Professione balia: l’emigrazione, il lavoro, il dolore e l’emancipazione (solo) delle donne

scritto da il 22 Settembre 2016

Donne simbolo dell’emigrazione femminile, ma anche protagoniste di un’occasione di emancipazione sociale. Siamo nel XIX e in gran parte del XX secolo, quando “iniziò un flusso consistente di una nuova tipologia di lavoratrici italiane alla volta di Francia, Svizzera e Austria soprattutto – racconta il Dizionario enciclopedico delle migrazioni nel mondo -. Si trattava di una professione molto remunerativa per chi non aveva altro patrimonio o una professionalità da offrire, un’occupazione che, da quel momento in poi, iniziò addirittura ad essere pubblicizzata ed esportata”.

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L’esodo interessa una parte 
consistente di popolazione femminile dell’area feltrina e medio-bellunese e si rivolge in Italia principalmente verso i centri urbani del Veneto, del Piemonte e della Lombardia. Centinaia di giovani puerpere, spinte dal bisogno e attratte da compensi elevati e da un trattamento privilegiato, 
lasciano i propri figli di pochi mesi per recarsi ad allattare i neonati della medio-alta borghesia o dell’aristocrazia cittadine.

balia24Il mestiere di balia era per quelle giovani donne italiane – soprattutto della campagna povera  – che “per indigenza si vedevano costrette a vendere il loro latte ai figli dei signorotti dell’epoca o di altre numerose donne, giovani e meno giovani, che allevavano per lunghi anni i rampolli dei notabili dell’epoca”.

Una balia arrivava a guadagnare il triplo di un operaio e le sue condizioni di vita erano ottime, soprattutto se comparate ad altre lavoratrici emigrate dell’epoca come le lavandaie o le cameriere: “La balia, per ovvie ragioni, veniva sempre ben nutrita e si era sempre molto attenti alla sua igiene personale. Questo accadeva soprattutto in Francia, il territorio che esercitò la principale forza attrattiva e nel quale questo mestiere divenne ben presto parte integrante della tradizione con una predilezione per le italiane. Le balie venivano letteralmente “rivestite”.

balia5A loro spettava un corredo dalle sei alle dodici unità, indumenti intimi, vestiti da casa, vestaglie, grembiuli, pettorali ricamati. Era tradizione regalar loro soprattutto spille e orecchini. Portavano cuffie o cappelli caratteristici, così come si riconoscevano dai gioielli che indossavano, soprattutto di corallo, pietra portafortuna per conservare il latte buono e abbondante. Le balie erano servite dalle altre donne di servizio, spesso mangiavano a tavola con i padroni, che potevano così controllare che il loro nutrimento fosse adeguato. E non appena i padroni si accorgevano di qualche piccola tensione o nostalgia, erano soliti riempirle di regali; erano inoltre attenti a trasferirle in residenze più fresche nel corso dell’estate. Il rapporto diveniva talmente familiare che molte di queste donne, una volta avanzate di età, decidevano di tornare dalla famiglia ospite come balie “asciutte”, governanti o guardarobiere.

balia19L’altra faccia della medaglia era il prezzo da pagare per donne che “spesso anche a costo di lunghe assenze da casa e di sacrifici, sono riuscite a valorizzare le poche risorse di cui disponevano per andare incontro al proprio progetto di donna autonoma che lavorava per sé, emancipata dal marito o dalla famiglia, una donna che viaggiava da sola soprattutto in treno per arrivare a destinazione nei Paesi europei, ma che a volte era possibile incontrare durante le lunghe e pericolose traversate oceaniche”.

Tanto che “a ragioni puramente economiche si sovrappongono in certi casi anche altre motivazioni, non ultime esigenze di autoaffermazione e di autonomia della donna” scrive nel suo libro Daniela Perco. “I lunghi periodi di assenza influiscono, in modo talora duraturo, sui rapporti affettivi: i figli naturali, rimasti in paese, provano spesso un senso di estraneità nei confronti della propria madre, mentre, dall’altra parte, i figli di latte si legano profondamente alla balia che li ha nutriti e allevati”.

balia15“A quell’ora io sono andata via perché qua si viveva proprio nella più… nella più squallida miseria, bisogna proprio dire così. Allora mio marito è andato a lavorare in galleria, ma erano stagionali. Quando lui è tornato, allora mi era nato il bambino. Dopo tre mesi lui era a casa, c’era tutto l’inverno da passare e io dico: -cosa mangiamo quest’inverno?- E allora l’unica risposta era – vado a fare la balia”.

balia2Una vita non facile: le balie – racconta Dario De Toffol – finivano per ritrovarsi “in una città estranea, più grande del paese d’origine, presso una famiglia di estranei, con usanze e comportamenti differenti dai propri. In genere, poi, le balie erano molto controllate dai signori di casa. Una volta arrivate, spesso dopo un lungo ed estenuante viaggio, unito al dolore dell’abbandono della famiglia, le balie dovevano attendere ancora prima di poter dare il latte al bambino affidato, con tutti i dolori fisici che ne derivavano. Dovevano sottoporsi a visite molto scrupolose e spesso mortificanti. Una volta stabilite nella nuova famiglia, inoltre, avevano poco tempo libero e in alcuni casi non potevano vedere nessuno: altre testimonianze affermano che le padrone di casa seguivano di nascosto le balie quando andavano in città, per paura che vedessero uomini o stringessero nuove amicizie”.

balia23Con il tempo i rapporti cambiavano: “La maggior parte delle relazioni che la balia intratteneva avvenivano all’interno della famiglia. A volte la balia, raggiunta una certa confidenza con la padrona di casa, riusciva a penetrare nell’intimità della famiglia e a conoscerne i retroscena. Questo contribuiva a uno sviluppo culturale della balia, che veniva da una realtà contadina, offrendole così la possibilità di confrontarsi con persone di un livello sociale e culturale più elevato”.

Ma al momento di tornare a casa, queste donne hanno assorbito abitudini, comportamenti e idee delle famiglie borghesi, che contrastano con quelli della società rurale. Hanno la pelle chiara, non rovinata dal lavoro nei campi: portano dei gioielli, spilloni nei capelli, e vengono guardate con sospetto. I figli naturali, poi (magari nutriti a latte di capra, o affidati a loro volta ad altre donne), le allontanavano. Nessuna possibilità di telefonare o di contatti: in questo video si racconta la storia di Nicoletta, che al ritorno non ritroverà una delle sue gemelline. Un’opinione diffusa nell’ambiente dei 
possidenti bellunesi – di cui la stampa locale di 
fine ‘800 e primi del ‘900 si fa portavoce – sostiene che le balie compirebbero una tale scelta senza 
reale motivazione, ma per superficialità e grettezza: “Non è principalmente il bisogno che le spinga ad 
andare balie ma, poco amorose per i loro figli, esse vi 
sono attratte dalla naturale leggerezza, dal desiderio di 
novità, dal lusso e dalla vanità”.

balia2Una sorta di «baliomania delle nostre contadine», condannate senza appello: colpevoli, per la loro avidità di guadagno e di agiatezza, del progressivo sfaldarsi dei 
modelli etici tradizionali e della disgregazione 
del nucleo familiare contadino, perché privato di 
un indispensabile punto di riferimento: la madre. 
Il baliatico accrescerebbe perciò la corruzione 
e allenterebbe i legami religiosi.

Di fatto, questa forma di emigrazione interna femminile ha contribuito a innalzare il livello di vita nelle campagne e – con i guadagni del baliatico – ha dato una spinta alla piccola proprietà.

baliaL’esperienza vissuta “ha modificato notevolmente anche il modo di pensare di queste donne, che, a differenza delle loro compaesane rimaste nella terra d’origine, hanno un differente approccio alle relazioni interpersonali, un’apertura mentale maggiore e una tolleranza maggiore, specie nei confronti dei figli. Inoltre hanno acquisito una maggiore autonomia personale, conquista non irrilevante per queste donne, che si sono dimostrate capaci di contribuire ad uno sviluppo economico in tempo di crisi, con un’intraprendenza e uno spirito di sacrificio straordinario, contribuendo allo sviluppo economico e sociale del territorio bellunese”, nota ancora De Toffol.

La memoria e le testimonianze delle balie da latte sono state raccolte da Mim, il Museo interattivo delle migrazioni di Belluno, che promuove una raccolta di firme per portare in città il Distretto triveneto del Mei – Museo Nazionale dell’emigrazione Italiana. Si possono aiutare con una firma qui.