Integrazione ma non sotto casa mia: lo strano caso del Lazzaretto a Milano

scritto da il 31 Ottobre 2016

IMG_2206Via Lecco, trecento metri o poco più nel cuore di Porta Venezia, noto quartiere milanese. A prima vista una via come tante inserita in un’area residenziale caratterizzata da una forte presenza di negozi e pubblici esercizi. Niente di speciale quindi. Forse solo quella visione prospettica della Chiesa di San Carlo al Lazzaretto che richiama la Città Ideale di Piero della Francesca e che ne addolcisce i contorni.

Trecento metri che negli ultimi giorni sono stati il centro di un ciclone politico-mediatico inaspettato. In via Lecco infatti e, più in generale, nel quartiere cosiddetto “del Lazzaretto” pulsa il cuore della comunità LGBTI (Lesbica, Gay; Bisex, Trans, Intersessuale) milanese. Qualcuno li chiama quartieri gay, altri gay village (che altro non è se non la traduzione inglese). Sono tradizionalmente luoghi di incontro di generi, stili, gusti e comportamenti di una varietà che difficilmente si trova altrove. Sono quartieri di coming-out perenne, dove ciascuno si sente libero di essere ciò che è senza maschere o imbarazzi: lesbiche, trans, neri, rossi o gialli, con capelli verdi e decine di orecchini sparsi ovunque o, semplicemente, in giacca e cravatta perché si è appena usciti dall’ufficio.

IMG_2208Ogni grande città ha un proprio luogo simbolo dove si concentrano i locali friendly e non è un caso che queste realtà fioriscano in zone caratterizzate da un melting-pot di culture ed etnie molto diverse. A Milano il quartiere del Lazzaretto rispecchia pienamente questo modello: è un quartiere complicato, che ha una storia molto antica. Prima di diventare, nel ‘600, con la peste, un luogo di emarginazione e di sofferenza, era un luogo di scambi dove merci, persone e idee si incontravano dando vita ad un contesto sociale stratificato e multiforme. Questa particolare vocazione multiculturale dell’area si è trasmessa sino ad oggi; è qui che le associazioni in collaborazione con i commercianti e le pubbliche amministrazioni hanno da sempre lavorato per l’integrazione e per la valorizzazione delle differenze e per l’assistenza ai meno fortunati. E’ qui che si organizza il Pride.

IMG_2205E allora perché via Lecco è stata al centro di questa polemica mediatica? E’ presto detto: in quartieri come questo si concentra, ogni fine settimana lo spauracchio dei vari Salvini e Adinolfi. E’ qui che prende vita dal nulla, sorgendo dalle più recondite oscurità, l’infida Movida Gay: un ipnotico miscuglio di luci, suoni, colori forti, profumi che si intersecano per poi disgiungersi con la stessa velocità degli sguardi. E per capire cosa si intenda basta fare un salto in via Lecco al sabato sera. Due-trecento persone raccolte attorno ai locali di grido: due chiacchiere con il vicino di casa, un bicchiere di vino bianco, il bacio rubato al fidanzato mentre si sorride al compagno di classe che non si incrocia da tempo, un ciuffo rosa che spunta da un taglio asimmetrico. Nulla di che insomma. Eppure sembra proprio che la Movida Gay faccia paura visto che mercoledì 19 ottobre gli storici locali friendly di Milano sono stati oggetto di una ventaglio di controlli a tappeto: ASL, Ispettorato del Lavoro, Polizia Municipale e addirittura, Polizia di Stato. Con scarsi risultati visto che non sono state trovate irregolarità di rilievo.

IMG_2207Il tutto è partito da una mozione della Lega Nord, che ha raccolto le doglianze di un gruppo (peraltro, pare, sparuto) di residenti, trasformata poi in delibera votata da maggioranza e opposizione. Con toni più edulcorati e una certa dose di retorica, ma altrettanto dura. La carovana dei controlli è approdata solo nei locali friendly quindi è abbastanza scontato che nel mirino ci fosse la Movida Gay. Stupisce non il merito – come spiega Arcigay in ben tre comunicati stampa – la sicurezza e l’ordine pubblico sono importanti per tutti, ma la modalità e i criteri di scelta adottati. Allora ci si domanda ancora una volta il perché. Qualcuno potrebbe dare la colpa al rumore, alla musica. Tutti sappiamo che un quartiere oggetto di movida fa nascere problemi di convivenza con i cittadini, succede a Roma come a Torino come nel più sperduto dei paesini della provincia. Ma se così fosse, perché colpire solo i locali gay, perché non estendere i controlli su tutti i locali della zona? Cosa provoca in alcune persone un odio e un astio tale da spingerle a organizzarsi, a creare comitati, con il solo scopo di colpire queste realtà, che siano esse in regola o meno?

Gli omosessuali non hanno un modo di socializzare diverso da quello del resto della popolazione. Non è pur vero che ognuno di noi frequenta di preferenza persone con cui ha affinità? Inoltre è ormai da tempo assodato che l’affermarsi della comunità LGBTI in un quartiere e la costante opera di integrazione culturale che ne deriva è un fenomeno che porta, nel medio periodo un innalzamento dei prezzi degli appartamenti della zona (causato dall’aumento della domanda) e una generale riqualificazione dell’area, con il risultato che il quartiere diviene spesso un quartiere trendy, abitato prevalentemente dalla medio-alta borghesia

IMG_2204La risposta sembrerà scontata e banale, ma il motivo è sempre lo stesso. Una serpeggiante e subdola omofobia che deriva dal preconcetto secondo cui tutto ciò che fanno le persone omosessuali deve essere per forza schifoso. E allora per dirlo con le parole di Giovanni Dall’Orto ‘tutti, anche i fascisti e i cattolici, sono disposti ad accettare la persona omosessuale in quanto individuo, possibilmente disperato e infelice’; ma quando li vedi sorridere, scherzare, divertirsi, creare momenti di socialità che coinvolgono tutti i cittadini, qualsiasi sia il loro orientamento sessuale, e li vedi proprio lì, sotto il tuo balcone, nella “tua” zona, allora tutta questa omofobia non la contieni più e straripa con una forza inimmaginabile. Il passo diventa breve e si comincia a parlare di ghetto, di zona chiusa dall’esterno, che deve essere tenuta lontana dagli occhi. Anche se questo “ghetto” ha contribuito e continua a contribuire a riqualificare la zona, anche se quei cento, duecento ragazzi che stazionano allegri davanti ai locali fino a chiusura, hanno relegato ai margini del quartiere residenziale la criminalità e ti permettono di tornare a casa la sera senza guardarti le spalle.

E’ di qualche giorno fa la notizia che l’ambasciata russa in UK ha rappresentato l’occidente come un recinto di maiali in mezzo a una sventolante bandiera arcobaleno… terribilmente simile all’immagine negativa e denigratoria che emerge falsamente da questa vicenda. Che la Lega abbai cambiato sponda?

Ultimi commenti (1)
  • Jeremy |

    Abito in zona. È impossibile parcheggiare per i residenti, è impossibile passare in macchina, tutta la via è inagibile per 3 notti la settimana. È impossibile dormire a causa degli schiamazzi e urla fino a notte fonda. Le auto vengono coperte di bottiglie e usate come tavolini e gli spazi tra le auto a volte come wc. Accusare chi chiede di dormire di intolleranza ed omofobia è qualcosa di squallido. Articolo vergognoso che strumentalizza i disagi di chi in via Lecco ci vive.