Il ritorno della seta italiana è una storia di donne (che filavano, narravano, cantavano)

scritto da il 01 Aprile 2016

«Allevare bachi era impegnativo, solo le donne potevano farlo. Bisognava osservare e alimentare i cavalieri continuamente per non far mancare le foglie fresche dei gelsi. Il primo problema era far schiudere le uova. Se la primavera era particolarmente fredda, non c’erano molti mezzi per riscaldare l’ambiente. Allora le donne avvolgevano le uova in una tela e se le mettevano “in sen”».

seta1 Un lavoro da donne, produrre la seta; e donne sono 19 dei 42 iscritti al primo corso teorico e pratico per futuri bachicoltori organizzato dalla neonata Associazione Italiana Gelsibachicoltori, nata da chi non ha mai perso la speranza che un giorno, in Veneto, i bachi tornassero a filare. Intorno al 1950 qui c’erano 40mila aziende agricole che allevavano bachi, integrando il reddito già scarso di contadini mezzadri; poi la concorrenza degli altri Paesi e soprattutto l’uso di un agrofarmaco sui frutteti aveva annullato la produzione della seta italiana.

Qualcosa oggi è cambiato: una imprenditrice orafa ha disegnato un gioiello nel quale aveva inserito della seta, dando il via alla ricerca di un prodotto nazionale, e soprattutto etico. Le Donne Impresa di Coldiretti hanno chiamato a convegno le imprese, per valutare la fattibilità del progetto, e della riapertura delle filande. I gelsi, alimento dei bachi, ci sono già; altrove sono stati piantati nuovi filari.

seta2Non c’è solo una storia da salvare: la materia prima interessa alla filiera tessile, alla farmaceutica (già si trovano in vendita i bozzoli da usare per la pulizia della pelle), all’artigianato orafo; ci sono i florovivaisti che hanno conservato le piante di gelso e i funzionari regionali al lavoro per richiedere misure di sostegno finanziario europeo a questa attività, e magari far dichiarare la regione area libera dal pesticida (che contamina per 20 chilometri) ora che l’equilibrio naturale è stato ripristinato.

seta3Da domani, venerdì 1. aprile, inizieranno le lezioni: quattro venerdì, mattina e pomeriggio. Fra le iscritte – le domande sono arrivate da tutta Italia: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana e Friuli VG – c’è una veterinaria siciliana; in cattedra anche Silvia Cappellozza,  che a Padova dirige il CREA-API – Consiglio per la ricerca e sperimentazione in Agricoltura, Unità di ricerca di Apicoltura e Bachicoltura (CRA-API), ed è responsabile della sede e della banca del baco da seta (200 razze) e del gelso (60).

L’obiettivo è creare una scuola permanente, e dare una fonte di reddito in più per chi lavora in agricoltura, con una attività che si concentra in un paio di mesi e apre ulteriori possibilità (marmellate e sciroppi di more, per esempio). ll ricordo iniziale di nonna Bellina è stato raccolto nel libro di Laura Simeoni “La bellezza di un filo di seta”, illustrato da Laura Michieletto:

«Mangiano come lupetti i bruchi, si rimpinzano fino a cinque volte, giorno e notte… Mangia che ti mangia, iniziavano a costruirsi il bozzolo, che poi finiva in filanda, almeno a partire dal 1700. Prima si faceva tutto in casa, e la loro cura era affidata soprattutto alle donne. Nei casolari di campagna, sotto il porticato, nelle stalle o a cielo aperto, mamme e figlie, nonne e nipoti filavano, raccontavano storie, cantavano tutte insieme».