anche sulla scelta di proseguire gli studi. Da qui alla dispersione scolastica il passo può essere breve.

Lo studio fa riflettere non solo sulla necessità di garantire ad ogni bambino stimoli culturalmente interessanti e opportunità di qualità per coltivare l’interesse verso nuove attività, ma anche sul ruolo centrale della scuola e degli insegnati anche durante il periodo estivo. Un percorso scolastico stimolante che dovrebbe proseguire, in modo strutturato e adeguato, anche durante la pausa estiva per mantenere alta l’attenzione di apprendimento. Un ottimo esempio per stimolare l’apprendimento a costo zero in vacanza? La lettura. Un buon libro – preferibilmente scelto dal bambino e non imposto dall’adulto – può iniziare aiutare un atteggiamento positivo e curioso verso la conoscenza. Anche in estate. Anche a pochi giorni dall’inizio della scuola.

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Ultimi commenti (2)
  • Lorena Bernini |

    Sono anni che non do compiti per le vacanze, se non libri da leggere, partendo da una semplice riflessione: è mai migliorato un mio alunno grazie ai compiti estivi? Assolutamente no. È nel lavoro quotidiano, tutto insieme, che avviene la crescita e si colmano lacune. Ma poi, vengono corretti i benedetti compiti? Quasi mai

  • Maria luisa Pagani |

    Il problema è che il percorso “stimolante” non viene offerto ai ragazzi nemmeno durante l’anno scolastico…e allora perché preoccuparsi del periodo estivo?