Il caso SuitSupply ovvero quando l’abito non fa (virile) il monaco

scritto da il 26 Febbraio 2018

Suitsupply SS18 Campaign In Store (PRNewsfoto/Suitsupply)

(PRNewsfoto/Suitsupply)

Essere il testimone dello sposo a un matrimonio genera un certo grado di ansia. Se poi si tratta del matrimonio del tuo migliore amico, e sai che a un certo punto scoppierai a piangere come un bambino, quell’ansia non può che salire alle stelle. Lo shopping con lo sposo, l’incontro con il parroco, l’eventuale discorso durante la cena, ecc. Per questo due anni fa, tra le mille cose da fare, mi sono completamente dimenticato del mio outfit. Convinto di poter indossare l’Armani carta da zucchero acquistato per il matrimonio della mia migliore amica (lo so non si fa, ma per ammortizzare la spesa mi ero ripromesso di usarlo per almeno quattro cerimonie) potete immaginare lo sconforto quando mi sono accorto di non aver fatto i conti con la palestra… maledetto cross-fit. A tre giorni dall’evento mi trovavo davanti a un terribile bivio: trascorrere tutto il tempo del matrimonio in piedi, fermo, con il terrore che il primo singhiozzo avrebbe fatto saltare un bottone accecando il celebrante, oppure trovare una boutique che avesse un abito perfetto senza bisogno di ritocchi. Un caro amico me ne suggerì una e non avendo scelta mi fidai. In tre giorni avevo il mio abito, con panciotto per giunta. Con somma gioia del parroco che non avrebbe dovuto indossare occhiali protettivi.

Il negozio faceva parte della catena Suitsupply, quella della bufera mediatica che ha colpito il brand in questi giorni. Galeotta è stata la nuova campagna primavera/estate 2018 lanciata da Fokke de Jong, fondatore e amministratore di SuitSupply, un marchio presente in ben 22 paesi diversi. Una campagna gay-friendly che mostra coppie di uomini avvolti in abiti eleganti e che, secondo il quotidiano olandese NRC Handelsblad, avrebbe fatto perdere in poche ore alla società oltre 12.000 follower su Instagram.

Curioso sono andato a vedere i commenti al profilo e sono rimasto scioccato. @simplyysoto scrive “Vorrei una donna vicino a me quando indosso un abito”. Secondo @Jaljyl è una vergogna rendere pubbliche queste immagini ed è sicura che il marchio perderà follower e clienti. A @tekeyakrystal piace la moda maschile e per questo sono anni che segue SuitSupply ma non le piace scorrere le immagini di instagram e vedere un uomo in atteggiamento romantico con un altro uomo. @tonysback non lo ritiene davvero necessario. @optimusprimum822 puntualizza di essere etero e si ritiene discriminato perché la sua vita di coppia non è rappresentata da questa campagna (come se il mondo pubblicitario non fosse pieno zeppo di immagini di coppie etero a cui riferirsi). @casuallygaudi non ha nulla contro i gay (ma tu guarda) e gli piacciono i vestiti che indossiamo, tuttavia si sentirebbe in imbarazzo se qualcuno gli chiedesse dove compra i vestiti e scoprisse, navigando su internet, immagini di uomini in questi atteggiamenti; rischierebbe di essere bollato anche lui come gay perché la società si aspetta che certi outfit servano per attrarre le donne e non gli uomini. Sfogliando la pagina si trova molto altro ancora in un misto di commenti omofobi e misogini provenienti da ambo i sessi.

Suitsupply SS18 Find Your Own Perfect Fit (PRNewsfoto/Suitsupply)

(PRNewsfoto/Suitsupply)

Senza soffermarsi sull’argomento omofobia su cui si potrebbe scrivere un libro, mi colpisce l’accusa secondo cui se un abito viene indossato da un omosessuale basti a omosessualizzarlo privandolo di qualsiasi tipo di virilità, con contagio annesso pure. A questi ex-follower di Suitsupply sembrerà strano ma quando sono entrato nella boutique nessuno mi ha chiesto che preferenze sessuali avessi. Non ho nemmeno sentito clienti chiedere al personale quali fossero gli abiti attira-femmine e se vi fosse una sezione “abiti per gay”. Tanto meno credo che nessuno si sia mai chiesto se i ragazzi muscolosi in bella mostra sui cartelloni pubblicitari di SuitSupply fossero etero, gay, o bisessuali. Mi hanno soltanto preso le misure e consigliato quale fosse il taglio di abito più adatto. Il giorno del matrimonio del mio migliore amico nessuno si è offeso perché, in quanto gay, indossavo un abito che molti ex-follower di Suitsupply considerano un simbolo intoccabile di virilità anzi, non credo che nessuno ci abbia proprio pensato.

Gli omosessuali – meraviglia delle meraviglie – non vanno in giro nudi per strada, sono soliti indossare abiti, anche eleganti se del caso. E questo non intacca minimamente l’eterosessualità degli altri uomini. La virilità non è una questione di abito, né di stile. Men che meno di gusti sessuali. Ci sono uomini gay che hanno più virilità di un’intera squadra di calcio. Allora forse il problema sta altrove, dietro al timore che una campagna gay-friendly possa intaccare un certo stereotipo di maschio, forse si nasconde una forte insicurezza sulla virilità propria o del proprio partner. Ammesso che l’ostentazione di un’immagine virile sia un valore, cosa che chi scrive non pensa minimamente.

Cara Suitsupply, di fronte a tanta ignoranza, la perdita di 12.000 follower è, a mio modesto parere, un guadagno inestimabile e a giudicare dal numero e dal tenore delle risposte ai commenti degli ex-follower pentiti, credo proprio che il bilancio sia positivo. Per quanto mi riguarda sono un vostro nuovo follower e spero che dopo questo pezzo se ne aggiungono tanti altri. Nel mio piccolo, se mai mi sposerò, credo proprio che verrò da voi a sceglier l’abito ma, sia chiaro, lo voglio con un panciotto superfico.