
A circa dieci anni dall’ingresso formale della medicina di genere nelle politiche sanitarie italiane, il bilancio appare ambivalente. Sul piano istituzionale, l’Italia è spesso citata come un modello: la medicina di genere è riconosciuta per legge, integrata nei piani sanitari, richiamata nelle linee guida e nei programmi di prevenzione internazionali. Sul piano operativo, tuttavia, il suo impatto sulla produzione concreta di cure resta limitato.
Nello specifico l’Italia ha compiuto una svolta normativa con l’approvazione della Legge 3 del 2018, che ha formalmente stabilito che il genere debba essere considerato “una variabile fondamentale in tutte le fasi della cura”. La norma non si è limitata a riconoscere l’importanza della differenza di genere, perché di fatto ha affidato al Governo il compito di predisporre un Piano nazionale di attuazione, approvato poi nel 2019, che ha tradotto la legge in azioni reali sul territorio. Per garantire inoltre che il Piano non restasse solo un documento formale, è stato istituito un Osservatorio presso l’Istituto superiore di sanità, con il compito di monitorare l’applicazione della legge, raccogliere dati e produrre relazioni annuali al Parlamento. Questo insieme di legge, piano e osservatorio ha reso il modello italiano particolarmente strutturato nel contesto europeo, perché non si limita a richiamare il principio della medicina di genere, ma definisce gli strumenti per verificare se viene effettivamente applicato, segnalare le criticità e orientare eventuali interventi correttivi.
E in questo scarto tra riconoscimento formale e impatto reale si colloca la lettura di Rita Biancheri, sociologa e autrice del libro La salute delle donne. Il paradosso del genere tra biologia e cultura, che in un’intervista rilasciata ad AlleyOop individua nell’invisibilità storica delle donne nella scienza uno dei principali ostacoli all’attuazione della medicina di genere. Il problema, osserva Biancheri, non è l’assenza di norme, bensì la resistenza di paradigmi medici costruiti su un presunto neutro maschile considerato oggettivo e universale, che ha escluso a lungo le donne se non per le differenze riproduttive. Finché questo impianto non viene messo in discussione, la medicina di genere rischia di restare un principio dichiarato, più che una forza trasformativa della pratica clinica. Il nodo oggi non è più quindi la legittimazione culturale della medicina di genere. È la sua capacità di incidere sulle decisioni cliniche, regolatorie ed economiche. In altri termini: essere riconosciuta non equivale ancora a essere determinante.
La crescita della ricerca
Negli ultimi dieci anni, la produzione scientifica italiana in ambito di salute di genere è cresciuta in modo significativo. Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), tra il 2015 e il 2024, le pubblicazioni riconducibili alla salute della donna sono quasi triplicate, passando da circa mille a oltre tremila lavori scientifici. Nello stesso periodo sono state prodotte sedici linee guida e raccomandazioni nazionali su ambiti come oncologia ginecologica e senologica, gravidanza e salute riproduttiva. Questo dato segnala un’attenzione crescente, ma non racconta l’intera storia.
La maggior parte degli studi continua infatti a trattare il sesso come una variabile descrittiva, non come una variabile analitica. Uomini e donne vengono inclusi e contabilizzati, ma raramente il disegno dello studio è costruito per individuare differenze clinicamente rilevanti e tradurle in raccomandazioni operative. È una medicina di genere “per conformità”, che rispetta i requisiti formali senza modificare protocolli, soglie decisionali o percorsi terapeutici. La stessa Biancheri riconosce questo risultato come uno dei più evidenti di questo decennio tuttavia, a questi passi in avanti, non ha corrisposto una diffusione altrettanto solida dei risultati, a partire dalla formazione e dalla pratica clinica quotidiana. Nonostante il lavoro svolto dal Centro di riferimento per la medicina di genere dell’Iss e da altri centri di studio, l’innovazione resta confinata a un segmento ristretto del professionalismo sanitario. È qui che emerge il paradosso che vede la medicina di genere crescere come sapere, faticando nel diventare criterio operativo delle decisioni.
Trial clinici: il problema non è l’accesso, ma le conseguenze
Questo scollamento emerge con chiarezza nella ricerca clinica. La presenza femminile nei trial è aumentata, anche in risposta a indicazioni regolatorie e pressioni istituzionali. Eppure l’analisi dei risultati resta spesso indifferenziata. Una recente revisione internazionale su oltre mille studi clinici, che ha coinvolto quasi cinque milioni di partecipanti, mostra che solo una minoranza pubblica risultati disaggregati per sesso. Ancora più raro è il passaggio successivo di trasformare quelle differenze in indicazioni cliniche. Nello specifico, se un farmaco presenta profili di efficacia diversi tra uomini e donne, ciò difficilmente si traduce in modifiche di dosaggio e indicazioni prescrittive. Il limite, quindi, non è tanto metodologico quanto istituzionale, vista l’assenza di meccanismi che rendano obbligatoria l’applicazione delle evidenze. L’aumento di effetti avversi viene così trattato come un problema individuale, non come il risultato di una progettazione terapeutica neutra solo in apparenza.
Dal punto di vista economico, questo si traduce in accessi impropri, interruzioni di trattamento e ridotta aderenza terapeutica. Costi che il sistema assorbe come inefficienze generiche, senza ricondurli alla mancata applicazione della medicina di genere. Per Biancheri il centro è quindi questa vera e propria “ingiustizia epistemologica”. In medicina, dalla sperimentazione dei farmaci alla descrizione dei sintomi, le differenze di sesso e genere continuano a essere declinate prevalentemente al maschile. Non si tratta solo di una sotto-rappresentazione numerica, ma di una distorsione nei metodi di produzione del sapere che rende invisibili alcune esperienze di malattia e ne legittima altre come standard. Se sesso e genere sono variabili fondamentali per interpretare i risultati degli studi e generalizzarli, ignorarle non compromette solo efficacia e sicurezza delle terapie, ma mina l’eticità stessa della ricerca clinica e la corretta comprensione dei determinanti della salute e della malattia.
Disposivi medici ancora troppo spesso pensati per standard maschili
Un ambito ancora meno esplorato è quello dei dispositivi medici. Cateteri, stent, protesi e strumenti diagnostici sono spesso progettati su standard anatomici che riflettono prevalentemente corpi maschili. Le differenze anatomiche e funzionali tra i generi, pur ben documentate, raramente entrano nei requisiti regolatori. Nella maggior parte dei casi, la valutazione dei dispositivi non richiede test differenziati per sesso. Le conseguenze cliniche, vale a dire tassi di complicanze, adattamento subottimale, performance ridotta, vengono ricondotte a una generica “variabilità individuale”. È un limite strutturale della medicina di genere, poco presente nel dibattito pubblico ma con effetti concreti nella pratica ospedaliera.
In quest’ottica conta allora più che mai premiare quelle realtà dove, al contrario, la medicina di genere si traduce in organizzazione clinica. Il network degli ospedali certificato dalla Fondazione Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, ha premiato con il Bollino rosa dal 2007 a oggi le strutture maggiormente impegnate nei percorsi terapeutici che tengono conto del genere. Gli ospedali che ottengono il Bollino devono dimostrare standard qualitativi nell’offerta di servizi e nell’ultimo biennio sono state premiate oltre 360 strutture in tutta Italia. Tra gli esempi più riconosciuti figurano strutture come l’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, premiato per l’impegno nel garantire percorsi di cura sensibili al genere fin dall’età pediatrica. Anche strutture di medie dimensioni, come l’Ospedale dei Castelli a Roma o l’Humanitas istituto clinico catanese, hanno ricevuto il riconoscimento, segnalando un’adozione sempre più diffusa della cultura della differenza di genere nella pratica clinica.
Organizzazione sanitaria: quando l’equità diventa antieconomica
I limiti emergono anche nell’organizzazione dei servizi. I sistemi di classificazione e remunerazione delle prestazioni, dai Drg ai percorsi diagnostico-terapeutici, si basano su standard che non tengono conto delle differenze di presentazione clinica. Una diagnosi più tardiva o più complessa nelle donne non solo peggiora gli esiti di salute, ma può penalizzare economicamente le strutture che intercettano questi casi. Il messaggio implicito è distorsivo: investire in approcci più accurati può risultare meno conveniente. Si crea così un cortocircuito tra equità clinica e incentivi economici, raramente affrontato nel dibattito sulle riforme sanitarie. Secondo Biancheri questo limite contribuisce a mantenere irrisolto il cosiddetto paradosso longevità–fragilità: le donne vivono più a lungo, ma con maggiore morbilità, minori anni in autonomia e una peggiore percezione della propria salute. Una condizione che non può essere spiegata solo in termini biologici, ma che rimanda all’intreccio tra fattori clinici, sociali e culturali. Richiamando il concetto di “gradiente sociale di salute”, Biancheri sottolinea come posizione nella gerarchia sociale ed empowerment incidano profondamente sugli esiti di salute. La lettura dei dati sul gender gap mostra come discriminazioni dirette e indirette, dai diritti al linguaggio, dalla posizione nel mercato del lavoro ai ruoli di cura familiari, continuino a caratterizzare i corsi di vita femminili.
In questo percorso si accumulano svantaggi che hanno effetti misurabili sull’incidenza delle malattie, a partire dal peso del caregiving. Separare il piano biologico da quello sociale, erigendo barriere disciplinari, rende impossibile comprendere fino in fondo perché la medicina di genere fatichi a diventare pratica strutturale. Anche sul fronte della formazione, secondo Biancheri, molto è stato fatto in particolare a livello universitario, ma resta irrisolta la questione della valutazione dell’effettiva implementazione. L’analisi del numero di insegnamenti non restituisce una fotografia attendibile della qualità dell’apprendimento né della consapevolezza dei futuri professionisti sanitari. Servirebbe raccogliere dati quantitativi e qualitativi, includendo la percezione degli studenti. Solo così le conoscenze prodotte possono essere ottimizzate e trasformate in concrete possibilità di azione, superando la frammentazione attuale.
In questo contesto, organizzazioni come l’Associazione italiana donne medico (Aidm), Women in surgery (Wis) e reti nate all’interno delle diverse società scientifiche hanno svolto un ruolo chiave nel portare il tema della differenza di genere dal piano teorico a quello formativo e istituzionale. Attraverso congressi, programmi di mentoring e iniziative di advocacy, queste realtà hanno contribuito a sensibilizzare le comunità scientifiche sulla necessità di integrare il genere nella ricerca clinica e nella pratica assistenziale, ridefinendo le priorità mediche insieme alla promozione della leadership femminile. Molte di queste associazioni hanno sostenuto campagne per l’inclusione delle donne nei trial clinici, per l’adozione di linee guida sensibili al genere e per la formazione dei giovani medici su questi temi. In Italia, ad esempio, l’Aidm riunisce centinaia di professioniste in numerose sezioni locali e ha contribuito alla diffusione della cultura della medicina di genere anche a livello legislativo e universitario, mentre reti come Wis hanno favorito la visibilità delle chirurghe, un gruppo di professioniste ancora minoritario in molte specialità.
Prevenzione e screening, l’universalismo che produce diseguaglianze
Anche sul fronte della prevenzione, la medicina di genere fatica a superare una logica universalistica. Programmi di screening, soglie diagnostiche e strumenti continuano a essere applicati come se fossero neutrali, nonostante le evidenze mostrino differenze significative nella performance diagnostica. Il risultato è una prevenzione formalmente uguale, ma diseguale negli esiti. La medicina di genere viene richiamata nei documenti strategici, ma raramente utilizzata per ripensare tempi, strumenti e criteri di accesso.
Al tempo stesso alcuni indicatori mostrano anche progressi concreti. I dati della sorveglianza Passi 2023-2024 (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in italia, ndr) segnalano che il 75 per cento delle donne tra i 50 e i 69 anni si sottopone a mammografia nei tempi raccomandati e il 78 per cento delle donne tra i 25 e i 64 anni partecipa allo screening cervicale. Si tratta di coperture elevate nel confronto internazionale e che, pur con forti differenze territoriali, indicano la capacità del sistema sanitario di intercettare una quota ampia della popolazione femminile. In parallelo, i dati dell’Iss mostrano che negli ultimi quindici anni la mortalità dopo tumori maligni, in particolare tra le donne giovani, si è ridotta del 20 per cento, segno di diagnosi più precoci e trattamenti più efficaci. Questi risultati non sono attribuibili esclusivamente alla medicina di genere, ma rappresentano uno degli ambiti in cui l’attenzione alle specificità femminili ha prodotto effetti tangibili sugli esiti di salute.
Nella pratica clinica quotidiana, questo cambio di paradigma implica il riconoscimento dell’ascolto come vero e proprio tempo di cura, principio già sancito dalla legge 219/2017. Biancheri individua nella medicina narrativa e in strumenti come la “cartella clinica parallela” una possibilità concreta per integrare informazioni biografiche e sociali nella valutazione clinica. L’obiettivo non è affiancare alla diagnosi un racconto accessorio, ma evitare che la malattia venga valutata solo in termini tecnici, escludendo il contesto di vita della persona. In questa prospettiva, anche le Medical humanities (discipline che integrano arte, etica e scienze sociali nella formazione medica per considerare la persona nella sua esperienza di vita, non solo la malattia, ndr), ancora marginali nella formazione medica, diventano risorse strategiche per costruire relazioni di cura fondate sulla fiducia e sulla partecipazione attiva. Biancheri insiste sul fatto che la medicina di genere non è solo una questione di equità, ma anche una leva di sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Mettere al centro il “chi” e non solo il “come” della malattia migliora l’efficacia delle cure, rafforza l’aderenza terapeutica e riduce il ricorso incongruo a esami, visite e accessi al pronto soccorso. In termini economici, le disuguaglianze di genere nella salute comportano infatti un peso significativo. Una recente analisi europea ha stimato che ogni anno costano all’Unione europea circa l’1,4 % del suo prodotto interno lordo.
Un caso emblematico è rappresentato dall’endometriosi, una condizione cronica che in Italia colpisce circa 3 milioni di donne e che è associata a diagnosi ritardate di oltre sette anni, con conseguenti costi sociali e sanitari elevati. Studi epidemiologici stimano che la patologia comporti costi annui medi per donna superiori a 9500 euro, di cui circa 6300 euro legati alla perdita di produttività dovuta ad assenze dal lavoro o a ridotta capacità lavorativa, e oltre 3100 euro in spese sanitarie dirette.
Algoritmi e intelligenza artificiale rischiano di cristallizzare i bias
Un capitolo emergente riguarda l’intelligenza artificiale e i sistemi di supporto alle decisioni cliniche. Questi strumenti vengono addestrati su dati storici che riflettono decenni di medicina “neutra”. Se i bias di genere non vengono corretti a monte, l’intelligenza artificiale rischia di amplificarli. In questo contesto, la medicina di genere diventa un criterio di qualità dei dati e di validazione tecnologica. A tal proposito per l’anno accademico 2024‑2025 l’Università degli Studi di Brescia ha lanciato un ciclo di corsi denominato “Salute in ottica di genere”, pensato sia per studenti sia per operatori sanitari con rilascio di crediti formativi e badge digitali, articolato attorno alla comprensione delle differenze di genere nelle diverse fasi di cura e prevenzione.
Allo stesso modo, l’Università di Udine offre un corso interdisciplinare integrato nei curricula di area medica volto a sviluppare competenze cliniche e scientifiche con una prospettiva di genere nei percorsi di salute. Inoltre, è recentemente nato un master di secondo livello sulla Medicina genere‑specifica presso l’Università di Parma, che copre l’intero spettro da ricerca clinica alla pianificazione organizzativa e che prevede borse di studio per favorire l’accesso. Esistono poi insegnamenti specifici in atenei come la Statale di Milano e Bologna, che integrano moduli di farmacoterapia, radiologia e Ai con la prospettiva di genere nei corsi di laurea, contribuendo a formare una nuova generazione di professionisti più consapevoli delle differenze biologiche e sociali nella risposta alle terapie. Occorre tuttavia sottolineare che tra il 2017 e il 2022, secondo i dati dell’Osservatorio sulla medicina di genere, la diffusione dell’offerta formativa varia molto tra grandi centri accademici e realtà periferiche, con risultati ancora disomogenei sul territorio. Il bilancio decennale evidenzia così un paradosso: la formazione cresce, ma per avere impatto reale deve diventare parte integrante dei percorsi di laurea e specializzazione in maniera strutturata.
Oltre il riconoscimento, ora occorre applicarla
A dieci anni di distanza, il vero limite della medicina di genere in Italia non è la mancanza di consenso. È l’assenza di meccanismi che rendano costoso ignorarla. Finché la non applicazione delle differenze di sesso e genere non produrrà conseguenze regolatorie, economiche o organizzative, la medicina di genere resterà una cornice nobile ma poco incisiva. La domanda decisiva, oggi, non è se il sistema sanitario creda nella medicina di genere. È se sia disposto a riscrivere le proprie regole operative, dalla ricerca alla regolazione, dalla remunerazione alla tecnologia, per farla funzionare davvero. Per questo il prossimo decennio non sarà così dedicato a dimostrare la sua legittimità, ormai consolidata, ma a integrarla nei meccanismi ordinari della sanità. Dopotutto il modello italiano offre davvero una strada da seguire a livello europeo, ma il vero banco di prova sarà la capacità di rendere la medicina di genere una pratica quotidiana, tangibile per medici, pazienti e organizzazioni sanitarie.
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